Accesso alle falesie – 1

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Accesso alle falesie -parte 1 (1-2)

Il 21 maggio 2015 su Lecconotizie.com compare, a firma di C. Franci, un articolo che, per il mondo dell’arrampicata, è pura dinamite: “Nibbio: salta il progetto di riqualificazione, occasione persa”.

Il Corno del Nibbio Settentrionale 1368 m è lo scoglio roccioso più noto tra tutte le ardite strutture della Grignetta. Noto fin dai tempi di Emilio Comici, ha visto spellarsi su di sé le dita di migliaia di arrampicatori (lecchesi e non). E anche se oggi certamente è una falesia tra le tante nel frattempo “coltivate” e cresciute, non cessa di rappresentare quel giusto misto di storia e di attualità.

Pochi giorni prima dell’uscita dell’articolo erano stati affissi alla sua base almeno due cartelli indicanti il divieto d’accesso all’area. L’episodio aveva rapidamente fatto il giro delle bocche e non poteva non essere pubblicato, visto l’allarme che aveva suscitato.

Il Nibbio è di proprietà della famiglia Ponziani dal lontano 1936 e recentemente era rientrato nel progetto di riqualifica delle falesie promosso dalla Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino, con 60.000 euro di cifra stanziata per riattrezzare la falesia e sistemare il sentiero che dai Piani Resinelli conduce al Corno.

Corno del Nibbio Settentrionale
Grigna, il Nibbio Settentrionale, da nord

 

Scattano le indagini su quanto è successo. Carlo Greppi, presidente della Comunità Montana, ammette che “il progetto è saltato per il mancato accordo con la proprietà sull’acquisto del bene”. Maggiore chiarezza fa la proprietaria, Anna Ponziani che dichiara: “Quando abbiamo saputo del progetto della Comunità Montana abbiamo proposto loro di comprare l’area, sia perché ci saremmo alleggerite da una responsabilità sia perché ci piaceva l’idea di rendere effettivamente pubblica una falesia così importante. La Comunità Montana si è offerta di comprarla a prezzo di esproprio: ci hanno proposto 6.300 euro, ma la nostra valutazione, condotta con l’ausilio di un consulente e anche di un avvocato, era di 30.000 euro. Una cifra onesta, considerando il valore totale del Nibbio, intendo al di fuori della metratura”.

In effetti l’area totale è di circa 6.700 mq e francamente non sembra che un prezzo di neppure 4,5 euro al mq sia una richiesta esosa.

Non c’è stato accordo. Anche se all’ultimo momento i Ragni di Lecco, non coinvolti nel progetto di riqualifica, hanno tentato di indurre le parti a un compromesso. Siccome il progetto della Comunità Montana prevedeva la risistemazione di tutte le vie di arrampicata presenti al Corno del Nibbio secondo i criteri internazionali (quindi utilizzo di materiale certificato, mano d’opera assegnata a Guide Alpine e sistemazione della base per lo stazionamento degli arrampicatori), si è cercata la quadra intervenendo anche sul preventivo dei lavori e abbassandolo: ma la CM ha tenuto duro.

Uno dei cartelli alla base del Nibbio
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Ancora Anna Ponziani: “I cartelli sono stati messi pochi giorni fa in accordo con due avvocati che ci hanno seguito in questa vicenda. Di fatto è un modo per tutelarci, la falesia è un luogo potenzialmente pericoloso per diversi motivi e su di noi gravano delle responsabilità. I cartelli rilevano che quella è una proprietà privata e chi vi si avventura lo fa a proprio rischio e pericolo”.

In conclusione, per tutti è stata una sconfitta e un’occasione persa: per il territorio, per lo sport e per il turismo.

Ma gli arrampicatori vanno più in là, oltre alla vicenda locale (che magari di qui a qualche mese potrebbe anche trovare una soluzione). Improvvisamente ci si è ricordati che tutte le falesie, se in terreno privato, sono a rischio chiusura! Se solo i proprietari ci riflettono, le probabilità che i cartelli di divieto crescano come i funghi salgono a dismisura.

Nello scoppiettio di opinioni, il 29 maggio 2015 Emanuele Pellizzari (mister Kinobi), di Treviso, scrive confidenzialmente: “Ostia… sono un filo scosso. Cercherò di spiegare la mia visione del mondo arrampicatorio. Io non so bene se ho capito male, ma ho stropicciato gli occhi e riletto più volte…“Questa Comunità Montana ritiene che una falesia non può assumere un valore di mercato in quanto tale, cioè per il fatto che la gente ci arrampica o, a maggior ragione, perché ospita itinerari storici. Riteniamo fondamentale che l’arrampicata sulle falesie naturali possa essere attività svolta liberamente, con la consapevolezza della responsabilità personale di chi la pratica”. A casa mia questa frase significa che, se una falesia è storica, si è autorizzati a comprarla a prezzo di esproprio. “Ghe sboro” direbbe un mio amico venexian! Diciamo che questo è un disincentivo per ogni proprietario terriero a far entrare un arrampicatore nel suo terreno, in quanto la falesia potrebbe diventare “storica” e ti ciulano il terreno. La seconda cosa, e facendo la premessa che non so bene come sia fatto il Nibbio e le complessità di richiodatura, mi azzardo a dire la mia opinione da fornitore di materiale (come dice la comunità “certificato”): chiodare un tiro con sosta a doppio moschettone inox e tutto a inox nei punti di protezione costa meno di 100 euro (ivati stando larghi, abbondanti e distesi). “Slarghemose”: facciamo 120 euro! Mettiamo un trapano defunto (720 euro), 4 statiche andate (500 euro), 150 euro tra casco e imbrago. La benzina costa, le tasse si pagano, ecc. Ripeto, ignoro la conformazione del Nibbio e le opere di disgaggio e di consolidamento da fare. Posso solo asserire che quando io devo richiodare un tiro in falesia, di norma, tra salirlo e richiodarlo, ci metto il tempo che il mio compagno fa due tiri. Detto questo, se io fossi il proprietario, per me 10.000 euro per una falesia (da capire con quanto terreno, sarebbe bello ce lo dicessero), manco dopo morto lo vendo, piuttosto lo regalo in cambio di una lapide sul bordello del paese: non in Municipio dove la gente va a questionare, ma nel bordello dove va a divertirsi! Infine, non so se la Comunità legge, ma per favore, non scrivete queste cose in giro che non si sa mai che i proprietari terrieri le leggano!”.

Emanuele Pellizzari
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La vicenda rientra in pieno, e clamorosamente, nella casistica per cui l’Osservatorio per la Libertà in Montagna è stato creato. In qualità di suo portavoce però, di fatto, io non so cosa comunicare… Allora mando una raffica di mail a tutti i nostri amici legulei. La domanda è: – Ma siamo così sicuri che il proprietario di un terreno è responsabile per chi ci si fa male? Come mai le autorità locali in zone del nord Inghilterra sono intervenute contro proprietari del genere?

L’avvocato Lucia Foppoli risponde subito, 29 maggio 2015: “Accidenti, Anna Ponziani la conosco bene; non sapevo fosse proprietaria anche del Nibbio! Qui a Sondrio abbiamo avuto una questione analoga per la palestra di arrampicata denominata della Sassella e intitolata a Celso Ortelli, di cui mi ero occupata anche io da presidente di sezione. E’ stata riaperta dopo anni di chiusura, a seguito di un’ordinanza che vietava l’utilizzo delle soste, ecc.
Era un’area privata e c’erano sempre questioni con i proprietari che legittimamente vietavano l’arrampicata per varie ragioni (c’è una vigna coltivata ai piedi, per esempio); la palestra è stata inserita nell’elenco delle opere pubbliche per cui era possibile espropriarne (appunto per pubblica utilità) l’area, ma il Comune ha preferito trattare l’acquisto dai proprietari. Ora si sta trattando l’acquisto anche di un’altra parte dell’area con lo stesso procedimento. Quanto all’indennità (il valore del bene da espropriare) va stabilita secondo legge. Il Comune ha in seguito stipulato una convenzione per la manutenzione dell’area con la locale sezione CAI che utilizza ovviamente professionisti per le certificazioni e ha assicurato la palestra (assicurazione stipulata dal CAI centrale) e si è tutti un po’ più tranquilli…
Certo il percorso non è stato semplice e neppure breve, ci sono voluti anni. Una soluzione, nel caso in argomento, forse più semplice burocraticamente parlando e trattandosi di privati, potrebbe essere quella di convincere la famiglia Ponziani ad affidare la sola gestione, trattenendo la proprietà alla Sezione del CAI che s’incarica di mantenere in ordine la falesia (soste, ecc.) e assicurare la palestra. Il dialogo con i proprietari e l’accordo con loro è imprescindibile
”.

In arrampicata sulla palestra della Sassella (Sondrio)
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Il giudice Maria Barbara Benvenuti risponde poco dopo: “Buongiorno a tutti, da quel che ho letto mi sembra che la decisione dei proprietari di vietare l’accesso nell’area di arrampicata rientri nella strategia delle trattative pre-contrattuali, per creare tensioni e indurre gli enti locali a concludere l’acquisto ai prezzi proposti dai Ponziani. Per questo, come Osservatorio, in questa fase delle trattative, prescinderei dalle questioni giuridiche e creerei invece un movimento di opinione volto a sensibilizzare gli interessati alla falesia (compresi la proprietà e gli enti locali), insistendo sull’importanza di mantenere aperta una palestra storica come quella in questione. Eviterei di cadere nella trappola delle responsabilità, che bloccherebbe irrimediabilmente la situazione irrigidendo la posizione dei proprietari. Dal punto di vista delle responsabilità è vero infatti che il proprietario può essere chiamato a rispondere se qualcuno si fa male, se non dimostra che l’area è data in gestione e in uso a qualche altro soggetto (ecco perché l’affidamento in gestione al CAI torna comodo, perché il sodalizio può beneficiare di buone condizioni assicurative a prezzi ragionevoli di premio); se la proprietà mette il divieto di accesso, come hanno fatto i Ponziani, diventa invece esente da responsabilità, come pure se mette l’avviso che l’area non è soggetta a controlli e che chi arrampica lo fa a proprio rischio e pericolo. Questa è la sintesi di un problema molto più complesso e articolato ovviamente”.

L’avvocato Paola Romanucci, 30 maggio 2015, dà una risposta abbastanza esauriente sulla quale poi convergeranno altri interventi: “La strategia del cartello “proprietà privata” (che in questa vicenda può essere strumento di pressione a fini contrattuali) è pratica diffusa tra i proprietari di fondi privati: implicitamente, un “proprietà privata” accompagnato da un “divieto di accesso” non obbliga il proprietario a presidiare il terreno per impedirne la frequentazione, ma può valere a escluderne la responsabilità in caso di incidente. Tipica soluzione di compromesso all’italiana, ma ha risolto alcune impasse con i proprietari, almeno in terra picena.
D’altra parte, in questo clima di “caccia al responsabile” dobbiamo aspettarci un fiorire di divieti più o meno effettivi, più o meno fittizi: i proprietari vogliono dormire sonni tranquilli.
Peraltro, pongo una questione giuridica: come si regge la responsabilità di un proprietario a fronte della pratica consapevole di un’attività sportiva? Una cosa è la fattispecie “Vermicino”, in cui un proprietario di un fondo accessibile omette di segnalare la presenza di un pozzo non visibile (il che configura la fattispecie denominata “insidia o trabocchetto”, che dà luogo a responsabilità). Altro è tenerlo responsabile del fatto che una libera (e anarchica) comunità di scalatori disgaggia, attrezza, scala, e magari cade nella sua proprietà. Mi pare che un’azione ad alta intenzionalità come scalare una parete basti e avanzi a fornire il nesso causale con l’incidente, escludendo per converso ogni rapporto di causalità con la proprietà e la conduzione del fondo. Sarebbe come dire che se un cacciatore si spara in un piede dentro un fondo privato, può chiedere il danno al proprietario.
Chiusa (ma mica tanto) la parentesi giuridica, veniamo alla fatidica domanda: noialtri (CAI, Osservatorio), che “famo”?
Personalmente, credo che accollare al CAI la gestione e la responsabilità di falesie aperte e frequentate da chiunque, dalla certificazione di sicurezza tramite professionisti alla manutenzione alla copertura assicurativa, sia un pericoloso boomerang. Non soltanto perché il CAI non è strutturato per reggere una simile gestione e simili rischi, specie a fronte di una frequentazione che deve, imprescindibilmente, restare libera e aperta (altrimenti cambiamo nome all’Osservatorio).
Soprattutto, perché mi pare profondamente sbagliato che il CAI diventi “fornitore di sicurezza”. Semmai, è l’esatto contrario: il CAI deve farsi carico di (tornare a) insegnare che le attività in ambiente – che siano su un paretone alpino o in una falesia di 30 metri, su un pendio di neve o dentro una forra – hanno, sempre, un rischio intrinseco incomprimibile, che impone assunzione di responsabilità personale. Responsabilità che, in falesia, è di chi attrezza la via, non meno di chi sceglie di scalarla. Su questo dobbiamo assumere la responsabilità di una battaglia culturale difficile e alta, a partire dalle Sezioni. Chi sceglie di “avventurarsi” (nel senso lessicale e filosofico del termine) in ambiente naturale e al di fuori di un contesto professionale, diventa automaticamente “capitano di se stesso” e si assume la responsabilità di quello che fa.
In sintesi, non facciamoci tentare dall’ennesimo “format” per rincorrere la soluzione dell’ennesimo problema creato da una società sempre più isterica: ferma la battaglia culturale comune, le falesie sono una galassia di situazioni diverse, entro le quali le diverse realtà territoriali troveranno una soluzione adatta alle contrapposte esigenze, del proprietario e dei frequentatori: da qualche parte si comprerà il fondo, altrove basterà scavalcare con nonchalance una catena e ignorare un cartello, forse qualcuno interdirà l’accesso sul serio. E’ la liberta, bellezza
”.

L’altro cartello alla base del Nibbio
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L’ingegner Carlo Zanantoni, che per decadi si è interessato alla qualità del materiale di arrampicata e alpinismo ed è uno dei fondatori dell’Osservatorio per la Libertà, il 30 maggio 2015 scrive rispondendo alle tre signore che l’hanno preceduto: “Mi fa molto piacere che la componente femminile dell’Osservatorio si dimostri particolarmente vitale e competente… Mi pare che il coinvolgimento ufficiale del CAI e delle guide sia da tenere come ultima ratio, invece l’acquisto da parte della Comunità Montana sarebbe un modo per sbrigarsi. Ma tutto questo non sarebbe strettamente necessario, se io non mi sbagliassi nel supporre che:
– una possibilità di esproprio non sia del tutto esclusa (Lucia Foppoli);
– la proprietà si libererebbe da ogni responsabilità se mettesse un divieto d’accesso e altri opportuni avvisi (Barbara Benvenuti).
Si tornerebbe così alla situazione preesistente, a meno che la proprietà impiantasse una recinzione che gli arrampicatori dovrebbero danneggiare per entrare (potrebbe?). Mi pare che la responsabilità del pasticcio sia della Comunità Montana e del suo progetto di riqualifica delle falesie, che ha generato nella proprietà un comprensibile desiderio di sfruttare economicamente un terreno altrimenti inutile
”.

Da parte del giudice Carlo Ancona, 1 giugno 2015: “Mi pare che le considerazioni che leggo a firma Paola Romanucci siano assolutamente da condividere; che poi i proprietari possano dormire davvero sonni tranquilli, con la giurisprudenza che esiste in tema di responsabilità per cose in custodia, è tutt’altro che certo; ma comunque va verificato caso per caso; che poi sia questa la via scelta in Italia alla libertà, dimostra solo che di essa vi è paura, e non desiderio; ma il punto essenziale è che condivido appieno le considerazioni sui compiti del CAI, che non può essere un titolare nella (scomoda) posizione di garante di sicurezza”.

(continua)

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