Differenza tra responsabilità e consapevolezza

Attenzione all’uso delle parole!

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione filosofica di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male”. Ma può sembrare banale e anarchico, perché non rifuggiamo le regole ma le vogliamo declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e auto responsabilità. Quando il nostro esercitare un diritto si confonde con la volontà prepotente e infantile di far ciò che si vuole questo va a scontrarsi con le altrui libertà, mette a rischio altre persone, limita i diritti di terzi, e quindi cessa di essere un diritto, trasformandosi in abuso.

Libertà in montagna è quindi libertà di movimento ampliata dall’esercizio della responsabilità: che vuol dire preparazione, disciplina, individuazione del proprio limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione.

Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione: persino gli alpinisti di punta non dovrebbero limitare la propria libertà di scegliere per compiacere gli sponsor o per una qualsivoglia specie di sudditanza psicologica, soprattutto per la valenza di esempio di cui sono portatori. Il ruolo di tutti diventa di formazione, educazione e sensibilizzazione alla responsabilità.

La libertà è un diritto essenziale di ogni uomo, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. A regolamentare la nostra vita ci pensano già con molta efficacia e spesso con indiscutibile utilità e necessità i vari codici normativi. Individuiamo la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la padronanza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno di sfida. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di responsabilità del singolo.

Il rischio in alpinismo
Il rischio nasce dalla disparità tra uomo e montagna, come tra uomo e mare o uomo e deserti. Il rischio è elemento costitutivo dell’alpinismo e catalizzatore di libertà di scelta. Il rischio zero in montagna è una pura illusione che l’odierna società spaccia come raggiungibile. Il rischio in montagna va legato all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio è anche positivo elemento di opportunità e consente il percorso di evoluzione personale.

Dopo aver preso i dovuti accorgimenti per abbassare la soglia del pericolo, la piena comprensione del rischio aumenta la sicurezza globale. Questa comprensione del rischio può essere inquinata da una consistente “propensione” soggettiva al rischio, caratteristica di alcune persone, spesso inconsapevole e irrazionale. Propensione a volte esaltata dai media e dal mercato, confusa con la vera avventura.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta responsabile e rispettosa degli altri, nella matura accettazione che non esiste un diritto al soccorso sempre, comunque e in ogni condizione.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Stessa cosa per “auto responsabilità”. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che ho cercato di descrivere nei paragrafi precedenti; nella seconda, troviamo un significato molto minaccioso, quello della responsabilità giuridica.

Un vizio della società moderna è la ricerca obbligatoria di un responsabile per ogni cosa che accade, anche se questa è accidentale e totalmente indipendente dai comportamenti umani. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è né prevedibile né eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire o di far comminare una pena, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel mercato della sicurezza assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività.

Ecco che dunque risulta molto pericoloso l’uso della parola “responsabilità”, perché in sede di valutazione finale il giudice (interpretando la legge in modo assai restrittivo) si potrebbe aggrappare anche a questo: se uno si definisce responsabile, allora vuole dire che è responsabile anche di fronte alla legge, anche la più ingiusta, anche quella legge che in definitiva è liberticida.

Meglio dunque provare a sostituire la parola “responsabilità”, qui usata sei volte nei precedenti paragrafi, con la parola consapevolezza. Il significato non cambia e i rischi giuridici diminuiscono.

giudice1

postato originariamente su www.banff.it nel gennaio 2014

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