Il diritto degli sport di montagna scende a valle

Il diritto degli sport di montagna scende a valle
di Riccardo Innocenti, avvocato (Roma)

La lettera aperta dell’Osservatorio al pm Raffaele Guariniello ha il merito di portare a conoscenza di molti fruitori della montagna un tema che fino ad ora era riservato ai tecnici del diritto. Ma che i tecnici del diritto stanno trattando da tempo in maniera molto minuziosa.
Una maniera minuziosa che sicuramente non si concilia con il comun sentire di coloro che in montagna si sono sempre mossi liberamente e che vorrebbero continuare a farlo senza limitazioni che considerano improprie, capziose, irrazionali e inutili.

Parete est del Monte Rosa. Foto: Federico Raiser / K3

Dal Rifugio Pozzolo in Val d'Ossola verso il Monte Rosa al tramonto

Non è corretto dire che per la prima volta in Italia la Procura di Torino ha proposto l’applicazione di determinati articoli del Codice Penale ai superstiti ad una valanga da loro stessi provocata. In Tentino Alto Adige da molti anni si è utilizza lo stesso metro. In particolare la Procura di Bolzano in più casi pratici si è comportata come ora quella di Torino.

E’ molto utile visionare una proiezione del 2013 del Procuratore di Bolzano Guido Rispoli in cui si tratteggiano gli elementi essenziali del reato di valanga (colposa e dolosa) e si cita proprio nelle conclusioni come Particolarmente delicati restano quei casi, purtroppo non così infrequenti, nei quali i superstiti di un gruppo di sciatori ovvero snowboarder che abbiano provocato una valanga in un’’area non sciabile/antropizzata” corrono il rischio di essere chiamati a rispondere della morte di coloro che con loro avevano condiviso la scelta di compiere quella escursione (anche se in questi casi la soluzione è spesso rappresentata dalla impossibilità di ricostruire la rilevanza causale, rispetto all’’evento, anche solo concorsuale, del segmento di condotta riconducibile ai superstiti).”

Lo stesso Procuratore Rispoli in un’intervista di Davide Pasquali sull’Alto Adige del 19 ottobre 2013 si esprimeva così:
Provocare una valanga non è sempre un reato, lo diventa però quando ci si trova in zona antropizzata, anche potenzialmente. Quindi, è reato far distaccare una slavina anche se si travolge una pista da sci al momento vuota oppure una zona nota per essere frequentata dagli scialpinisti. Lo ha spiegato ieri pomeriggio il procuratore della repubblica Guido Rispoli, nel corso di un convegno sul tema della responsabilità nelle aree sciabili organizzato dall’Associazione esercenti funiviari dell’Alto Adige .

Un tema dibattuto, in Alto Adige e non solo, quello delle valanghe. Ché nelle ultime stagioni invernali sono fioccate dapprima le denunce e poi le sentenze di condanna. E adesso il timore di molti è che freeriding e scialpinismo, oramai, siano ritenuti fuorilegge. Non è così, però. Occorre saper distinguere.

«Il problema è questo: cos’è una valanga?» domanda Rispoli. «Perché nel Codice penale è previsto il reato di valanga colposa. Ma nel relativo articolo del Codice penale non c’è descritto cos’è una valanga, bensì c’è scritto “chi per colpa cagiona una valanga”. E allora occorre dare un contenuto alla parola valanga».

Tendenzialmente, «lo capiamo tutti, una valanga è una grossa quantità di massa nevosa che si stacca e precipitando a valle diventa un pericolo per l’incolumità pubblica, che è il bene giuridico tutelato da quella norma. Perché ci sia pericolo per l’incolumità pubblica – questo è il nodo centrale di tutta la questione – ossia perché la valanga sia giuridicamente rilevante ai fini del diritto penale, si possono verificare soltanto due casi: o all’interno di un’area sciabile, quando uno va a fare un fuoripista e provoca una valanga che va a invadere una pista, oppure anche al di fuori di un’area sciabile, in una zona di scialpinismo, che però sia frequentata in quel momento da altre persone e sia quindi paragonabile a una pista. Si parla di zona antropizzata». Questo è importante, prosegue Rispoli: «In caso di fenomeni valangosi, anche consistenti, provocati da soggetti che si portano al di fuori dell’area sciabile e che magari provocano delle valanghe anche di dimensioni molto grandi, se in quella zona ci sono soltanto loro e non ci sono altre persone, dal punto di vista naturalistico si parla di valanga, ma dal punto di vista penale no, perché non c’è la lesione del bene giuridico “incolumità del bene pubblico”, il che vuol dire un numero indeterminato di persone». Il che però, «attenzione, non vuol dire che una valanga sulla pista esiste solo se in quel momento sulla pista c’è un numero indeterminato di persone. Vale il pericolo presunto. Quindi, nel momento in cui tu vai a fare un fuoripista e sotto c’è una pista e tu accetti il rischio e provochi una valanga, se anche in quel momento sotto non c’è nessuno, il reato c’è lo stesso, ché il pericolo è presunto dalla legge». Queste sono ormai posizioni giuridiche assodate. «La giurisprudenza allo stato è così. Ci sono anche pronunce della corte di Cassazione in questa direzione. Anche la giurisprudenza vive di evoluzioni, ma al momento attuale la valanga c’è in queste ipotesi; mi pare un orientamento consolidato». Sintetizzando: «Occhio se provocate una valanga su una pista anche se sotto non c’è nessuno e occhio anche se state facendo scialpinismo e in zona c’è qualcun altro assieme a voi. Il tuo diritto di esporti al pericolo lo hai fino a condizione che non crei danni agli altri. Se metti a repentaglio la vita di altri, allora c’è valanga».”

Presso l’Università di Trento è attivo un nutrito gruppo di studiosi che è autore di dettagliata dottrina sul tema del diritto in montagna. A questo link potete trovare molte informazioni.
Questo gruppo di studiosi ha pubblicato nel 2013 il primo tomo (di 500 pagine), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo (a cura di Umberto Izzo – Giappichelli editore), di cui vi allego il sommario dell’opera e la presentazione, il cui titolo dice molto: Il diritto degli sport di montagna scende a valle.

Come ricordava giustamente Carlo Bonardi per tanto tempo si è andato in montagna lasciando leggi ed accessori nel cassetto. Se ora tocca difendersi è perché da tempo tutto quello che succede in montagna viene giudicato secondo i criteri che normalmente si usano in valle per giudicare tutto il resto.

L’intento dell’Osservatorio di esporre il problema alla più grande platea possibile di interessati è meritorio; ma penso che se vogliamo uscire da un comportamento giuridico già radicato non basta sollevare un dibattito pubblico. Bisogna incidere sul tessuto normativo di riferimento facendo approvare norme di legge che permettano alle Procure di inquadrare le fattispecie sotto un altra ottica.

Parete est del Monte Rosa. Foto: Federico Raiser / K3

Il Ghiacciaio del Belvedere e la parete est del Monte Rosa

Io non mi stupisco che la Procura di Torino si stia comportando in questa maniera. Anzi mi sarei stupito del contrario.
E’ pur vero che ricostruire l’esatta dinamica degli eventi in una valanga è molto difficile; come è difficile imputare a ciascuno una condotta punibile per il comportamento tenuto. E’ per questo motivo che, spesso, le imputazioni delle procure non si traducono in condanne da parte dei tribunali giudicanti.

A gennaio sul Gran Sasso si è riproposto una tematica identica. Due fratelli fanno fuori pista partendo dalle piste del comprensorio di Campo Imperatore ( facevano free rider) provocano una valanga e uno dei due morirà dopo qualche giorno per i danni subiti dalla valanga. Ora la Procura di Teramo ha indagato il fratello superstite ( per valanga e omicidio colposo) con modalità analoghe a quelle già usate dalle Procure di Torino, Bolzano e Trento.

L’incidente del Gran Sasso ha anche fatto partire una serie di ordinanze comunali con i quali molti sindaci abruzzesi hanno vietato in varie forme e con stili surreali le attività su neve per pericolo di valanga. A questo hanno contribuito sedicenti consulenti, più o meno esperti, che consigliavano ai primi cittadini l’emanazione dell’ordinanza di divieto al fine di tutelare la pubblica incolumità… e alcune di queste ordinanze sono ancora attive mentre altre hanno subito rimaneggiamenti tali da risultare incomprensibili ed una è stata ritirata con scuse del sindaco per averla emessa… (e qui la commedia all’italiana trova una degna rappresentazione). Va da sé che i consulenti che rendono edotti i sindaci dei pericoli che i cittadini corrono per il rischio valanghe vengono remunerati e che quindi più pericoli segnalano più vengono remunerati…

Anche se non si è addetti ai lavori bisogna prendere atto che la Procura di Torino non ha compiuto un gesto sperimentale ed isolato; si è inserita in un solco in cui, da tempo, gli incidenti di varia natura che vengono da sport di montagna sono trattati ne più ne meno come incidenti da circolazione stradale con le annesse responsabilità. E anche se non piace e se si ritiene che certe categorie del diritto in montagna non vadano applicate, in attesa di nuove norme di legge, bisognerà mettere nel conto che denunce, imputazioni, e processi saranno sempre più frequenti. E bisognerà attrezzarsi perché la difesa nei vari procedimenti sia la più efficace possibile.

E considerate che ci sono persone che la pensano in maniera diametralmente opposta a noi che in montagna amiamo andare. In un articolo di un Vice Questore del CFS sugli aspetti penali ambientali – anche del reato di valanga – la dedica finale è “ai 310 uomini e donne che dal 1986 ad oggi sono morti nelle 530 valanghe causate il più delle volte colposamente dalla superficialità degli amanti dello sci fuori pista, free rider e snowborder…”
E una dedica del genere (che li accomuna alle vittime del Vajont) mi suggerisce che oltre al nostro sentore ci sono sensibilità assai diverse su come giudicare chi provoca una valanga.

Vi pongo un caso concreto che non ha però avuto nessun strascico giudiziario.
Il 31 gennaio del 2010 tre persone sono state travolte da una valanga a Campo imperatore sul Gran Sasso. Due morti e un sopravvissuto. Uno dei tre era esperto. Gli altri due erano completamente inesperti. L’esperto e uno dei due inesperti sono le vittime. L’esperto li ha portati in un pendio che era veramente un campo minato. La valanga si è staccato perché era l’unica cosa possibile che poteva succedere. In realtà l’esperto non era un vero esperto. Aveva solo più confidenza con la montagna degli altri due che erano neofiti in tutto. Ha però inanellato una serie di sbagli ed è andato dove assolutamente non doveva andare. E gli altri due lo hanno seguito non rendendosi conto di nulla… E ‘ morto e i morti non si giudicano penalmente e civilmente. Ma mi metto nei panni dei genitori della ragazza inesperta morta con lui… se avessero chiesto giustizia e “l’esperto” non fosse morto sarebbe bastato dirgli che l’andare insieme in montagna ed assumersi i rischi – più o meno coscientemente – sarebbe bastato a non attribuire colpe a nessuno…

Riccardo Innocenti

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