Che prova serve?

Questo articolo è il sedicesimo capitolo di Lhotse South Face-The Wall of Legends di Edward Morgan (Bee Different Books, 7 Honey Lane, Burley, Ringwood, BH24 4EN, United Kingdom, www.fimi.ch – ISBN 978-0-9935148-0-7). Il libro è interamente dedicato a tale leggendaria parete himalayana e ne racconta con distacco britannico, grande competenza e vasta documentazione l’intera storia alpinistica.

Tomislav Tomo Česen partì per il Lhotse a fine marzo del 1990. Lasciò il campo base il 22 aprile e compì la salita velocemente, scalando anche di notte per evitare il rischio di scariche di sassi e ghiaccio. Bivaccò da solo a 7500 e 8200 metri, arrivando in cima il 24 aprile dopo 45 ore dalla partenza e sotto fortissime raffiche di vento. “Il 24 aprile alle 2.20 del pomeriggio la solitaria al Lhotse parete sud era completata – scrisse poi Česen – quando chiamai Jani con il walkie-talkie al campo base, a quanto pare ho detto: ‘Jani, non posso andare più in alto di così. Sono in cima’”. Quindi ridiscese seguendo il percorso della salita. Al suo rientro Česen pubblicò un libro su quella salita: Sam (che significa “Solo”, da cui è tratta la citazione).

Che prova serve?
(la contestata prima ascensione di Tomo Česen della parete sud del Lhotse)
di Edward Morgan
Traduzione © Luca Calvi

La salita sovietica della parete sud era stata un evento spettacolare ed epico, ma alla fin fine era rimasta offuscata dal paragone con la scalata di Česen. I sovietici avevano un team molto grande, usavano corde fisse ed ossigeno e in più avevano passato parecchie settimane sulla parete. Avevano salito una linea più dura di quella di Tomo Česen, ma ne erano venuti fuori per il rotto della cuffia. Pierre Beghin valutò l’ascensione dei sovietici come una delle migliori conquiste dell’alpinismo himalayano fino a quel momento e sottolineò il lavoro di squadra, pregno di altruismo e dedizione, che erano riusciti a dimostrare. Lo stesso, però, ebbe anche a scrivere che “l’alpinismo non è una guerra”, probabilmente volendo con questo dire che erano andati troppo oltre ed avevano sacrificato troppo pur di ottenere lo scopo.

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Una volta tornati a Kathmandu, dopo la spedizione, i sovietici tennero una conferenza stampa. Sergey Bershov sembrò volersi attribuire la prima salita della parete e gettare ombre di dubbio sull’ascensione di Česen dicendo: “per effettuare quell’ascensione in solitaria ci vorrebbe un essere sovrumano”. Beghin, che aveva conosciuto i sovietici alla base della parete ed era presente alla conferenza stampa, prese la parola per dire: “E che mi dite di Česen?”. Bershov rispose che non aveva raggiunto la vetta. “Va bene, e allora quella sua foto del Western Cwm?” – chiese Beghin – “Devi essere arrivato sulla cima della parete per poter guardare in basso verso il Western Cwm”, Bershov replicò che dalla vetta del Lhotse non si vede il Western Cwm. La foto alla quale si riferiva Beghin era comparsa in un articolo della rivista francese di alpinismo Vertical con una didascalia che recitava: “Sulla vetta Tomo ha avuto appena il tempo per fotografare il Western Cwm dell’Everest per comprovare la sua ascensione”. Quando i sovietici palesarono i loro dubbi risultò evidente che questi erano incentrati sulla cresta piena di grandi cornici e lunga 300 metri che separava il punto in cui la via di Česen arrivava sulla cresta principale Nuptse-Lhotse e sulla cima vera e propria. Conoscendo in prima persona il tipo di salita sulla parte superiore del Lhotse, che era difficile e richiedeva parecchio tempo, a Bershov sembrava più plausibile che Česen avesse completato la propria via sulla cresta sommitale per poi tornare indietro senza aver raggiunto la vetta. Bershov fece attenzione a non dire che l’ascensione di Česen non fosse stata vera, ma commentò il tutto con la frase: “Non sto dicendo che non abbia raggiunto la vetta, dico solo che se l’ha fatto è un superuomo”.

Con ciò, però, il seme del dubbio era stato gettato, per quanto forse non volontariamente. Quando Česen ricevette la proposta di nomina a membro del prestigioso club francese di scalatori, il Gruppo di Alta Montagna (GHM), parecchi membri trovarono di che obiettare sulla base del fatto che le sue ascensioni non erano sufficientemente comprovate. Il critico più aspro fu Yvan Ghirardini, un francese di origini italiane cresciuto scalando vicino a Marsiglia. Negli anni ’70 ed ’80 Ghirardini era riuscito a portare a termine alcune belle prime solitarie invernali sulle Alpi, compresa la prima solitaria invernale alla nord delle Grandes Jorasses. In seguito fu poi colui che per primo riuscì a salire tutte e tre le grandi pareti nord delle Alpi in solitaria nello stesso inverno. Aveva fatto parte assieme a Pierre Beghin della grande spedizione francese che non era riuscita a scalare la cresta sud del K2 nel 1979 e anche lui, come Beghin, era arrivato molto in alto sulla montagna per poi rimanere particolarmente deluso dall’esperienza. L’anno successivo aveva organizzato una spedizione in solitaria al Mitre Peak, uno spettacolare seimila vicino al K2. Riuscì nell’impresa e poi andò a tentare la cresta sud del K2 in solitaria, una vetta per la quale non era riuscito ad ottenere il permesso nonostante ci avesse provato. Era riuscito ad utilizzare parte del materiale lasciato dalla spedizione nazionale dell’anno precedente ed era riuscito a fare notevoli progressi prima di dover abbandonare al campo III sotto una tempesta. Due anni dopo andò a tentare un’ascensione anche più ambiziosa, il Pilastro Ovest del Makalu in solitaria invernale. Dopo tre bivacchi riuscì a salire sulla cresta nevosa alla base del pilastro, ma comprese che andare a tentare la parte superiore del pilastro sarebbe stato l’equivalente di un suicidio per la severità delle condizioni invernali, con venti a 150 km/h e temperature che raggiungevano i – 40° e i -50°. Dopo quella sconfitta si ritirò dall’alpinismo ai massimi livelli.

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Ghirardini cominciò ad essere deluso della scena alpinistica europea. All’inizio del 1991 scrisse un articolo per la rivista francese di alpinismo Vertical nel quale accusava Česen di mentire al riguardo di scalate come quelle al Jannu o al Lhotse per ragioni di convenienza materiale. Ghirardini obiettava che durante le sue ascensioni solitarie si portava sempre dietro due macchinette fotografiche nel caso una avesse smesso di funzionare. Dato che Česen era uno scalatore professionista, finanziato e sponsorizzato da riviste e da produttori di materiali, secondo il francese era anche tenuto a fornire prove inconfutabili delle sue ascensioni. Per credere alla sua ascensione del Lhotse, Ghirardini voleva vedere fotografie con Česen chiaramente identificabile fuori dalle difficoltà tra gli ottomila metri e la vetta. Lanciò addirittura l’idea dell’istituzione di una commissione verificatrice che dovesse essere “indipendente dagli sponsor, dalle riviste specializzate e da altri interessi commerciali” e che provvedesse a valutare le dichiarazioni di avvenuta ascensione di una via.

Česen rispose dicendo che Ghirardini si era spinto troppo oltre e che la sua idea di una commissione verificatrice era una assurdità. Dipinse un’immagine di Ghirardini come presidente della commissione che seguiva Česen durante le ascensioni di quest’ultimo. Criticò anche i sovietici, dicendo che non avevano nemmeno la più pallida idea di cosa volesse dire l’alpinismo moderno e che la loro ascensione al Lhotse era stata un passo indietro nella storia dell’alpinismo. In effetti lui criticava il loro stile “pesante”, che contrastava in modo netto con il modo con cui lui aveva effettuato la sua ascensione. Il contrasto tra gli stili è innegabile, ma la critica rivolta agli scalatori sovietici è meno equa e leale. Questi erano riusciti a portare a termine alcune ascensioni fantastiche e quando l’Unione Sovietica cessò di esistere la maggior parte degli alpinisti di punta dimostrò di essere capace altrettanto bene di scalare vie difficili in stile alpino.

Probabilmente l’attacco di Ghirardini risultò meno forte a causa del fatto che non era una persona con cui fosse facile avere a che fare. Michael Kennedy, l’editore della rivista americana Climbing, aveva partecipato ad un trekking sul ghiacciaio del Baltoro nel 1980 durante il quale poté sentire i racconti di come Ghirardini avesse litigato con i suoi portatori, avesse licenziato un ufficiale di collegamento e ne avesse accusato un altro di averci provato con sua moglie. Beghin, che aveva scalato assieme a Ghirardini sul K2 nel 1979, scrisse che in un team formato da vari individualisti Ghirardini era il più individualista di tutti, all’eccesso. Era un vegetariano osservante, accusava i suoi compagni di gruppo di essere dei neo-nazisti quando li vedeva mangiare carne e arrivò a dire che i mattatoi erano peggio dei campi di concentramento. Per Beghin era una persona ambigua, di quelle che riuscivano ad ispirare simpatia e sfiducia allo stesso tempo. Stephen Venables, lo scalatore britannico che aveva fatto alcune ascensioni spettacolari, tra le quali, in particolare, una via nuova sulla parete est dell’Everest portata a termine in solitaria e senza l’ossigeno, disse che gli attacchi di Ghirardini “erano acidi chicchi d’uva di un uomo aspro che non aveva mai raggiunto i gradi più alti”. Per certi versi è ingiusto: Ghirardini di sicuro aveva portato a termine alcune scalate davvero dure e l’ammirazione di Beghin per la sua prestazione durante la spedizione al K2 del 1979 era evidente. Ghirardini, però, non si era accontentato di scalare al massimo livello. No, aveva puntato ad effettuare ascensioni come i suoi tentativi di solitaria al K2 ed al Makalu che andavano orgogliosamente ben al di là di quanto chiunque fosse riuscito a fare all’epoca. Ed aveva fallito. Non è discredito, ma la sola e semplice realtà di qualcuno che aveva alzato lo sguardo più in alto di quanto avesse fatto chiunque altro agli inizi degli anni ’80, che aveva osato sognare e che non era riuscito a raggiungere quegli obbiettivi così ambiziosi.

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I parallelismi con la carriera alpinistica di Česen sono sorprendentemente stretti. Ambedue avevano fatto ascensioni dure in solitaria sulle Alpi, con la trilogia delle pareti nord delle Alpi come punto focale. Ambedue avevano fatto la loro prima esperienza sull’Himalaya con una grande spedizione per poi concentrarsi sulle spedizioni in solitaria. Ambedue avevano tentato alcune ascensioni piuttosto difficili su grandi montagne. Ghirardini era stato respinto dal K2 e dal Makalu durante il suo tentativo invernale al Pilastro Ovest. Anche Česen aveva provato il K2 ed era stato respinto, anche se aveva portato a termine la via fino al punto in cui si riunisce allo sperone degli Abruzzi. Si era poi dedicato ad un programma altrettanto ambizioso sullo Jannu e sul Makalu vantandone il successo. Erano dunque motivate dalla gelosia le denunce di Ghirardini, per il fatto che Česen era riuscito a fare il grande balzo in avanti negli standard di scalata che lui stesso aveva provato ma non era riuscito a fare? È ovviamente possibile, ma dobbiamo comunque riconoscere che anche Ghirardini era uno che aveva provato ad effettuare ascensioni di difficoltà paragonabile a quelle di Česen e che sapeva benissimo cosa volesse dire tentare in solitaria una via estrema in Himalaya. Può davvero essere che la tentazione di inventarsi un’ascensione gli sia passata per la testa nei momenti di disperazione, da solo, al freddo, sul Makalu e che adesso lui pensi che Česen abbia ceduto a quella tentazione alla quale lui aveva saputo resistere? Ci furono alcuni momenti di tensione tra Tomo Česen e il francese. Tre anni prima della sua ascensione al Lhotse aveva partecipato ad una spedizione slovena al Lhotse Shar. Durante l’ascensione avevano condiviso parte della salita con un team francese con i quali poi finirono con l’aver discussioni per questioni relative all’uso delle corde fisse degli sloveni. Ambedue le spedizioni mossero critiche l’una all’altra nei loro resoconti. Ghirardini però era sempre stato un outsider, un cane sciolto rispetto all’alpinismo tradizionale e sembra proprio che la sua indignazione per quella che gli sembrò essere stata una frode da parte di Česen fosse più che altro un parere personale.

Quanto vantato da Česen ricevette sostegno da parte degli alpinisti americani Wally Berg e Scott Fischer. Questi avevano salito il Lhotse lungo la via normale un mese dopo l’ascensione di Česen. Una volta tornati a Kathmandu furono intervistati da Liz Hawley, una corrispondente della Reuters residente in Nepal e che da molti anni fungeva da cronista non ufficiale dell’alpinismo in Nepal. Parlarono con la Hawley dell’area di vetta, compreso della presenza di una vecchia bombola di ossigeno color arancione su una piattaforma appena sotto la vetta. Česen aveva detto di aver visto la stessa bombola. Berg sottolineò anche l’instabilità della piramide nevosa sommitale, che lui e Fischer avevano salita legati, convenendo sul fatto che non avesse alcun senso salire slegati, come nel caso di Česen. Berg non fu in grado di chiarire la controversia relativa al fatto se fosse possibile vedere il Western Cwm dalla vetta perché la cima era avvolta dalle nebbie e l’unica struttura che poterono in qualche modo percepire era il secondo corno, la vetta minore del Lhotse, che si trova dall’altra parte del canalone della parete ovest. Berg sottolineò che da quel punto, che Česen avrebbe dovuto attraversare per raggiungere la vetta, doveva probabilmente esserci una vista chiara verso il basso, sul Western Cwm. In questo modo il mistero della foto che guarda verso il Cwm avrebbe potuto essere risolto dal fatto che era stata scattata lì e non sulla vetta principale. Berg concluse l’intervista convinto del fatto che Česen fosse arrivato allo stesso punto in cui erano arrivati lui e Fischer.

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Non tutti, però, erano così sicuri e convinti. Reinhold Messner fece notare che c’erano state parecchie ascensioni del Lhotse e Česen avrebbe potuto facilmente venire a conoscenza di alcuni fatti basilari relativi alla vetta parlando con qualcuno. Messner, all’inizio, era stato un accanito sostenitore di Česen, che vedeva come un visionario che voleva fare un balzo in avanti negli standard e nello stile dell’alpinismo himalayano in un modo per molti versi simile a quello che lui stesso aveva fatto quindici anni prima. Propose il nome di Česen per il premio Leone delle Nevi da 10.000 dollari che lui stesso aveva istituito per le grandi imprese alpinistiche. Nel suo libro del 1991 Free spirit (edizione inglese) dedicò un capitolo agli exploit di Česen e spiegò come lui stesso vedesse la sua ascensione alla parete sud come uno dei pochissimi momenti di svolta nella storia dell’alpinismo. Nel 1992 Česen tenne una conferenza a Vienna durante la quale mostrò diapositive e le riprese fatte da Ravnihar sull’ascensione. Fu quella la prima volta in cui Messner e Česen si incontrarono e le cose non si misero bene per lo sloveno. Messner trovò che nei racconti di Česen ci fossero alcune incongruenze. Questi aveva parlato di tempeste, ma le diapositive e le riprese di Ravnihar mostravano solo tempo perfetto. Per Messner inoltre, era difficile credere che Česen non avesse fatto uso di assicurazione sulla parte superiore della parete. “Da tutte le sue risposte avevo la sensazione che ci fosse qualcosa che non andava” – disse Messner che ritirò la sua nomination di Česen per il premio Leone delle Nevi. Data la reputazione di Messner per l’alpinismo mondiale, questo fu un brutto colpo per la credibilità di Česen.

Česen si trovò di fronte un altro oppositore quando Viki Groselj, un membro della spedizione alla parete sud del Lhotse nel 1981, si trovò per caso tra le mani una copia dell’articolo che Česen aveva scritto tre anni prima per la rivista francese Vertical. Groselj era rimasto molto sorpreso dal fatto che l’articolo fosse corredato di fotografia, il tutto quando in Slovenia pressoché tutti avevano capito che durante l’ascensione lì non avesse scattato nessuna foto. Česen, in interviste rilasciate alla stampa locale, aveva detto perfino che “le mie sole prove sono le mie parole”. Groselj rimase ancor più stupefatto quando si rese conto che due di quelle foto erano state scattate da lui. Una era una foto presa da sopra gli ottomila metri durante il tentativo alla parete sud del 1981. L’altra, che mostrava la vista in basso verso il Western Cwm, era stata in realtà scattata da Groselj dall’altro versante della montagna e ad una certa distanza al di sotto della vetta durante la sua salita lungo la via normale della parete ovest nel 1989. Venne fuori che Česen era andato a far visita a Cveta, la moglie di Groselj, mentre il marito era fuori in spedizione, e le aveva chiesto di prestargli alcune diapositive per illustrare la via al Lhotse ad uno dei suoi sponsor. Dato che era un amico di famiglia, Cveta aveva permesso a Česen di portarsi via le diapositive senza fare troppe domande.

Groselj, che prima vedeva Česen come la stella dell’alpinismo mondiale, iniziò allora ad avere dubbi. C’era una terza foto, apparentemente scattata attorno ai 7500 metri che, sebbene non fosse delle sue, per Groselj era stata scattata da un altro dei membri della spedizione del 1981. La foto mostrava cornici con una struttura piuttosto simile a quelle che comparivano nelle sue foto. Gli sembrava piuttosto improbabile che quelle formazioni nevose avessero lo stesso aspetto di nove anni prima. Messo a confronto con Groselj, Česen ammise di aver preso a prestito le foto e di averle usate, ma negò di aver mai affermato che fossero sue, dicendo che il caos era derivato dai redattori di Vertical, che avevano indicato per errore che erano state scattate da Česen. Alle domande di Groselj relative al perché non avesse avesse segnalato l’errore subito dopo la pubblicazione delle foto, Česen diede qualche risposta che comunque non convinse Groselj. Questi cercò di sollevare dubbi tramite il suo club alpino in Slovenia, ma fu scoraggiato dal renderlo di pubblico dominio. Sembrava troppo pericoloso per la reputazione dell’alpinismo sloveno. Nonostante le pressioni Groselj decise di rendere pubbliche le sue denunce. Česen allora rilasciò una dichiarazione pubblica e apparve alla TV slovena per dire che lui non aveva fotografie della vetta, che mai aveva affermato di averne e che non c’era nulla di sospetto nell’aver fatto uso delle foto di Groselj. Nonostante ciò la gente iniziò a notare che il racconto sembrava non essere coerente con alcuni commenti che lui stesso aveva fatto nel 1991 per difendersi dai dubbi del team sovietico. In alcune interviste si riferiva alla foto di vetta (ovvero quella scattata da Groselj) dicendo “molti hanno visto questa fotografia. Non presenta alcun problema ed è a disposizione di tutti coloro che la vorranno esaminare”.

Tomo Česen. Foto: Manca Cujez
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Sfortunatamente alcune delle azioni di Česen sembravano avere il solo effetto di aumentare lo scetticismo attorno all’ascensione. Per esempio, diede l’impressione di cambiare il suo racconto durante la controversia relativa alle fotografie, che continuava a protrarsi. C’erano stati pochi dubbi sulla salita di Česen al K2 o sulla sua solitaria al Broad Peak, ma nessuna sulla salita al Yalungkang. E’ quindi uno che ha dato prova della sua capacità come alpinista himalayano di massimo livello. La questione quindi è: è riuscito ad ergersi con la testa e le spalle al di sopra del punto più alto, come si dovrebbe fare per poter dire di aver scalato le vie da lui dichiarate sul Jannu e sul Lhotse? Greg Child, lo scalatore australiano autore di alcune pregevoli ascensioni in Himalaya, ha scritto un articolo in cui presenta i fatti relativi alle dichiarazioni di Česen ed alle dispute che hanno fatto seguito. La posizione di Child è che è difficile tanto confermare quanto confutare le dichiarazioni di Česen.

A difesa di Česen ci fu una forte reazione da alcune parti della comunità alpinistica slovena. Dušica Kunaver, la vedova di Aleš Kunaver, il leader della spedizione del 1981 poi morto in un incidente di elicottero nel 1984, fu particolarmente attiva in questo dibattito in favore di Česen. In Slovenia la controversia sfociò in uno scambio di lettere sulla rivista alpinistica locale tra Dušica Kunaver e Viki Groselj.

Facendo considerazioni sulla credibilità o meno delle dichiarazioni di Česen è stato fatto notare che altre spedizioni “leggere” sulla parete, come quelle di Christophe Profit, Vincent Fine, Pierre Beghin e Michel Fauquet sono arrivate piuttosto in alto. Ciò, tuttavia, non dimostra altro che il fatto che non c’è alcuna ragione al mondo per cui un alpinista con le capacità di Česen non dovrebbe essere in grado di raggiungere la parte superiore della parete. Altrettanto rilevante è il fatto che alcuni scalatori davvero forti con credenziali eccellenti, come Krzysztof Wielicki, Jerzy Kukuczka, Nejc Zaplotnik, Andrej Stremfelj e Artur Hajzer siano arrivati a quel punto in stile da spedizione senza poi riuscire a portare a termine la via. Come ha detto Wielicki: “Il vero problema della parete sud del Lhotse è al di sopra degli 8000 metri”. A parte Česen, nessuno di quelli che ha attaccato la parete in stile davvero leggero ha mai raggiunto questa altitudine.

All’inizio la maggior parte degli scalatori di punta sembrò credere alle affermazioni di Česen, poi, però, molti hanno iniziato ad avere seri dubbi. La brevità dei suoi racconti sull’ascensione è un motivo di sconcerto. Pochissimo tempo dopo l’ascensione pubblicò resoconti in molte riviste d’alpinismo importanti, tra i quali  Mountain Magazine, Himalayan Journal e American Alpine Journal. Tutti questi resoconti sono però piuttosto simili e tutti brevi. Il giorno della vetta, che dovrebbe essere il momento apicale per una delle imprese più grandi in assoluto per la storia dell’alpinismo, viene risolto in un paio di paragrafi. Solo quattro righe descrivono i sessanta metri di passaggio chiave a 8200 metri d’altitudine. Sopra questo punto, nonostante lo scrittore stesso racconti dell’esistenza di un tratto ancora piuttosto lungo, c’è solo una breve descrizione della rimanente parte di scalata. Il terreno è descritto in modo alquanto vago. Ovviamente la mancanza di alcuni dettagli non sta necessariamente a significare che l’ascensione non abbia avuto luogo, ma si potrebbe andare a porre la domanda per quale motivo Česen non abbia fornito descrizioni più dettagliate dell’ascensione, vista l’assenza di prove fotografiche. In seguito è stato pubblicato un libro che è apparso in alcune lingue, tra le quali lo sloveno e l’italiano (Solo, Dall’Oglio, 1991), ma non in inglese. Si potrebbe pensare che un libro avrebbe potuto offrire a Česen l’occasione di andare a precisare al meglio i suoi resoconti, ma in realtà i nuovi dettagli, se ci sono stati, sono stati davvero pochissimi. Per esempio, nel libro, la descrizione del tratto che dalla fine del passo chiave va fino alla vetta viene risolta in circa 120 parole nella versione italiana del libro ed un resoconto all’incirca della stessa lunghezza è quello che risulta dal suo articolo per l’American Alpine Journal. E’ certo che gli stili di scrittura variano da scrittore a scrittore, ma questo è insolitamente succinto per la parte fondamentale di una ascensione così importante. Per contrasto, descrive la giornata dell’arrivo in vetta sullo Yalungkang nello stesso libro con dettagli ben maggiori.

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A sconcertare è forse anche la velocità con cui Česen è riuscito a salire l’ultima sezione. Pare che Česen abbia lasciato il suo bivacco a 8200 metri alle 5 di mattina. Da lì dev’essere salito, mettendoci all’incirca un’oretta, fino al tratto chiave, per passare il quale gli ci sono volute circa tre orette. Una volta risolta questa parte gli rimanevano da passare circa 150-200 metri di dislivello per uno sviluppo in lunghezza di circa 500 metri. Per passare quel tratto gli ci sono dunque volute circa 5 ore. Magari può anche sembrare non troppo veloce, ma va ricordato che il team di Misha Turkevich ha passato un sacco di tempo provando a salire la parte superiore del pilastro centrale da un punto molto più vicino alla vetta, eppure nonostante tutto ciò non è riuscito ad arrivare in vetta. Česen disse a Greg Child di aver traversato la cresta sul suo versante sud per restare riparato dal vento. Child fa notare che tutta la sua esperienza alpinistica, che è considerevole, gli ha insegnato ad evitare di salire al di sotto di cornici sul lato sottovento di una cresta. Queste aree sono soggette a rischio di valanghe provocate dal vento oppure di neve inconsistente profonda. Queste ultime condizioni sono esattamente quelle trovate da un team giapponese all’uscita dalla parete, anche se, dichiaratamente, in un’altra stagione. La ripidezza e la difficoltà di quel terreno risulta evidente dalle loro foto e la cresta prevede il superamento di numerosi saliscendi e di un pilastro roccioso (il secondo corno del Lhotse). Va ricordato che questo era un terreno simile a quello sul quale Vanja Matijevec e Franček Knez ebbero momenti di disperazione all’uscita dalla parete nel 1981. Questa parte del resoconto può essere vista come carente in credibilità e se abbia traversato o meno la cresta è esattamente quanto Bershov aveva contestato dell’ascensione di Česen.

Ma allora cos’è realmente successo? Ci sono quattro scenari principali: il primo, ovviamente, è che lui abbia fatto esattamente quello che dice di aver fatto e che quindi con ciò abbia compiuto la più grande ascensione di sempre e sia stato poi crudelmente giudicato male dai cacadubbi. L’unica critica per Česen sarebbe quella per aver fatto un resoconto dell’ascensione senza la quantità sufficiente di informazioni a sostegno. Il secondo è che l’ascensione sia stata una gran truffa premeditata. Come dice Greg Child vorrebbe dire che è partito ed è andato a nascondersi dietro ad una roccia per alcuni giorni, dopodiché se ne è tornato annunciando di aver fatto l’ascensione. Alcune persone sono arrivate alla conclusione che quanto è accaduto è stato esattamente questo. “Sappiamo tutti cos’è avvenuto sul Lhotse” – disse Viki Groselj al giornalista americano Ed Webster – “ma nessun ne vuol più parlare. Sappiamo tutti che ha imbrogliato. Aveva un piano premeditato per fregare il mondo. Me ne dispiace, perché il mio più grande desiderio è che gli sloveni riescano a salire quella parete”.

Ma davvero qualcuno andrebbe a commettere quella truffa premeditata, soprattutto uno che è riuscito a fare ascensioni come quella sua allo Yalungkang? Se la truffa fosse stata deliberata e premeditata, non si sarebbe dato la pena di costruirsi una storia migliore, più robusta e coerente? Se il tutto fosse stato solo una frode, non si sarebbe trovato semplicemente una scusa per non aver fatto le foto invece di andare a farsele prestare per poi cercare di spacciarle per sue, ovvero un qualcosa di piuttosto rischioso se avesse avuto la coscienza sporca?

La parete sud del Lhotse. La foto è tratta da 8000 metri di vita, di Simone Moro
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La terza possibilità è più intrigante ed è quella che Česen sia salito fino a molto in alto ma non fino alla cima. Supponiamo che Česen sia arrivato molto in alto sulla parete, forse addirittura fino alla cresta sommitale, come suggerito da Bershov. Se fosse riuscito a fare questo l’ascensione rimarrebbe una delle più grandi mai effettuate in Himalaya indipendentemente dall’avere raggiunto o meno la vetta. Se desse un resoconto convincente di questo tipo di ascensione la gente potrebbe accettarlo e lui potrebbe magari riuscire a salvarsi la reputazione tra i dubbiosi. Ovviamente non avrebbe alcun senso per lui “ammettere” di essere arrivato in alto e poi di essere tornato indietro se fosse in effetti arrivato davvero sulla vetta. Il quarto scenario è una variante del terzo nel quale sulla parete viene fatto un timido tentativo. Per uno scalatore delle capacità di Česen di certo sarebbe possibile scalare la parte bassa in solitaria alla stessa velocità in cui sono riusciti a passare prima Marc Batard e Christophe Profit. Poi, magari, in uno dei tratti difficili a metà altezza o proprio nel tratto chiave che aveva fermato il primo tentativo alla vetta nel 1981, ha deciso che era troppo rischioso ed ha fatto dietro-front. Forse ha capito, come aveva fatto Ghirardini prima di lui, di aver raggiunto il proprio limite, ma semplicemente non lo ha voluto ammettere.

Greg Child ha segnalato un certo numero di elementi di che non collimano del tutto nel racconto di Česen. C’è anche da chiedere per qual motivo Česen sia sceso dalla parete sud invece di scendere lungo la via normale del Lhotse. Per i sovietici scendere dalla stessa via era una scelta ovvia, visto che avevano una serie continua di corde fisse e di campi fino ad un paio di centinaia di metri dalla vetta. Česen, invece, non ne aveva mai piazzate e si era trovato a dover scendere l’intera parete con pochissimo materiale in loco. Per uno scalatore come Česen scendere lungo la via normale sarebbe stato piuttosto semplice. In quello stesso periodo erano presenti parecchie grandi spedizioni alla via del Colle Sud all’Everest (compreso un team americano che un paio di settimane più tardi andò a scalare il Lhotse) e così in caso di necessità avrebbe potuto avere aiuto. Avrebbe inoltre potuto perdere rapidamente quota ed allontanarsi dal vento del canalone della parete ovest piuttosto che dover riattraversare l’esposta cresta sommitale. Ma allora, perché non ha attraversato la montagna e non è sceso dalla via più semplice? Questo non avrebbe ridotto in nessun modo il valore della sua ascensione. Parecchi degli alpinisti che avevano tentato la parete sud in stile leggero avevano in mente questo piano, e tra questi ricordiamo Nicolas Jaeger, Fine e Fauquet, Batard, Kukuczka, Hajzer e Wielicki.

Yvan Ghirardini
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Durante le ricerche per questo libro ho parlato con molti di quelli che sono stati sulla parete. Alcuni di loro sono piuttosto scettici rispetto alle affermazioni di Česen. Ma ben pochi sono disposti a dir chiaro e tondo che Česen ha mentito sulla sua ascensione. Nonostante lo scetticismo di molti non sono del parere che si debba dire che Česen non abbia completato al sua ascensione. Mark Twight, che ad un certo punto stava pensando ad un tentativo alla parete sud del Lhotse, ha chiosato una analisi delle affermazioni di Česen dicendo che sentiva che doveva essere fornita una quantità di prove sostanziali ben maggiore per poter arrivare a confutare le parole di un alpinista. Cita un altro brillante scalatore sloveno, dicendo che “quando gli alpinisti rendono pubbliche le loro ascensioni ci crediamo basandoci sulla fiducia e sul rispetto. Io credo a Česen, ma non ho nessuna prova al riguardo e non voglio convincere nessuno”. E’ vero che a lui mancano prove concrete di ciò che ha fatto, ma ai suoi detrattori mancano prove concrete che non l’abbia fatto. Vladimir Karataev ha computo la prima o la seconda ascensione della parete sud del Lhotse a seconda del fatto se vogliamo credere o meno alle affermazioni di Česen. E Karataev ha pagato molto cara la sua vittoria con la perdita delle ultime falangi di tutte le dita e con parecchi anni di riabilitazione. Si potrebbe arrivare a pensare che lui sia uno propenso a dubitare dell’ascensione di Česen, ma nel 2008, quado gli fu chiesto se credesse all’ascensione di Česen rispose: Perché non credergli? Forse ce l’avrei fatta anch’io a salirla in solitaria!”.

Col passar del tempo la controversia su Česen ha perso di vigore ma non è per nulla finita nel dimenticatoio. L’alpinismo dovrebbe essere un’onorevole ricerca e sarebbe bello poter credere ad una persona basandoci semplicemente sulle sue parole. Questo però non sarà mai abbastanza per tutti e salvo il caso in cui riesca a produrre qualche nuova prova eccezionale in suo favore, Česen avrà sempre contro i soliti scettici, ma anche chi vorrà concedergli il beneficio del dubbio. Per gli amanti dei dati storici dobbiamo aggiungere che il duo ucraino (Karataev-Bershow) dev’essere considerato la prima cordata ad aver effettuato la salita confermata della parete.

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