Alpinismo e opinione pubblica

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Alpinismo e opinione pubblica
di Hans Peter Eisendle

Intervento di Hans Peter Eisendle alla conferenza Nanga Parbat – la montagna del destino tenutasi a Bolzano il 3 ottobre 2003 nell’ambito dell’edizione autunnale del Filmfestival della Montagna Città di Trento — Dolomythica 2003.
(tratto da Intraisassblog3, Antersass Casa Editrice, 2008)


Vorrei constatare per prima cosa in questo contesto che l’Alpinismo in generale ha perso molta importanza nell’opinione pubblica e di conseguenza nell’interesse che la politica rivolge a questa attività.
Le prime salite sulle pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo negli anni ‘30, o meglio la prima ascensione dell’Everest negli anni ’50, erano paragonabili, dal punto di vista mediatico, all’importanza dell’atterraggio sulla luna negli anni ‘60. L’Everest fu concepito come un regalo per l’incoronazione della regina Elisabetta d’Inghilterra e come una dimostrazione del perdurante potere coloniale della Gran Bretagna. Così l’atterraggio sulla luna era la dimostrazione della supremazia tecnologica degli Stati Uniti, supremazia che ha trovato una triste continuazione quest’anno nella guerra contro l’Iraq.
Anche noi adesso parliamo degli eventi di 50 anni fa – la prima salita dell’Everest, del K2 e questa sera del Nanga Parbat – piuttosto che delle incredibili salite dei giovani di questi anni. Chi conosce la futuristica salita dello sloveno Thomas Humar sulla parete sud del Dhaulagiri? Chi le incredibili vie aperte dai giovani sudtirolesi nelle Dolomiti?

Günther Messner al campo base del versante Rupal del Nanga Parbat
Guenther Messner al Nanga Parbat

Comincerò raccontandovi come sono entrato io in tutta questa storia.
Da piccolo, mi racconta mia madre, quando era il momento di scendere giù per una scala ripida o per un prato scivoloso, mi tenevo sempre strettamente con le mani al mio maglione o alla camicia, come se mi volessi abbracciare. Poi salendo sulle montagne nei dintorni di casa mia con degli adulti, avevo scoperto che tenersi aggrapparsi da qualche parte, era una cosa che facevano tutti, era normale, a volte era addirittura necessario. Non dovevo più vergognarmi per queste mie espressioni di paura. Continuando su questa strada sono diventato uno specialista nell’aggrapparmi da qualche parte. Ho trasformato la paura vergognosa di ogni abisso in un’arte. Sono diventato uno dei più bravi “aggrappatori” nella società degli aggrappatori. E poi, nei momenti di stanchezza totale, quando la pelle delle dita è consumata, sanguinante, riesco a fare qualche passo in perfetto equilibrio anche senza tenermi da nessuna parte.

Oggi però non sono stanco abbastanza e per tenermi mi sono portato il libro di un mio caro amico, il libro Nanga Parbat – verità e follia dell’alpinismo di Ralf Martin, uno scrittore che mi ha accompagnato fino al campo base del Nanga Parbat e mi stava vicino con le storielle di buona notte raccolte adesso in questo libro (purtroppo per ora soltanto in lingua tedesca). È il libro più fondato sulla storia di questa montagna, e li ho letti tutti, anche le trivialità degli ultimi anni dei compagni di spedizione di Messner, nella spedizione del 1970 nella quale ha perso suo fratello Günther.

Vorrei citare qualche frase di questo libro iniziando con Mummery, il primo alpinista della storia che tentava seriamente di salire su un Ottomila nel 1895 e sceglieva proprio il Nanga Parbat. Bisogna sapere che l’alpinismo in Inghilterra alla fine dell’Ottocento era considerato un’attività riservata ai nobili, uno sport d’élite, e di conseguenza con grande importanza sociale. Edward Whymper, primo salitore del Cervino, appartenente a una classe sociale più elevata nella società inglese, era agli antipodi del più giovane Mummery. Whymper sosteneva la teoria bugiarda che l’alpinismo dovesse avere un fine scientifico e sociale e che con la sua conquista dell’ultima cima importante delle Alpi, il Cervino, l’alpinismo era esaurito. Mummery economicamente indipendente, perché piccolo industriale con grande successo, sosteneva che l’alpinismo era un gioco personale, soltanto un’avventura egoistica e che il Cervino si poteva salire ancora per vie molto più difficili. Mummery non venne accolto tra i membri dell’Alpine Club di Londra per tutto il tempo che Whymper fece parte della commissione di ammissione, troppo anarchico e indipendente per essere accettato dalla rigida società inglese. Anche il giornale più importante, il Times, sosteneva Whymper scrivendo: “Nessun gentlemen ha il diritto di rischiare la dote della vita soltanto per competere con allodole, scimmie, gatti e scoiattoli“. La pressione dell’enorme riconoscimento internazionale di Mummery per le sue ascensioni spettacolari al Monte Bianco lo fece diventare socio dell’Alpine Club appena prima della sua scomparsa al Nanga Parbat. Mummery fu uno dei primi esempi di un alpinista non adattato, escluso in parte socialmente e nello stesso tempo coronato da successo. Consiglio vivamente la lettura del suo unico libro My climbs in the Alps and in Kaukasus (in italiano, Le mie scalate sulle Alpi e sul Caucaso).

Spedizione tedesca al Nanga Parbat 1934: da sn, (davanti) Erwin Schneider, Willo Welzenbach, Peter Aschenbrenner, Willy Merkl, Konsul Kapp, Peter Müllritter, R. N. D. Frier; (dietro) Willy Bernard, Uli Wieland, cap. A. N. K. Sangster, Hans Hieronimus, Fritz BechtoldSpedizione tedesca al Nanga Parbat 1934: (davanti) Schneider, Welzenbach, Aschenbrenner, Merkl, Kapp,  Müllritter, Kuhn; (dietro) Bernard, Wieland,  Sangster, Hieronimus, Bechtold.
Non è un caso che dopo la prima guerra mondiale diverse nazioni pretendano di vantare l’egemonia sulle montagne più alte del mondo. Così l’Everest diventa la montagna degli inglesi, il Nanga Parbat dei tedeschi e il K2 degli italiani. Il quotidiano Morning Post di Londra scrive nel 1925, dopo la scomparsa di Mallory e Irvine sull’Everest: “Spedizioni come quella dell’Everest servono per limare di nuovo la spada dell’orgoglio e del coraggio“. La morte dell’alpinista verrà stilizzata eroicamente e l’Everest diventerà un cimitero esclusivo riservato agli inglesi.

Il Nanga Parbat invece dopo la tragedia del ’34, nella quale muoiono 3 sahib e 6 sherpa, diventa “la montagna del destino tedesco”, il “deutscher Schicksalsberg”. Prima della tragedia il capo spedizione Willy Merkl scrive ad Adolf Hitler: “Lotteremo e daremo tutto per la Germania, per conquistare il primo Ottomila per la nostra patria. Con i più cordiali saluti anche da parte di tutti i Kameraden dal fronte Nanga Parbat, Heil Hitler“. Dopo la tragedia, il giornale Völkischer Beobachter scrive: “Fino all’ultimo respiro i loro pensieri giravano intorno alla patria tedesca e al loro Führer Adolf Hitler…“. E invece io sono convinto che i loro pensieri girassero intorno al più vicino masso protetto dal vento per salvarsi la pelle.

I finanziamenti per le spedizioni provenivano naturalmente dal “Partei”, il Partito Nazionalsocialista, e gli alpinisti servivano per dimostrare al mondo che la superiore razza tedesca poteva vincere ogni guerra, anche quella contro la natura selvaggia. Così il Führer durante una festa dello Sport a Stuttgart nel ’33 urla nel microfono che nello sport e nell’alpinismo si esprimono la supremazia biologica e caratteriale del popolo tedesco e che la razza ariana trionfa su tutte le razze minori.

Superfluo dire che l’Alpenverein tedesco, pur senza un obbligo esplicito, partecipò alla follia totale dell’epurazione dei soci ebrei. I veri contenuti dell’alpinismo di quei tempi venivano sempre più taciuti, come l’arrampicata per se stessi di Paul Preuss, o come il romanticismo razionale di Leo Maduschka e l’alpinismo come ricerca del pericolo di Eugen Guido Lammer. Queste erano considerate idee traditrici che non corrispondevano alle esigenze di quei tempi.

Dopo una seconda “sconfitta” dei tedeschi al Nanga Parbat nel ’37 il capo spedizione Paul Bauer si sentiva obbligato a giustificare il fallimento con l’argomento che non c’erano morti. Però la Germania ufficiale era delusa. Il capo ideologico dell’Alpenverein tedesco, Meinhard Sild scrisse: “vittime ci devono essere; il numero di esse è insignificante; vittime sono necessarie, questa convinzione sorge dalla durezza dell’atteggiamento bellico e ci presta quella supremazia che ci distingue“.

Hermann Buhl al ritorno dal Nanga Parbat
Buhl festeggiato al ritorno in Europa, 1953, dopo la conquista del Nanga Parbat

Fino alla seconda guerra mondiale le cose andarono male al Nanga Parbat. Il 12 marzo del 1938 le truppe tedesche invasero l’Austria trovando meno resistenza che gli alpinisti al Nanga Parbat. Al contrario il popolo austriaco giubilò per la “riunione dell’Austria con il Reich”. Proprio in questo periodo venne effettuata la prima salita della Nord dell’Eiger, il problema alpinistico più grande degli anni ‘30, genialmente salita da una cordata tedesca insieme a una cordata austriaca che durante i sei giorni di salita si riunirono in un’unica cordata. Che simbolo per la propaganda nazista!! Ma qual era la posizione dei quattro alpinisti? La caduta mortale, evitata in parete, accadde dopo con la frase di Fritz Kasparek: “La vittoria sull’Eiger la dedichiamo al nostro Führer. La sua lotta sovrumana contro tutte le difficoltà della strada spinosa fino alla vetta del suo popolo ci era di esempio. Non potevamo avere un miglior maestro d’insegnamento!” Un po’ più umana sembra in paragone la sua pubblicità sui giornali svizzeri per l’energetico Ovomaltina, perché “senza di essa prestazioni alpinistiche di alta qualità sono inpensabili“. Anche Harrer, il più intellettuale e il più famoso di tutti e quattro, scriveva: “Abbiamo scalato la Nord dell’Eiger superando la cima fino a raggiungere le mani del nostro Führer“.

Che anche in quei tempi ci fossero alpinisti di altra qualità lo dimostrano per esempio due Gebirgsjäger bavaresi nel Caucaso. Invece di avanzare verso lo strategicamente importante Suchumi, salivano spontaneamente la montagna più alta del Caucaso, l’Elbrus, nell’agosto del 1942. Hitler infuriato li considerò dei pazzi.

Undici anni dopo, nel 1953, un “pazzo” come loro e non un “ideologo” saliva sulla cima del Nanga Parbat, con l’aiuto di “pastiglie stuka” come i piloti della guerra chiamavano il “Pervitin”, un antenato del nostro “extasy”. Naturalmente con grande capacità e con ancora più grande fiducia in se stesso. Hermann Buhl era considerato umanamente difficile, perché si impegnava senza compromessi per una sola cosa, senza riguardo per le istituzioni e le persone. Indiscutibilmente era uno dei migliori alpinisti del mondo. Però fu invitato per ultimo alla spedizione di Herrligkoffer e soltanto per la disdetta di qualcun altro. L’individualista Buhl era un pericolo per il non-alpinista e capospedizione Herrligkoffer legato al vecchio sistema militarista. Buhl doveva firmare un contratto nel quale tra altro nel paragrafo 3 era scritto: “Mi sottopongo a tutti i comandi del capospedizione e alle sue decisioni”. Buhl non dava tanta importanza a fogli e scritture ma soltanto ai fatti. Il conflitto tra l’anarchico e l’ideologo era già programmato.

Karl Maria Herrligkoffer era un genio nel reperire mezzi e soldi per le spedizioni, in più era fratellastro di Merkl, comunque l’erede dell’ideologia nazista nella quale la persona singola si doveva sacrificare per l’idea suprema, per la squadra e per la patria. Da quell’idea venivano anche i mezzi e i soldi. Uno sponsor dell’industria spiegava la sua convinzione: “Quando noi tedeschi dopo la guerra eravamo l’ultima sporcizia del mondo, uno si alzò e organizzò questa spedizione gloriosa al Nanga Parbat. Dopo questo il mondo parlava diversamente di noi tedeschi, e questo ci ha aiutato infinitamente, non lo dimenticheremo mai, Herrligkoffer“. Non una parola per Buhl!

Questo uomo si permise, contro l’ordine di scendere al campo base del capospedizione, di continuare “egoisticamente” verso la vetta, sfruttando un breve periodo di bel tempo. Il suo successo era il contrario dell’ideologia e per questo, quando era tornato mezzo morto al campo base, al posto di congratulazioni e feste, trovò solo spaghetti al dente del nonno e senza sale. Quello che seguì, una volta a casa, furono processi giudiziali e guerre di carta poco supremi.

La stessa storia con lo stesso capospedizione si ripete nel 1970, quando i fratelli Reinhold e Günther Messner salgono in vetta la prima volta attraverso la parete più alta del mondo, la parete Rupal. Di nuovo s’incontrano dei giovani “pazzi” superalpinisti con l’ideologo Herrligkoffer incapace di muoversi e di capire la montagna. I conflitti successivi sono diventati (purtroppo) la lettura alpinistica degli ultimi anni.

Tornato dal Nanga Parbat con le dita dei piedi congelati e senza il suo fratello preferito, Messner venne accolto dalla politica sudtirolese con queste parole: “È un onore fare le congratulazioni a un alpinista che ha portato i colori di un paese così piccolo sulla vetta del Nanga Parbat attraverso la parete più alta del mondo“. La risposta di Reinhold, ormai storica, fu che aveva salito la parete del Rupal soltanto per se stesso e che la sua bandiera era il suo fazzoletto! Se non l’avesse detto, forse avevamo già tre musei della montagna o addirittura un Landeshauptmann (il Presidente della Provincia di Bolzano, ndr) con i capelli selvaggi e con la barba. Però, se non l’avesse detto, come ha detto e fatto tante altre cose, non sarebbe diventato l’alpinista tra i più importanti della storia, forse il più importante.

Tra l’altro lo considero l’ultimo alpinista che sia riuscito, e ancora riesce, a trasmettere contenuti interessanti e di comunicare ad alto livello con i “non-aggrappatori”, con la massa di non-alpinisti. Per questo è diventato un fattore interessante per l’economia, la quale insieme ai mass-media, ha spostato il potere politico al terzo posto dei poteri nel mondo democratico. Dopo la sua solitaria al Nanga Parbat su una via nuova nel 1978 venne paragonato a Livingstone e Amundsen, che mostrarono all’umanità come si raggiunge l’impossibile. Ed è questo il segreto vero del successo di Messner, secondo il mio parere. Lui è l’uomo che ci fa vedere cosa c’è dentro di noi e diventa così lo schermo di proiezione per le fantasie di evasioni non vissute dal suo pubblico.

Il Nanga Parbat da nord
Salendo al campo base nord del Nanga Parbat, Pakistan
Però l’autonomia dell’individuo praticata da Messner non corrisponde fino a oggi alle esigenze della politica dirigente del nostro piccolo paese e per questo abbiamo prima di tutto un conflitto tra due tenori di vita contrastanti: l’opportunismo ideologico dirigente contro l’autodecisionismo di un “homo erectus aggrappatoris”.

Ho partecipato all’ultimo, per ora, episodio di Messner al Nanga Parbat nell’anno 2000. Abbiamo seguito l’idea di Mummery del 1895 e abbiamo scoperto la via tecnicamente più facile della montagna. Lunghissima e purtroppo anche un po’ pericolosa, ma la presunzione di Mummery era giusta, perché alla fine della valle glaciale del Diama, una parete di ghiaccio mai toccata, porta direttamente ai piani sotto la cima. Abbiamo raggiunto attraverso questa nuova via di 3400 m la cresta dei cecoslovacchi a 7500 m per arrenderci alla neve profonda nei piani sotto la cima. Via nuova, stile anarchico, nessun capo, nessun contatto con il mondo, nessuna truppa di sostegno. Vacanza di “pazzi” padri di famiglia.

Interessante ritengo in questo contesto un articolo apparso sul Dolomiten proprio nei sette giorni nei quali abbiamo vissuto tra 6100 e 7500 metri senza collegamento radio e nemmeno il campo base aveva un contatto con il resto del mondo. La notizia: “Il parlamentare europeo Messner è bloccato da settimane al campo base per il brutto tempo“. Una notizia senza importanza in sé, ma importante perché evidentemente inventata. E quando il parlamentare si esprime in funzione da parlamentare il Dolomiten scrive: “l’alpinista estremo, per non dire il pazzo, ha detto questo e quello…“. Un altro metodo vale per come è trattato Hans Kammerlander, mio compagno di cordata di altri tempi. Lui si fa usare per far vedere al pubblico che esiste anche l’alpinista simpatico, modesto e adattato al sistema. In compenso prende mezze pagine a colori di pubblicità ed è tutti i giorni sul Dolomiten quando fa il tour di serate in SudTirolo (il nostro Alto Adige, NdR). Nessuno mi racconta che è soltanto strategia di mercato organizzata bene. Con il marchio “Südtirol” sul berretto può permettersi di proclamare il tentativo sul Nuptse come “l’ultimo problema dell’Himalaya”, come Whymper allora pretendeva che il suo Cervino fosse l’ultimo problema delle Alpi. In realtà Kammerlander segue maggiormente le corde fisse preparate da altri fino sulle cime salite decine o centinaia di volte. Questo è opportunismo parassitario, più che alpinismo di punta. Però il giornalismo dei quotidiani e il grande pubblico si sono fermati ai superlativi del 6° grado degli anni ‘30 e alle vie degli anni ‘50 sugli 8000. Alpinismo, politica, opinione pubblica – brutta storia.

Forse è anche un vantaggio per i giovani selvaggi di oggi, per l’avanguardia della montagna, che l’alpinismo abbia perso la posizione di una volta nell’interesse pubblico e che l’interesse politico si sia spostato verso i grandi club degli alpinisti della domenica e le squadre di soccorso con migliaia di soci (e di voti). È la passione che farà trovare ai giovani strade diverse, forse più creative, per finanziare “l’arte dell’aggrapparsi” negli angoli più repellenti del mondo. Oggi tocca al calciatore e all’asso dello sci presentare la potenza della nazione, la dinamicità di una ditta o l’efficacia di un prodotto. Un Filmfestival può essere una delle posizioni giuste per dare una spinta, un’idea a qualcuno, per dare la possibilità a questo qualcuno di muoversi in equilibrio anche senza doversi aggrappare su degli appigli sporchi o friabili e alla fine taglienti.

Vorrei finire il mio discorso con una frase letta assieme ai miei figli in uno dei quattro libri di Harry Potter: “Più che le nostre capacità, sono le nostre decisioni, che fanno vedere chi siamo veramente“.

Hans Peter Eisendle. Foto: International Mountain Summit
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