Divieti e responsabilità

I recenti divieti di frequentazione della montagna dopo le nevicate abbondanti dei giorni scorsi hanno provocato un gran discutere attorno al problema.

Partendo dall’ovvia constatazione che nessuno mette in dubbio la gravità delle situazioni, sia con riferimento all’insistente pericolo sia alla generale insufficienza d’interesse che il pubblico riserva ai bollettini e ai consigli degli esperti, vorrei fare qui il punto sulle diverse “filosofie” che sono alla base delle polemiche, e quindi alla base anche delle nostre possibili reazioni.
A questo proposito, due interviste apparse su MontagnaTV, la prima alla guida alpina Fabio Lenti, la seconda alla guida alpina Fabio Salini, esemplificano le diverse opinioni che caratterizzano il pensiero di una categoria professionale, con importanti ricadute sul pensiero dell’opinione pubblica e dell’Amministrazione.
In questo mio contributo cercherò di tenere ben distinti i legittimi interessi della guida alpina da quelli più generali dell’appassionato di montagna.

Grigna, O. Antonioli e Skippy in salita sul versante est del Grignone, 13.1.1974Salita al Grignone

Fabio Lenti afferma: “… (l’ordinanza di divieto) è intervento mirato per far sapere alla gente che in quel momento c’è un pericolo fuori dal normale. E nelle situazioni eccezionali bisogna intervenire, non si può star lì, tapparsi gli occhi e poi andare a recuperar morti. Bisogna dare un segnale, che poi va sui giornali, quindi se ne parla, e la gente alla fine si accorge che c’è”.

Prima di tutto occorre notare che vietare è una cosa, segnalare un’altra: nessuno si oppone ad alcun genere di segnalazione.
Fabio Salini osserva (riferendosi alla propria professione): “… (il divieto) può essere interpretato e utilizzato in futuro da altri Comuni. Le ricadute sono molteplici:
– limitazione geografica delle nostre gite alpinistiche e sci alpinistiche;
– nessun riconoscimento della nostra formazione di figura professionale;
– crea dei precedenti importanti che possono essere presi ad esempio da altri comuni che si vogliono lavare le mani dalle responsabilità sul loro territori”.
Salini, come guida, si sente mortificato: “… (dopo il divieto) ho pensato che il diritto di muovermi e di poter lavorare sul mio terreno veniva meno. Mi sono cadute le braccia, è stata una mortificazione. Ho dedicato tutto il mio percorso professionale cercando di apprendere conoscenze relative alla movimentazione sul terreno di avventura e da qualche anno a questa parte come istruttore delle guide cerco di trasmettere queste esperienze alle future guide alpine. Poi i sindaci emettono queste ordinanze che impediscono ai professionisti di svolgere la loro professione”.

Invece Lenti accetta il divieto e, riferendosi nello specifico a quello del Grignone, sottolinea quanto quell’ordinanza, con quelle condizioni da “possibile strage”, fosse doverosa: “Il sindaco quindi, che è responsabile della zona e anche dei cittadini, oltre a tutelarsi – perché se muoiono 30 persone il primo inquisito è lui, e gli verrebbe chiesto perché non ha fatto niente – ha deciso di emanare un’ordinanza per la sicurezza collettiva”.
Aggiunge che la guida, di fronte a un divieto, può sempre scegliere di andare con il cliente da un’altra parte.
Ma proprio quello che si vuole evitare è che ci siano altre ordinanze “da un’altra parte”. Lo sottolinea bene Salini.

Già, la responsabilità dei sindaci. E’ facile accusarli che le loro ordinanze siano il facile rimedio alle proprie responsabilità. Ma al di là di queste illazioni non provabili e inutili, quanta responsabilità hanno davvero i sindaci?

Se un sindaco potesse dimostrare di aver coscienziosamente avvertito delle cattive condizioni del manto nevoso, di aver premuto sulle redazioni dei TG regionali perché evidenziassero l’eccezionalità delle precipitazioni indicando la presenza del pericolo 3 o 4 su una scala fino a 5, di aver agito in passato favorendo la formazione dei propri concittadini, di avere nei fatti equiparato la figura della guida alpina a quella di altri pubblici ufficiali, di aver operato in modo che essa potesse tenere corsi nelle scuole, per insegnare che cosa sono il nord e il sud, cos’è un bosco, come orientarsi, cosa fare sulla neve… quanta discutibile responsabilità rimarrebbe ancora a carico dei sindaci?

L’accettazione incondizionata della pratica dei divieti comporta con sé la fondamentale riflessione che, in assenza di divieto, un pubblico disinformato e riottoso ai consigli interpreterebbe la montagna come del tutto priva di pericoli: in sostanza, se c’è divieto lo osservo, se non c’è posso andare dove e come voglio, sicuro che non mi succederà niente. Questo modo di pensare, purtroppo assai probabile, sarebbe pericolosissimo.

Ecco perché ci si oppone ai divieti, non è solo una questione di principio. Il principio della libertà è sacrosanto, ma nessuno può ragionevolmente pensare che non vi si possa porre limite. Il limite è una questione di buon senso, pertanto non può essere un divieto. Sempre Fabio Salini: “… questi divieti sono facili da emanare, ma non fanno cultura”.

Una mia osservazione: bene hanno fatto i sindaci, nel disporre le ordinanze di divieto di questo primo mese del 2013, a non seguire l’esempio del sindaco di Livigno che dispose, a parte qualche perdonabile errore nella costruzione della frase, con ord. n. 34 del 24 aprile 2012 – Prot. 8504 cat. II/1 fasc. 10, successivamente revocata con ord. n. 48 del 16 maggio 2012: «dalla data odierna e fino alla revoca della presente, all’interno del territorio comunale di Livigno (SO), è vietato lo sci fuori pista in ogni sua specialità, ad esclusione delle guide alpine italiane e straniere abilitate (art. 4 della Legge 2/1/1989, n 6 ”Ordinamento della professione della guida alpina” e degli artt. 20-26 ”Regolamento regionale 6/12/2004 n. 10”) e delle persone accompagnate dalle stesse, sotto la responsabilità delle medesime guide alpine».
L’ordinanza metteva esplicitamente in atto una discriminazione fra gli utenti “esperti” della montagna prevedendo una deroga al divieto esclusivamente per le guide alpine (e le persone da questi accompagnate) e non già per tutti i soggetti dotati di idonea (o analoga) preparazione tecnica (si pensi all’alpinista esperto e che, tuttavia, non abbia la qualifica di ‘guida’).

Infine Fabio Lenti affronta direttamente il problema della limitazione alla libertà: “La libertà delle persone termina dove inizia quella degli altri. Se uno resta dentro la valanga, la mia libertà dovrebbe essere quella di non andare a rischiare la vita per tirarlo fuori, invece (come soccorritore) devo andare”.

A mio parere ciò di cui si dovrebbe discutere è proprio il cosiddetto obbligo che ha il Soccorso Alpino di operare. Chi ha stabilito che c’è un obbligo, sempre e comunque? Chi ha detto che la squadra di soccorso debba partire comunque, in qualunque condizione? Nessuno, presumo. Chi va a soccorrere condivide la stessa passione della montagna di colui che è soccorso, per questo lo fa, non per obbligo. Se no, che volontario sarebbe?

E poi c’è il discorso dei costi. Lenti sostiene che sarebbe giusto che proprio chi è stato soccorso debba sobbarcarsi i costi dell’operazione, per non gravare sulla comunità. E cita anche il caso di Trentino e Valle d’Aosta dove non si paga un ticket solo nel caso che il soccorso sia anche infortunato.

Domanda: se nessuno si è mai opposto al fatto che la comunità sostenga i costi sanitari dell’alcolismo, o della circolazione stradale, incomparabilmente maggiori di quelli degli incidenti in montagna, come mai ci si accanisce? Viene purtroppo da pensare al giro economico-sanitario che si andrebbe a turbare, ecco perché è meglio che il cane possa continuare a dormire senza essere molestato. E l’accostamento delle due valenze economiche potrebbe pure spiegare perché finora nessun sindaco ha ancora proibito sul suo territorio la pratica dell’eliski, quand’anche purtroppo permessa dal regolamento regionale.

Lenti e Salini concordano pienamente sulla necessità dell’informazione e della formazione.
Lenti: “Noi alla Casa delle Guide abbiamo un bollettino e un numero da chiamare per dei consigli che sono gratuiti! Ma (alla gente) non  viene nemmeno in mente di chiamare. E’ proprio una cultura che manca”.
Salini: “La formazione sarebbe interessante farla partire da molto lontano. Dalle scuole materne e dalle scuole primarie come viene fatto in altri paesi. Questa sarebbe una proposta interessante. Uno o più progetti pilota che potrebbero portare avanti, in collaborazione con le guide alpine, proprio i Comuni che si sono distinti per i divieti. Viviamo ai piedi delle Alpi, sarebbe un passo avanti per la cultura delle nuove generazioni”.

Salita al Grignone

Grigna Settentrionale (Grignone), in salita sul versante est (13.1.1974)

Originariamente postato su www.banff.it il 10 febbraio 2014

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