Divieto o non desiderio?

Di chi sono i sentieri di montagna? Chi li deve mantenere? Domande lecite alle quali non voglio dare qui una risposta. Preferisco infatti rispondere alla domanda: chi ha il diritto attualmente di frequentarli.

Sicuramente gli animali selvatici e non.

Sicuramente i pastori e chiunque svolga un’attività lavorativa in montagna (come i rifugisti, a esempio). Giustamente costoro hanno anche (in genere) il permesso di percorrimento con mezzi meccanici, ove il percorso lo conceda.

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Sicuramente gli alpinisti, gli escursionisti, i naturalisti, i contrabbandieri (questi ultimi la legge li punisce per altro reato…).

Sicuramente gli sky-runner.

Sicuramente i cacciatori (ovviamente non quelli di frodo), anche se dovrebbero essere introdotte ulteriori restrizioni. Ad esempio in Svizzera ci sono strade di montagna normalmente aperte al traffico privato che vengono proibite ai cacciatori. Chi ha una preda nel carniere deve scendere a piedi (e ovviamente pure salire a piedi). Non voglio comunque qui affrontare il discorso sulla caccia, che in realtà è ben più ampio di quello dei sentieri.

Con qualche limitazione i mountain-biker. La bicicletta non fa rumore ma di certo erode il terreno: greggi di mucche o pecore erodono di più, ma i greggi sono necessari, le bici no.

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Questi elencati (magari ho dimenticato qualcuno) sono i frequentatori tradizionali della montagna e dei suoi sentieri: tutti hanno la caratteristica di essere silenziosi e rispettosi dell’ambiente.

Potremmo dire che finora hanno avuto diritto di percorso tutti coloro che pagano con fatica questo diritto: se un domani nascessero i “ginocchiatori”, cioè coloro che ascendono alle vette in ginocchio, li accetteremmo volentieri; se prendesse campo lo sport di camminare con una gamba sola, beh, il mondo è bello perché è vario…

Il percorso con mezzi meccanici non è invece tradizionale, è una novità che tutti i tradizionalisti vedono come pericolosamente invasiva.

Se un domani (Dio non voglia) nascesse lo sport del tiro a segno in montagna (con il fucile, non con l’arco), è evidente che non lo si potrebbe praticare sui sentieri: si dovrebbero creare aree apposite, e non solo per questioni di sicurezza, bensì per neutralizzare il più possibile il frastuono degli spari.

Nei parchi pubblici cittadini in genere è proibito entrare con motorini e moto: quelle infatti sono aree di rispetto-silenzio e in genere dedicate all’infanzia e al relax senile. Non si può dire che, siccome è pubblico, allora il parco lo si può utilizzare come si vuole! Tradizione e legge qui convivono bene.

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Se un camminatore del deserto alla Carla Perrotti si lamentasse dei fuoristrada che incontra sul suo percorso non avrebbe ragione: perché i fuoristrada nel deserto sono tradizionali. Per altre ragioni il cammelliere che impiega 45 giorni per fare una traversata con i carichi di merce non denuncia i fuoristrada che gli passano accanto: in genere se potesse, infatti, si comprerebbe anche lui il fuoristrada!

Se un nuotatore esperto, nel compiere la traversata, a esempio, delle Bocche di Bonifacio, o un velista nel compiere, sempre a esempio, la traversata del Mar Tirreno, si lamentassero di navi, imbarcazioni e diportisti vari tutti procedenti a motore, avrebbero torto a farlo: perché per tradizione il mare aperto è sempre stato terreno per imbarcazioni a motore e non per sportivi. Così succede che le aree marittime immediatamente vicine a spiagge e scogliere siano dei nuotatori e dei sub, mentre il mare aperto è zona per le imbarcazioni a motore; e per le evoluzioni agonistiche dei velisti esistono le regate.

Da questo esempio appare chiaro che in mare gli ambiti sono stati divisi e che sono state create zone dove (temporaneamente o no) ciascuno è autorizzato a procedere come vuole.

Da queste considerazioni dunque dovrebbe apparire chiaro che per i fuoristrada in montagna dovrebbero essere individuate zone precise e ben delimitate. Non va bene che un sindaco decida come e quando vuole. Pertanto, prima di dialogare con la parte opposta, occorre lottare per abolire la legge che ha fatto dei sentieri della Lombardia un enorme terreno ad libitum dei sindaci.

Sostenere che le due parti in lizza abbiano caratteri “diversi” è necessario ma non sufficiente. Occorre sostenere e accettare che la “diversità” è conflittuale. C’è conflitto infatti ogni volta che s’irrompe in un terreno “tradizionalmente” riservato, come quando una moto transita su una pista ciclabile, scorrazza in un parco pubblico o magari entra in chiesa (non importa se lo fa con il motore al minimo o con rombanti accelerazioni). Chi protesta per l’invasione dei sentieri è semplicemente un difensore della natura, non quella persona culturalmente retriva che non accetta l’altro da sé.

Sostenere che tutti hanno diritto a fare tutto è impraticabile. La Costituzione dice che il cittadino ha libertà di movimento, le leggi locali e nazionali cercano a volte maldestramente di regolamentare questi diritti di circolazione. In realtà sarebbe semplice accettare che ogni diritto va acquistato di volta in volta con fatica, e che il danaro non dà alcun diritto. Accettare il turismo motociclistico sui sentieri è come accettare l’eliturismo nei cieli. Per entrambe le cose personalmente sono disposto a lottare in almeno due direzioni: quella legale e quella culturale, tenendo ben presente che quand’anche avessimo la rivincita legale su tutta la linea saremmo ben lontani dalla vittoria vera, quella culturale. Intendo dire che sarei più felice che il bambino non desiderasse più il giocattolo piuttosto che continuare a vietarglielo…

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