Cervino chiuso

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Cervino chiuso

La via di salita italiana al Cervino è stata chiusa con un’ordinanza urgente dal sindaco di Valtournenche Deborah Camaschella. Dopo un incidente che ha coinvolto una cordata in discesa lo scorso venerdì e sentito il parere di guide alpine e uomini del soccorso alpino della guardia di finanza, è arrivata la decisione di vietare temporaneamente le salite alla Gran Becca.

Il provvedimento dispone “l’immediata chiusura, temporanea, della via italiana del Cervino denominata Cresta del Leone, dalla croce Carrel alla vetta, lato sud in salita e in discesa, al fine di evitare il grave pericolo per l’incolumità pubblica”. La Croce Carrel si trova all’inizio della via italiana, a 2920 metri di quota.

La situazione è dovuta alle “anomale temperature alte e fuori della norma che hanno provocato crolli pericolosi per l’incolumità degli alpinisti”.

L’ordinanza di divieto, sia in salita che in discesa, è stata emessa domenica 26 luglio dopo alcune frane nella zona della Cheminée. In quel momento 25 alpinisti si trovavano sulla montagna, alla Capanna Carrel, a 3830 m: il loro rientro è avvenuto in auto-sufficienza, alcuni per la via italiana, altri dal versante svizzero.

La capanna Carrel sulla Cresta del Leone (Cervino)
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La situazione è difficile anche sul Monte Bianco, dove continuano gli smottamenti e le cadute di sassi sugli itinerari più frequentati del gruppo. Delle vie normali – le meno difficili e preferite dalla maggior parte degli alpinisti – quella dei Trois Monts presenta numerosi passaggi pericolosi: soprattutto nel tratto fra il Mont Maudit e il colle della Brenva il ghiaccio è allo scoperto e particolarmente ripido. Rimane chiusa la via del Goûter, per la continua caduta di sassi. Il sindaco di Saint-Gervais ha addirittura ordinato la chiusura del Refuge du Goûter finché la situazione non si sarà normalizzata.

Fin qui nulla di nuovo. Come ha detto a Rai News il sindaco Camaschella, “non è la prima volta che viene chiuso il Cervino per motivi analoghi, penso al 2003 e al 2009…”. La novità è nelle parole immediatamente seguenti: “… ma sulla questione che debba essere un sindaco a chiudere una montagna bisognerebbe aprire un dibattito”.

Anche il presidente delle guide del Cervino, Gerard Ottavio, è convinto che forse sarebbe stato meglio sconsigliare la salita, piuttosto che vietarla: “L’alpinismo è un’attività del tutto particolare, in cui il rischio è sempre presente. Imporre qualcosa non è mai la soluzione migliore. Ma in ogni caso noi guide lassù non portiamo i clienti in questi giorni“. Nessun divieto, sul Cervino, dal versante svizzero.

Osservazioni
Ciò che ha detto il sindaco Deborah Camaschella lascia ben sperare in un futuro in cui l’assenza di divieti in montagna possa esistere. La Camaschella ha ragione a sollecitare un dibattito, quindi dovrebbe lasciarmi suggerire di essere proprio lei a organizzarlo in un prossimo futuro.

Come già detto tante altre volte, siamo sempre più fermamente convinti che in realtà il sindaco nulla abbia da temere: limitandosi a “sconsigliare” non corre alcun pericolo giuridico d’essere responsabile di eventuale incidenti. Il divieto è inutile e non corrisponde alle aspettative di crescita di responsabilità del cittadino.

Il percorso sulla Cresta del Leone
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I primi commenti su Facebook
Cominciamo dal notoriamente provocatorio Marco Lanzavecchia: “A me sembra una follia. Personalmente non toccherei quel rivoltante ammasso di sfasciumi (il Cervino, NdR) neanche con la punta del mignolo inguantata, ma non è un sindaco che mi deve dire quello che devo e non devo fare (27 luglio). Segue sulla stessa linea Paolo Galli: “Sono tendenzialmente d’accordo ma, perché il ragionamento sia coerente fino in fondo, bisognerebbe sospendere il soccorso alpino (27 luglio). Lanzavecchia rincara la dose: “Ma anche far saltare quell’inutile sfasciume (27 luglio)”.

Fabio Palma (più seriamente): “Mmm… c’è sempre da considerare il tema responsabilità. Se per caso il sindaco è passibile di denuncia in caso di incidente, io lo comprendo. Felice di non essere al suo posto e di non dover prendere una decisione di questo tipo, ma la comprendo. Dover al minimo prendere un avvocato o addirittura peggio confidando nella buona sorte… sai com’è. Mettetevi al suo posto, con questo rischio. Un conto è essere Formigoni con Nmila avvocati, un altro essere sindaco di un piccolo paese dove volente o nolente finisci per pagare tu. In questi casi non potrebbe essere la regione, che ha spalle molto più robuste, a coprire le responsabilità con ordinanze ad hoc? Boh. Poi magari è il solito cartello che metti lì per pararti il fondoschiena e tutto continua come prima, classico consiglio di avvocato (28 luglio)”.

Stefano Michelazzi: “Concordo con tutti e tre i ragionamenti:
1) bloccare l’accesso a una parete o una montagna è un atto di limitazione delle libertà personali e quindi non certo da Paese democratico come il nostro si spaccia per essere…
2) In effetti però, se si vuole la moglie ubriaca ma la botte piena, il ragionamento precedente non può essere valido quando il Paese ci mette del suo per salvarti le chiappe e quindi coerentemente sarebbe da togliere a priori il Soccorso Alpino (problema annoso…)
3) Rimanendo in piedi tutta la macchina organizzata del soccorso e delle responsabilità dell’Amministrazione verso il territorio e chi lo frequenta (cosa che non riesco a capire da quale logica esca), l’Amministrazione si difende con l’unico atto che gli permette di scaricare le responsabilità proprio su chi, poi, disattendendo l’atto stesso, se ne riprende carico personalmente come dovrebbe naturalmente essere…
Alla fine credo che il decreto di chiusura dovrebbe essere visto come un avviso di aumento delle consuete situazioni a rischio con conseguente rinuncia alla frequentazione da parte degli alpinisti, considerati da sempre anarchici, i quali, come da anarchia, dovrebbero avere un atteggiamento di auto-determinazione, considerando anche e probabilmente soprattutto, che se vogliono la bicicletta (il soccorso alpino) devono pedalare (alla larga dal Cervino…)
(28 luglio)”.

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