Chiacchierando con Alpinismo Molotov

Chiacchierando con Alpinismo Molotov
intervista ad Alessandro Gogna del 7 aprile 2017
(già pubblicata su www.alpinismomolotov.org il 21 aprile 2017)

Alpinismo Molotov: All’inizio di quest’anno sul tuo blog hai pubblicato un post dal titolo L’Alpinismo è uno sport?. Nell’introduzione scrivi: «Mi guardo attorno e vedo che tanti vedono la montagna come teatro di ambizione. Una volta gli ambiziosi si ritagliavano uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; oggi, coloro che sono privi di fantasia non trovano più “novità” e quindi non gli rimane che esaurire il loro protagonismo nella competizione». A seguire un tuo scritto datato 1966, che definisci una “fantasia”, in cui quello che allora doveva risuonare come un racconto iperbolico sull’alpinismo a venire, appare oggi come un’inquietante visione realizzata dalla prima all’ultima immagine. Nel 1966, quando scrivesti quella “fantasia”, c’erano già dei segnali che facevano presagire questa china? L’alpinismo è oramai a tutti gli effetti uno sport preso nella spirale discendente della tirannia dell’Intrattenimento e dello Spettacolo?

Alessandro Gogna: Beh, che ci fossero degli elementi già presenti allora, questo è certo. Comunque la competizione fa parte dell’uomo e della donna, non vedo tra l’altro cosa ci sia di male in questo. Essere competitivi, volersi affermare, essere ambiziosi anche, questo è sempre stato… voglio dire, uno come Edward Whymper, se non era competitivo uno come lui… E stiamo parlando dell’Ottocento, quindi figuriamoci oggi. Perciò c’erano dei segnali, basta prendere anche solo uno scrittore come Giuseppe Mazzotti, quello che ha scritto La montagna presa in giro (1931) con quelle bellissime vignette… Già negli anni Trenta lui vagheggiava, dipingeva, questo possibile mondo (per lui scaduto evidentemente), una rappresentazione agonistico-sportiva di quello che era la montagna oramai ridotta a sfondo, puro sfondo, e non più, diciamo, protagonista; perché nell’alpinismo la montagna è la protagonista, non possiamo ridurla a sfondo. Io nel mio piccolo, con quello scritto, mi rifacevo a episodi, cose che avevo osservato, amici che magari non avrebbero mai confessato di essere competitivi, invece lo erano e tanto. Molto più di me, che già mi riconoscevo piuttosto ambizioso e competitivo, anche se non ho mai superato determinati limiti: ma c’era la competizione, c’era eccome. Sì, certo, non c’erano gli arbitri, non c’era il gioco o la gara con tanto di numero sulla schiena, quelle sono tutte cose inventate dopo… la mia è stata una fantasia che poi alla fine si è realizzata, indipendentemente dalla mia volontà. Ma i segnali c’erano già.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, va detto che nella società contemporanea un aspetto letteralmente macroscopico è quello per cui bisogna apparire anche soltanto per un secondo su un social network, vedere quante volte ci hanno cliccati… non parliamo poi dell’andare in televisione, o cose del genere. Già i social network riflettono quella che è la necessità d’affermazione della propria individualità, ma non dell’individualità intera: di una piccola parte della nostra individualità, cioè il nostro piccolo io. Queste persone, questi ragazzi, un po’ mi fanno pena per certi versi, perché quando vedi che non sanno da che parte sbattere la testa per galleggiare sopra delle acque che sembra quasi che li anneghi… ma questa però è una realtà, le acque li soffocano, questa è la sofferenza che ti fa impietosire nei confronti di queste persone che non sanno trovare nella creatività, perché non hanno neanche idea di cos’è la creatività, e che quindi si limitano a sfruttare quelli che sono dei mezzi che ti illudono, perché sono mezzi illusori. Mezzi veloci, facili, poco impegnativi, che ti illudono possano servire… come fosse quasi giocare al lotto, al totocalcio, no? Gioco che magari perdo ma magari anche vinco, alla fine hai giocato tutta la vita, hai speso un sacco di soldi, non hai vinto quasi niente e sei un’emerita nullità perché non hai voluto spenderti diversamente. Lo sport non è certamente questo, lo sport è un’altra cosa, ma si può piegare esattamente a questi meccanismi: quindi se abbiamo (come abbiamo) oggi il connubio sport e brama di apparire, le due cose che messe insieme sono esplosive. Esplosive in senso negativo, non in senso positivo, esplosive perché hai una catarsi negativa in cui l’individuo non esiste più, questo è quanto sta succedendo. Ci sono mille cose che uno poi può andare a indagare, perché, per come… certo, alla base c’è la nostra società, evidentemente. Più di qualcuno dice: non ci sono più guerre e quindi non c’è più modo di emergere, non c’è più neanche il lavoro e quindi non puoi più emergere nemmeno in quello. Allora veramente diventa difficile.

Una delle illustrazioni di Giuseppe Mazzotti tratta da La montagna presa in giro

Io comprendo perfettamente la difficoltà e sono contento di non aver vissuto la mia gioventù in questo periodo e mi domando come faranno certe persone. Io osservo le mie figlie, ovviamente, perché mi sono quelle più vicine, una ha 25 anni e l’altra quasi 23, vedo come stanno affrontando questo mondo. Lo stanno affrontando in un modo completamente diverso una dall’altra, e io speriamo che me la cavo insomma. Io non credo di far parte di quelle persone che dicono che ai miei tempi, ai miei tempi era meglio… io dico che ai miei tempi era più facile, questo posso dirlo, era più facile. Pur sembrandoci già allora difficile, era più facile di adesso. Perché adesso c’è questo nichilismo, non sei nessuno, non hai modi per emergere. Che modi hai?

Quando tutto è canalizzato, quando tutte le attenzioni vengono rivolte alla prestazione sportiva, sei già morto in partenza, perché o tu sei il primo, e allora va bene, ma già se tu sei secondo sei fottuto. Mentre invece nella creatività non sportiva, che dà importanza all’impresa alpinistica (per restare al solo campo della montagna e non intendo con impresa alpinistica il sempre più difficile quanto il sempre diverso) e alla ricerca, in quella modalità tu puoi in qualche modo sentirti vivo ed emergere, perlomeno di fronte a te stesso, non necessariamente nei confronti degli altri. Però questa è una scelta precisa che dovrebbe fare l’individuo e che la società non incoraggia a fare, perché incoraggia sempre in un’altra direzione: da una parte dice che non ci sono limiti, no limits; dall’altra ti impone tutta una serie di sicurezze… parlare di un ossimoro è poco! O non ci sono limiti, ma se non ci sono limiti allora cosa me ne frega a me della sicurezza? A cosa mi serve la sicurezza se non abbiamo limiti? Oppure devo andare in giro sicuro, almeno il più sicuro possibile, e allora vuol dire che i rischi ci sono. È veramente una presa per il culo questa… e bisogna rendersene conto.


Poi se tu riconosci dei limiti allora vuol dire che hai fatto delle scelte, hai detto: “ok, buttarmi giù dal Monte Brento con la tuta alare e andare a sfiorare le rocce per meno di un metro non lo faccio”. Per più di un metro sì, ma per meno no. È un limite che ti sei imposto, una scelta tua. E allora mentre tu – ho fatto un esempio banale, ma però vale anche per l’alpinismo come per mille altre attività umane – lì fai una scelta, allora eserciti la tua libertà; se io sono libero, necessariamente cresco, e quindi la mia responsabilità aumenta, si può dire che sono autoresponsabile, perché sono stato libero di fare una scelta e io mi sono imposto di fare una scelta. Tu mi puoi vietare tutto quello che ti pare, tutto mi puoi vietare: vengono giù 6 metri di neve fresca? C’è il sindaco del Grignone che dice “no, tu non puoi andare sul Grignone”, però in realtà l’unica cosa seria che dovrebbe succedere è che il sindaco dovrebbe dirti, quasi alla nausea, che ci sono 6 metri di neve. Non che è proibito, perché sei tu che devi decidere di non andarci, e se ci vai sei cretino. Proibire non serve alla crescita e all’autoresponsabilità. Poi, certo, è vietato uccidere, quello si sa e fa parte della nostra cultura, poi lo facciamo anche eh… però questa è un’altra questione. Avere limiti che ci siamo scelti, questo è essenziale. L’alpinismo non è così importante, però è una scuola: se tu cominci a rispettare dei limiti nella tua attività secondo me è salutare, perché la pratichi in maniera sana, responsabile e libera. Mentre invece se ti limiti a osservare i divieti che ti danno gli altri – e che ti fanno i sindaci, e che ti fa il CAI, e che ti fa il “giro” di persone che frequenti – non hai fatto una tua scelta, tu non sei libero. E non sei consapevole.

AM: Sappiamo che come noi sei molto preoccupato per il futuro dell’ambiente montano. Ci è parso importante che tu, come si evince da recenti dichiarazioni, individui punti di criticità anche al di fuori dei classici ambiti – quello turistico e speculativo –, introducendo un’ulteriore categoria nel dibattito: l’ecologia dell’ambiente in stretto rapporto con l’impatto dei frequentatori della montagna. Notiamo un importante spostamento di accento su questo aspetto – anche in un ambito più strettamente alpinistico – quando dichiari l’importanza di comprendere e discernere i casi in cui la montagna è sottofondo alle aspirazioni individuali e quanto invece è protagonista dell’esperienza. A tal proposito, un primo granello di sabbia che possa inceppare il meccanismo dell’appiattimento sulla dimensione sportivo/spettacolare/agonistica nell’alpinismo, tu lo individui nell’introduzione di una valutazione dell’impatto ambientale (VIA) nella realizzazione di una via alpinistica. Ci puoi spiegare meglio cosa intendi?

AG: Innanzitutto non mi ricordo esattamente quando ho detto queste cose, in quale forma e in che contesto… ma è vero che le ho dette. Riferito da voi però, adesso, mi ha subito un po’ impaurito il discorso sulla valutazione d’impatto ambientale, nel senso che io di certo non voglio, né pretendo, né desidero che in campo alpinistico vengano a crearsi spazi per attività quantomeno liberticide. Voglio dire, io non voglio la burocrazia che si porterebbe dietro questa cosa: che ci sia qualcuno, la commissione, che ti rilascia il certificato di VIA.

AM: Chiariamo: probabilmente il riferirsi all’impatto ambientale ha creato le basi di un fraintendimento. Tu, nell’articolo cui ci riferiamo, dici che sarebbe importante che si tenesse conto – non in forma burocratica, senza nessuna normazione – anche di questo aspetto nel plauso che la comunità alpinistica riconosce a un’impresa alpinistica…

AG: Sì, intendo dire che dovrebbe essere riconosciuto – senza andare a leccare il culo a qualcuno – questo particolare aspetto, cioè come una determinata via è stata fatta, aldilà degli aspetti sportivi, atletici e anche alpinistici (per dire in posti estremamente lontani, per esempio la Groenlandia): se ne deve tenere conto, andando a vedere come è stato affrontato il problema dell’ambiente. Ma non che debba esserci una commissione giudicante, semplicemente questa attenzione deve emergere dai tuoi racconti: io ho fatto questo, io non ho usato elicotteri, io sono andato con la canoa… qui invece ho usato la jeep… va bene… fine. Questo si fa molto di rado, ora si guarda l’impresa punto e basta, non si guarda come sei arrivato all’attacco, come sei tornato, eccetera. Poi sì, qualcuno è stato criticato perché preso con l’elicottero in vetta, ma allo stato attuale non perché si abbia a cuore la questione dell’impatto ambientale ma solo allo scopo di decurtare quello che era il valore sportivo dell’impresa: non è il principio di cui parlo.

AM: Alpinismo Molotov, nel suo manifesto, dichiara di essersi formato, tra le altre, sulle pagine di Gian Piero Motti, un nome indissolubilmente legato al Nuovo Mattino torinese. Questo gode tuttora, qui in Italia, di considerazione e di “alone mitico” pur non essendo stato né l’unico né tecnicamente il più avanzato tra i fenomeni arrampicatori italiani dell’epoca (pensiamo a Manolo/Mariacher e soci, alla Val di Mello, a uno scritto di Motti su Casarotto che, invitato ad arrampicare alle Courbassere in Val di Lanzo, passò disinvoltamente a prima vista i passaggi che soltanto gli “iniziati”, tra i torinesi, riuscivano a fare…), secondo te da cosa dipende?  Si tratta di ragioni storico/alpinistiche, ad esempio dal fatto di essere stato un gruppo o dal conflitto con gli ambienti CAI subalpini particolarmente sabaudi e asfittici?

Ha un peso anche una componente più “letteraria”, visto che attorno a quell’esperienza si scrisse e si scrive ancora molto (pensiamo a Motti, ma anche ad Andrea Gobetti, e a un ipotetico vantaggio mediatico dato dal fatto che per decenni le riviste di montagna italiane siano nate e vissute a Torino: Rivista della Montagna e ALP)?

AG: Il Nuovo Mattino è considerato nella storia dell’alpinismo, nella nicchia della storia dell’alpinismo, un po’ come potrebbe essere nella storia dell’arte il Rinascimento. Naturalmente son due cose molto diverse, una è molto grande l’altra molto piccola, però se ne parla in quel modo. Cosa è successo esattamente in quegli anni Settanta, (‘72, ‘73, ‘74)? È successo che l’alpinismo stava subendo come una specie di involuzione: si era avuto il grande alpinismo dell’epoca eroica degli anni Trenta, dei vari Cassin, Comici, Vinatzer, Gervasutti, Carlesso e tanti altri che adesso non sto a nominare, solo per parlar degli italiani naturalmente, e questo aveva veramente dato una grossa impronta all’alpinismo. Se prima era un’attività effettivamente riservata a pochi, negli anni ’30 è esplosa, arrivando all’attenzione di tanta gente, complice anche a un regime (quello fascista, ndr) che ci marciava sopra. Perché comunque erano gesta italiche e quindi andava bene. Con la conquista delle pareti nord ecco gli “ultimi problemi delle Alpi” e poi la guerra. Subito dopo la guerra c’è stato un attimo di pausa, era il momento della conquista delle grandi montagne himalayane, infatti l’Annapurna è stato scalato nel 1950 dai francesi, poi nel ‘52 l’Everest, nel ‘53 il Nanga Parbat, il K2 nel ‘54. In quegli anni era così. C’era cioè l’invasione dell’alpinismo in territori molto più distanti, e nello stesso tempo nascevano anche altre culture come poteva essere per esempio quella americana, arrampicatoria dico, con John Salathé e tanti altri alpinisti. Fu scalato il Naso del Capitan nel 1957, nel ’61 fu scalata la via Salathé, che non fu Salathé a scalare ma Royal Robbins, Chuck Pratt e Tom Frost, tra i migliori alpinisti americani del momento che a quel punto cominciavano anche a portare vento nuovo nelle nostre terre alpine.

Ma perché, dicevo, c’era come una specie di involuzione? Perché con questa attenzione abbastanza morbosa prima verso l’Himalaya del K2 – hanno suonato le campane in tutta Italia quando fu conquistato… – poi con le gesta di “eroi” come Walter Bonatti, come Hermann Buhl, come René Desmaison, per prendere un po’ tutta l’Europa, era nato anche il culto dell’uomo eroe, dell’uomo mito, da mitizzare in una società che doveva come minimo riscattarsi, doveva ricrescere ed era quella subito precedente al boom degli anni ’60. Questa era la situazione. L’alpinismo lì si è un po’ cristallizzato: quanto prima era stato creativo, in quegli anni si stava chiudendo. Io ve lo racconto perché l’ho vissuto, ero bambino, ragazzino insomma, e ho visto come funzionavano le cose, i vari CAI com’erano. Ora è tutto diverso, completamente diverso: l’atmosfera è cambiata. Allora, a Torino – che è appunto la città dove è nato il Nuovo Mattino – la Scuola Gervasutti, la mitica scuola di alpinismo Giusto Gervasutti, imponeva di dare del lei agli allievi, e agli allievi ovviamente di dare del lei agli istruttori. C’era la divisione maschi-femmine. Era, come dire… un sistema di gestione di quello che si riteneva essere la miglior forma di alpinismo, quella cristallizzata. Cioè: l’alpinismo si fa così. Io ero giovane, molto giovane e naturalmente ribelle per certi versi, e ho capito che c’era qualcosa che non mi piaceva. Questo lo paragonavo, nella mia intelligenza scarsa o gigante che fosse, alla libertà che avevo visto respirare nelle decadi precedenti, dove io non c’ero. In quegli anni ci si chiudeva, si stava su quello che era l’istituzione: la burocrazia, le forme… non parliamo delle riviste, le riviste erano una cosa… per pubblicare un articolo dovevi fare una domanda in carta bollata. Cioè, era una “mafia”, anche lì, culturale. Incredibile.

Tutto questo a un certo punto, nella zona piemontese, non è stato più sopportato dai ragazzi. Nella zona diciamo ligure, da dove venivo io, non era proprio così, ma quasi. In zona lombarda un po’ meglio… ma ricorderete la nascita del movimento dei famosi Sassisti della val di Mello, quasi un movimento parallelo a quello del Nuovo Mattino. Ma non si è andati oltre, perché lì era il punto dolente.

Nelle zone più orientali dell’Italia settentrionale, ma mettiamo dentro anche Brescia, quindi tutto il Veneto, con Verona, Trieste, Padova, Venezia, le cose non stavano così. Cioè, l’alpinismo dolomitico era un alpinismo che sostanzialmente si era preservato dall’istituzionalizzazione. Non aveva quella caratteristica per cui “l’alpinismo si fa così” e c’era molta più libertà. Da quelle parti era ben più noto il Mattino dei Maghi di Manolo! I ragazzi che andavano ad arrampicare sulle pareti delle Dolomiti avevano molta più libertà culturale di quelli che andavano ad arrampicare invece sulle montagne occidentali. Questa è un’analisi che io son stato costretto a fare: la sto facendo con gli occhi di adesso, però già allora evidentemente me ne ero accorto. Qualcuno se n’è accorto persino più di me, e si è anche un po’ arrabbiato, e ha cominciato a fare di testa sua.

Il Nuovo Mattino è nato un po’ in questo modo: andiamo a fare pareti dove nessuno ci rompe i coglioni, questo era il discorso. Dove nessuno ci viene a dire “ma questa via dovevate farla in questa maniera, questa dovevate farla in un’altra perché lì su questa montagna è stato fatto così e allora voi dovevate fare cosà”. Andiamo dove non è mai stato nessuno, andiamo sulle pareti di fondovalle – difficili – ma dove nessuna istituzione era mai stata a mettere il becco. Questo è successo. Poi è stato chiamato Nuovo Mattino perché Gian Piero Motti ha tradotto un articolo, che parlava tra l’altro di Yosemite, della California, di “new morning” e da lì è nato il Nuovo Mattino; ma non è che fosse un movimento cui bisognava aderire mettendo una firma, non c’era niente di tutto questo, non era un partito. Era molto non istituzionale. Nessuno avrebbe mai detto: “io sono del Nuovo Mattino”, nessuno, ma proprio nessuno lo ha mai detto. Ma neanche quelli più, come dire, quelli più coinvolti. Chi erano i più coinvolti? Beh, i nomi si sanno: Motti, Gian Carlo Grassi, Ugo Manera, Danilo Galante, Roberto Bonelli e tanti altri. Qui in Lombardia c’è stato Ivan Guerini. Poi ci sono stati i ragazzi di Sondrio: Jacopo Merizzi, Giuseppe Miotti, Antonio Boscacci che hanno creato questo ambiente libertario (chiamiamolo pure libertario). Mentre, appunto, nella zona orientale d’Italia di questo non c’è stato bisogno, e questo è un bene.

Uno dei tre chiodi a pressione piantati da Manolo sul Mattino dei Maghi (Totoga)

Quando io ho avuto l’idea che poi ha portato al libro Cento nuovi mattini mi ero detto: “beh, perché non fare un libro sul Nuovo Mattino, dove magari faccio vedere anche gli itinerari, mostro il modo nuovo di scalare, per esempio questa nuova mania di fare le cose in arrampicata libera…”, non si trattava di metterci in mostra, non eravamo né fortissimi, né allenatissimi, né super campioni. Semplicemente ci sforzavamo di evitare di attaccarci a questi chiodi, ed era una novità perché fino a quel momento nessuno l’aveva fatto. Tutti ci si attaccava tranquillamente al chiodo e si diceva magari che era sesto grado, magari lo era anche, perché poi oltre a quel chiodo chissà cosa c’era. Però, insomma, l’equivoco c’era, e grosso anche. Per cui, mi dicevo, cerchiamo di far vedere, magari in un libro, com’è questo tipo di arrampicata, no? Poi c’era Gaston Rébuffat che aveva la sua collana delle cento più belle salite sul Monte Bianco, sul Rosa, sulle Dolomiti, quindi ho detto facciamone cento anche qua, i Cento nuovi mattini… il libro è nato in questo modo. Ecco, io inizialmente volevo fare anche un secondo volume, avevo deciso appunto di fare prima la parte occidentale e poi di fare anche quella orientale. Non avevo capito che in realtà nella parte orientale tutto questo movimento non c’era. E avremmo dovuto portarcelo, ma anche portandocelo non sarebbe servito a nulla. Perché filosoficamente le persone che arrampicavano in quella zona, fino a Trieste, erano diverse da quelle che invece erano dall’altra parte. Quindi, dopo il successo di questo libro, ho preferito farne un altro: l’idea era di andare nel sud Italia e farne un’esplorazione comprese le isole – Sicilia, Sardegna e isole più piccole – che poi ho chiamato Mezzogiorno di pietra, lì era veramente esplorazione. Quando poi ho recuperato l’idea di pensare al secondo volume di Cento nuovi mattini, partendo da Bergamo e spostandomi verso est, perché la Grigna l’avevo già fatta nel primo volume, ho capito che stava succedendo qualcosa di veramente imprevisto. Da una parte ho capito che non c’era Nuovo mattino a est, dall’altra che proprio lì stava nascendo il fenomeno dell’arrampicata sportiva. Questo nessuno l’aveva previsto: bella o brutta, buona o cattiva, oggi la facciamo tutti, e ci si diverte. Non do qui alcun giudizio di merito. Dico che è nata l’arrampicata sportiva nel 1982-‘83, ed è nata prima a est che a ovest e questo ha, come dire, tagliato le gambe al Nuovo Mattino. Gliele ha segate. Perché il Nuovo Mattino era basato sulla filosofia del free climbing, cioè la filosofia del no spit, del no chiodo a pressione. Invece la filosofia dell’arrampicata sportiva dice esattamente il contrario. Così il Nuovo Mattino è morto, ed è morto giusto in quegli anni lì, ‘83-’84: era durato dieci anni. In quei dieci anni sono successe tante cose, sono dieci anni che hanno cambiato anche la storia dell’alpinismo, e piuttosto notevolmente.

Tornando alla vostra domanda, dunque: il Nuovo mattino non esisteva altrove e non aveva ragione d’esistere. Non è che non ci fosse perché non c’erano le persone brave ad arrampicare, c’erano eccome e anzi, probabilmente erano anche più forti. Prendiamo ad esempio gente come Enzo Cozzolino o Manolo… e non parliamo di Renato Casarotto… anche se lui è venuto leggermente dopo… perché stiamo parlando del ’72-’74 e quelli sono gli anni che contano del Nuovo Mattino. Il discorso non va impostato su un paragone tecnico, il paragone che si sta facendo è culturale: mentre a occidente avevano bisogno di affrancarsi da una schiavitù, a oriente non ne avevano bisogno. Vuoi anche per una cultura diversa, l’Absburgo da una parte, i Savoia dall’altra…

Motti, per esempio, non ha mai parlato di Piemonte, è un caso che lui fosse a Torino. A Motti non fregava un tubo che la “cosa” fosse nata a Torino, lui parlava in termini comunque generali… poi se era nebuloso era perché non voleva farsi capire ed è meglio così. Questi sono altri discorsi, perché se ci mettiamo a parlare di Motti e di quello che lui voleva dire aldilà del Nuovo Mattino stiamo qui due giorni a parlarne… Motti parlava in termini generali: la cultura del free climbing, la cultura dell’arrampicata libera, la cultura della bassa quota, del raggiungimento del proprio cammino personale che non era quello della vetta, ma era il cammino stesso… cioè, questioni di ampio respiro a partire dallo specifico dell’arrampicata.

AM: Hai poco fa citato l’introduzione alla prima edizione di I cento nuovi mattini (1981), lì è riportato che la finalità della guida era quella di «documentare un aspetto non più ignorabile dell’alpinismo» di allora, ossia l’affermarsi dell’arrampicata libera e i suoi riflessi sul «grande alpinismo» nel momento di contatto tra le «motivazioni ineliminabili e differenti» dei «mondi umani e culturali in cui si vivono le due esperienze». Nell’introduzione alla riedizione del libro (2016) dichiari «l’attuale inutilità pratica di questo libro», data dalla scelta di una riedizione al 99,9% fedele all’originale. Una scelta che spieghi con queste parole: «i grandi cambiamenti intervenuti nel mondo dell’arrampicata, ma soprattutto sul terreno roccioso o limitrofo, ne sconsigliavano la riedizione aggiornata, dovendo per questa non solo aggiornare in modo esageratamente significativo i contenuti, ma essendo necessario un cambio di filosofia generale tale da stravolgerne il primo significato». Da quanto scritto nelle due introduzioni in questi 35 anni tutto è cambiato, i mondi dell’alpinismo si sono moltiplicati, le loro relazioni si sono fatte più complesse. Ti chiediamo, questa edizione de I cento nuovi mattini è la guida di un mondo che non c’è più e meritava per questo di essere nuovamente resa disponibile, o c’è dell’altro ad averti spinto alla sua riedizione? In altre parole, che impatto pensi possa avere oggi tra il pubblico di lettrici e lettori?

AG: Dicendo che il Nuovo Mattino è morto credo di dire una verità, ma nel momento in cui dico questa verità esprimo un po’ anche il desiderio che non sia del tutto vero. E quindi ritengo che pubblicare nuovamente questo libro in questo momento forse potrà avere una sua logica, una sua importanza, perché magari qualcuno potrà vagamente ispirarsi e andare avanti per la sua strada con queste nuove cognizioni. Questa è una mia speranza però, non è che l’ho fatto per questo… l’ho fatto perché me lo chiedevano, perché me lo hanno sempre chiesto, in 35 anni me lo hanno chiesto veramente un migliaio di persone. E me lo hanno chiesto sia persone che anagraficamente hanno vissuto quella stagione sia quelli più giovani, di vent’anni più giovani. Tanti me lo hanno chiesto. Anche perché ci sono forme d’arrampicata anche oggi che richiamano il free climbing, come il trad, e anche lo stesso alpinismo oramai risente di questa mentalità: oggi si usano pratiche da Nuovo mattino e da free climbing anche in montagna. Questo prima non si faceva.

AM: Tu fai parte dell’Osservatorio per la Libertà in Montagna, che si propone di combattere il “securitarismo” strisciante in fatto di alpinismo, escursionismo e frequentazione “ricreativa” degli spazi naturali. A tuo parere, se e in quali modi esiste un nesso tra questo concetto di securitarismo e quello ormai dominante globalmente in ambito politico e sociale, che in pratica si traduce in controllo ossessivo e paranoico da parte dei poteri sulle vite degli individui e sulle loro libertà di opinione e movimento?
E ancora, questo securitarismo in montagna nasconde qualche tipo, al momento difficilmente immaginabile, di speculazione commerciale e di valorizzazione capitalistica?

AG: Il securitarismo in montagna è sicuramente un riflesso di quello dominante a livello globale, sì. Sul resto, si sono fatte associazioni e accostamenti che fanno pensare a un nesso con il commercio, io non li ho mai contraddetti più di tanto ma non è nemmeno che me ne freghi molto… io ho assistito a una scena micidiale al festival di Trento, perché stavano parlando, qualche anno fa, dell’ultimo modello di GPS e a un certo punto, dopo che aveva parlato quello, quell’altro, che avevano illustrato il funzionamento, e sembrava di essere a una fiera più che altro, il moderatore (cercando di concludere e guardando il pubblico) diceva che era ora di finirla che il signor Rossi non potesse andare dove cazzo voleva in piena sicurezza… “perché è ora di finirla, finalmente il signor Rossi potrà andare in totale sicurezza ovunque lui vorrà!”. Lì l’aspetto commerciale è evidente, no?

Adesso c’è quest’altra storia del GeoResq, praticamente te lo danno insieme alla tessera del CAI… io non ho il coraggio di dire che è una grandissima stronzata, nel senso che farà finire l’alpinismo. Allo stesso tempo mi dico che non si può predicare contro, saresti preso come un pazzo e irresponsabile, cosa che io non voglio perché non mi sento tale. Rispetto alla proposta di un “patentino” per la montagna uscita tempo fa, questa del GeoResq è più subdola. È veramente uno strumento potentissimo, in teoria dovrebbe esserci un minor sacrificio di vite umane, meno dispendio per le ricerche in elicottero della gente… ma è solo teoria. Un bivacco in cima a una montagna è vero che può salvare la vita a quelle persone che arrivano lì e non sanno più che cazzo fare per il maltempo, ma è altrettanto vero che tu su quella cima ci vai, con tempo già in partenza mediocre (la cosiddetta “finestra”), perché sai che c’è il bivacco. Questa del GeoResq è quasi inattaccabile, poi è chiaro che se il tempo fa schifo e manco l’elicottero può muoversi allora tu muori dove sei, anche se tutti sanno dove sei. È uno strumento che dà una botta notevole a tutto quello che è il discorso dell’avventura e della ricerca correlata all’avventura. L’uso del GeoResq è un’arma a doppio taglio, perché ti fa spostare oltre i tuoi limiti anche se non vuoi. E questo spostamento non è autorizzato da una vera e propria esperienza, è solo reso possibile da un acquisto.

E allora ha ragione Franco Micheli quando va in giro senza niente: attraversate senza GPS, senza bussola, senza cartina… Vai nella filosofia del togliere, quella che Mauro Corona continua a ripetere in televisione: come nella scultura tu togli e quando hai tolto e tolto materiale finalmente cominci a vedere qualcosa. Allora, anche qui, per avere una bella creazione devi togliere e non aggiungere. Trovo che questa sia un’osservazione giusta, magari non sempre, ma spesso giusta. Noi in alpinismo abbiamo cominciato a togliere, a togliere i portatori, l’ossigeno… e continuiamo a togliere. Ma nello stesso tempo continuiamo a mettere. È una schizofrenia. Quindi, che fare? Io, ragazzi, ho settant’anni, tutte non le posso affrontare… non mi ci metto, anche se vorrei che GeoResq non venisse usato.

AM: Il tuo blog è uno dei rari luoghi, non solo online, che assume e difende anche molto nettamente posizioni ambientaliste e in qualche modo “antagoniste” o “eretiche” a partire dall’andare in montagna fino a sconfinare a tratti in una critica della mentalità dominante, non ultimo grazie alla tua appartenenza fin dalle origini a Mountain Wilderness. Queste posizioni però non comportano da parte tua e di Mountain Wilderness una presa di distanza dal Club Alpino Italiano, che fino a non molto tempo fa poteva essere considerato un ente abbastanza conservatore e a volte anche reazionario. Questo cosa significa? Il CAI sta cambiando oppure non è pensabile, “logisticamente”, aspirare a iniziative “importanti” che riguardino l’andare in montagna standone fuori? Oppure, ancora, è comunque importante mantenere la propria azione in una dimensione che miri a coinvolgere tutta la comunità alpinistica, pur nella differenza di valutazioni e vedute?

AG: Beh, non è che non ho mai preso posizioni contro il CAI, non mi sono magari messo ad andare in giro con i cartelli, però ne ho scritta di critica costruttiva nei confronti del CAI. Specialmente nei periodi di alcune presidenze del sodalizio. Questa è una domanda che necessita di una risposta complessa: innanzitutto c’è il CAI nazionale e poi le singole sezioni, che sono tutta un’altra questione. Il CAI ha attraversato vari periodi, a seconda delle varie presidenze e in questo momento, secondo me, la presidenza è una presidenza felice. Nel senso che Vincenzo Torti si sta dando veramente da fare, con passione, e in una certa direzione, per cui finalmente ho assistito a delle prese di posizione da parte del CAI centrale. Che poi dopo, alcune sezioni continuino a fare quello che vogliono questo è un altro discorso, però lì, anche lì, bisognerà lottare perché fino a ieri le sezioni del CAI alloggiavano i “bridgisti”: per far soci prendevano la gente che giocava a bridge; oppure istituivano lo sci CAI, gente reclutata per andare a sciare in torpedone la domenica. Che soci del CAI sono questi? Sono contraddizioni che ho sempre denunciato, assieme a tante altre, fino a che a un certo punto mi sono scoperto a denunciarne meno. Ma perché evidentemente c’erano dei risultati, si vedevano dei progressi. Quando vedo, finalmente, un presidente del CAI che prende una posizione precisa contro l’eliski, e che più precisa non si può, e contro le motoslitte e il motocross, quando quello precedente faceva invece gli incontri con le associazioni motociclistiche…

Detto questo, è chiaro che devi un po’ calibrare secondo i tempi le cose, poi dipende da quello che succede insomma. Adesso, quando si è trattato di accettare che il sindaco di Alagna Valsesia facesse i matrimoni in cima alla Gnifetti e li facilitasse permettendo l’uso dell’elicottero per sposi, invitati, prete e testimoni, è arrivato il CAI che ha detto: “un momento, cosa stai dicendo? Il rifugio è mio e io non voglio che tu porti le persone in elicottero a sposarsi qua”. Quanto poi al fatto di rompere col CAI o non rompere, ho sempre cercato di evitarlo, ma questo per una mia predisposizione. A Genova dicono “ci sono persone a cui piace più una cosa rotta che una cosa intera”. Allora, c’è una cosa (che è il CAI) ed è stupido spaccarla… cioè, critiche va bene, dopodiché però non andiamo oltre. È un’associazione di gente che va in montagna e che io rispetto. Poi ci sono alcune vicende che proprio non possono passare, le appropriazioni indebite nell’ambito delle scuole di alpinismo e del soccorso alpino… Per queste vicende ci sono indagini e processi in corso. Il CAI non può tacere, né insabbiare. Questo per quanto riguarda gli illeciti, poi c’è tutto il discorso dell’ambiente, eccetera, dove trovi anche presidenti sezionali collusi con l’eliski. Tra i miei colleghi guide alpine c’è una piccola percentuale che per quattro soldi va a rovinare una professione. E’ indecente, e se glielo dici si incazzano. E io glielo dico.

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