2018… ancora no spit!

2018… ancora no spit!
di Pierangelo Pier Verri
(già pubblicato su http://pierverri.blogspot.it/2018/, l’1 gennaio 2018)

Il 2017 è stato per me il classico anno sabbatico, in cui ho sentito veramente il peso degli anni, con un’alternanza di condizioni fisiche che non mi hanno permesso di trovare mai gli stimoli e il momento giusto per realizzare qualche sogno alpinistico rimasto nel cassetto. Al tutto poi si è aggiunta la triste notizia che alcuni “boce” hanno aperto delle vie, usando trapano e spit, sulle montagne che più amo: le Alpi Feltrine, i Monti del Sole e il Bosconero. Una mazzata per il mio modo di vedere. Gruppi montuosi, che nonostante la modesta quota, considero a tutti gli effetti montagne con la emme maiuscola, e quindi riservate all’alpinismo vero e proprio con tutte le caratteristiche e difficoltà che questa attività acclude: dai faticosi avvicinamenti con zaini pesanti, all’incertezza per le condizioni del tempo, dalla morfologia dell’ambiente fatto di neve ghiaccio e roccia, alla varietà dei suoi percorsi con mura inaccessibili fatte di fessure, pieghe naturali, placche lisce, strapiombi, tetti, ecc… barriere naturali con le quali ogni alpinista deve sapersi confrontare imponendosi delle regole etiche che limitino l’uso della tecnologia e delle attrezzature moderne.

Pierangelo Pier Verri e Gianpaolo Galiazzo

Ben si sa che l’uomo è andato sulla luna, e che già agli inizi del secolo scorso si costruivano palazzi di centinaia di metri ed esistevano perforatori a percussione in grado di forare il granito, lo sapevano anche Paul Preuss e George Winkler, e tutti i grandi alpinisti di quell’epoca e di quella successiva, che erano certamente opposti per la maggioranza a qualche mente perversa che già allora aveva costruito vie ferrate e funamboliche funivie per raggiungere cime impossibili, per la gioia del turista della domenica e delle tasche di pochi magnati. Un progresso nemico della natura che ha portato solo dopo alla consapevolezza della tutela degli ambienti dei giorni nostri mettendo un limite a dette opere.

Questa breve riflessione può apparire piena di retorica, ma è strettamente collegata a piccolezze come quella di praticare l’alpinismo usando il trapano per riempire il proprio carniere, superando i propri limiti e barando. E’ più forte di me, non riesco a tacere per quanto mi riprometta di stare zitto e di non alimentare polemiche, visto che allo stato attuale, mi sento solo a combattere contro il mondo intero per un ideale che non riesco più a rendere elastico. Spero almeno di sensibilizzare i pochi giovani che curiosano per caso nel mio blog, o di spronare qualche vecchio a tenere duro per non farsi ammaliare dai grandi numeri senza rischi proposti da questi itinerari definiti moderni. L’alpinismo deve distinguersi dall’arrampicata sportiva, e come essa porsi delle regole: ci sta a pennello il non trapanare la roccia come il non usare le bombole di ossigeno in quota, il non lasciare spit fissi, come il non costruire campi intermedi fissi in quota (qualcuno ci ha già pensato seriamente).

Credo che sulle Dolomiti l’evoluzione delle vie “trad” e dell’alpinismo pulito sia stata frenata dall’essere andati molto avanti con il grado di difficoltà nell’arrampicata sportiva praticata in falesia e sui massi. Si è voluto poi riproporre le stesse situazioni in montagna, dando l’illusione ai numerosi ripetitori di praticare alpinismo estremo. In realtà si tratta di una scorciatoia messa in atto da chi non ha voluto accettare i propri limiti, proponendo un’evoluzione basata su un esagerato innalzamento della difficoltà, che ha saltato un percorso intermedio, sminuendo gli itinerari classici e il più recente periodo storico di un’intera generazione che si è affannata nella ricerca dell’arrampicata libera, dove la difficoltà non era solo un gesto atletico, bensì la capacità mentale di muoversi solo con le protezioni concesse dalla morfologia della roccia. Stile improntato su di un’etica rigida che ha portato all’apertura “on sight“ di vie con difficoltà poco oltre il VII e ben lontana dai grandi numeri proposti dai moderni trapanatori. Sono vie rimaste nell’oblio, ripetute raramente solo da pochi preparati, che però meriterebbero tutte le attenzioni della cronaca. Volendo poi, per chi si lamenta che non c’è più niente da fare, di queste vie mancherebbero le prime invernali, le prime solitarie, e comunque con un po’ di fantasia e creatività ci sono ancora numerose vie stradure da aprire, chiaramente su queste il pericolo non manca, ma proprio non me lo vedo l’alpinismo senza rischio.

Sui trapanatori quello che mi lascia perplesso è la confusione di pensiero, con tutte quelle etiche e sotto etiche che si stanno sviluppando formando diverse schiere: da quelli che si definisco esclusivamente arrampicatori sportivi, e forse sono quelli più coerenti, che attrezzano da cima a fondo e gradano bello lasco per attirare intere masse. A quelli un po’ confusi, con più cultura alpinistica, liberisti puri, che aprono la via in stile classico, ma che poi sulla placca si dicono è impossibile passare, e dopo aver armeggiato in artificiale con cliff e micro chiodi, concludono con il trapano, giustificando il proprio senso di colpa asserendo di aver usato solo due spit in tutta la via. Altra categoria, ed è quella che mi fa più paura, è quella di chi, dichiarandosi altruista, si preoccupa che alcuni gruppi montuosi siano poco frequentati, e invece di andare a ripetere le vie già esistenti in prima persona, pensa bene di aprirne di nuove, attrezzando con gli spit, guarda caso solo il tiro che devono tornare a provare in libera…

Non me ne voglia nessuno per queste affermazioni, le mie critiche sono sterili, come già detto sono solo un vecchio ago nel pagliaio, ma credo più che fermamente che la montagna meriterebbe più rispetto e che all’alpinismo, con tutto il suo bagaglio storico, vada concessa una semplice regola, come quella della “lealtà” di non trapanare la roccia. Per chi ha voglia di spittare ci sono innumerevoli falesie alte anche fino a 300 metri, nelle quali è possibile sviluppare l’arrampicata sportiva a più tiri, e comunque ce ne sono già molte e in maggioranza son poco ripetute.

Concludo: sarebbe veramente bello lasciare stare la montagna e il terreno per lo sviluppo dell’alpinismo dell’arrampicata trad e dell’avventura… perciò Buon 2018… senza spit!!!

Il Sasso di Toanella con il tracciato della Via della Tibia

Pierangelo Verri
Nato a Edmonton (Canada) nel 1962, è un alpinista di primissimo ordine, uno degli ultimi rappresentanti del vero alpinismo di avventura.
Accademico del CAI, l’attività di Pier Verri varia dall’apertura con mezzi tradizionali di itinerari di elevata difficoltà in zone spesso remote come le Dolomiti Meridionali, alle free solo, alle solitarie invernali, alle libere integrali. Il valore delle salite da lui effettuate resta da sempre soffocato dalla poca notorietà delle pareti da lui scelte per le proprie realizzazioni: cime poco conosciute al grande pubblico, ma proprio per questo ideali per itinerari di una logica oramai introvabile in gran parte delle Alpi.
Nell’era delle falesie, dello spit e del trapano a batterie pare storia antica. Eppure qualcuno resiste. Arrampica con i chiodi costruiti in casa e va ancora a caccia di vie da salire in stile classico, in un ambiente selvaggio, unico, forse un po’ fuori moda.
E’ stato insignito del Premio Pelmo d’Oro 2016 per l’alpinismo in attività.
Numerose le vie aperte soprattutto sulla zona più meridionale delle Dolomiti, nelle Alpi Feltrine, Monti del Sole, Moiazza, Tamer-S. Sabastiano, Bosconero.
Eccone alcune:
ALPI FELTRINE
Sass de Mura: via del Salto Giallo, 350 m, VII+/A2
Sass de Mura: via Boat, 350 m, VI/A3, prima solitaria
Punta del Re: via Verri-Calabretto, 200 m, VII
Pizzocco: via degli Svizzeri, 650 m, VI+/A2 su roccia marcia, prima solitaria
MONTI DEL SOLE
Torre del Mont Alt: via Diretta, 300 m, VII
Mont Alt: via della Fessura, 350 m, VII
Cima nord dei Feruc: via Milena gallina, 400 m, VII/A0
Pizzon: via dell’Incognita, 830 m, VII
TAMER SAN SEBASTIANO
Sasso di Calèda: via Giampi e Pier, 380 m, VIII

CIVETTA-MOIAZZA
Pala del Belia: via Traversi dell’Ansia, 400 m, VIII-
Scalet delle Masenade: via Verri-Calabretto, 350 m, VII-
Torre Trieste: via Piussi-Radaelli, prima solitaria
Busazza: via Casarotto, prima invernale
BOSCONERO
Rocchetta Alta: via KCF, prima solitaria invernale
Rocchetta Alta: via Martini-Leoni-Tranquillini, prima solitaria e prima in libera, VIII+
Sasso di Toanella: via della Tibia, con Gianpaolo Galiazzo, 350 m, VII.

Con Luciano Piccolotto è autore della guida Schievenin, una valle da arrampicare: elenco completo delle vie esistenti (DBS Zanetti 2008). Altro volume pubblicato è Passione verticale. Settanta arrampicate scelte in Dolomiti (DBS Zanetti 2013) dedicato alle ascese meno note, su tracciati insoliti e selvaggi, dove la sfida alla conquista delle cime va di pari passo con il brivido di essere tra i pochi ad averla compiuta. Oltre a Pierangelo Verri gli altri autori sono Liana Chiodero, Lucio Faccin e Aldo De Zordi. Con quest’ultimo ha aperto una nuova via sul pilastro ovest della Torre Sprit (Pale di San Martino) dedicata a Renato Coppe, compagno di tante scalate. Altro omaggio caro agli amici del Pelmo: una dedica all’amico Matteo Fiori con la via aperta il 9 luglio 2011 sullo Spigolo nord alla Cima Piazza del Diavolo.

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