I confini dell’avventura

I confini dell’avventura

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort***, disimpegno-entertainment***

Il 2 giugno 1989, si teneva a Trento, nell’ambito del Film Festival, il convegno I confini dell’avventura, ideato dal direttore Emanuele Cassarà. Con la moderazione di Lino Matti, erano relatori Fosco Maraini e Alberto Salza.
Tra le testimonianze ci furono quelle  di Giovanni Badino, Enrico Camanni, Nello Charbonnier, Luigi Costa, Reinhold Messner, Cino Ricci, Pierre Sicouri e Alfonso Vinci.
Proponiamo qui la relazione portante di Fosco Maraini, seguita da due testimonianze: quella di Alfonso Vinci e quella, decisamente visionaria, dello speleologo Giovanni Badino.

Relazione di Fosco Maraini
Cari amici, mi fa molto piacere essere qui con voi e sono veramente commosso di poter parlare in questa interessante occasione. Il tema è vastissimo, talmente vasto che fa veramente tremare le vene ai polsi. Dirò subito che ho un piede ben sicuro nel Club Alpino, al quale appartengo sin dal 1926 (molti di voi non eravate nemmeno nati a quell’epoca), quindi posso forse liberamente esprimere delle eresie come alpinista! La prima eresia è questa: che mi fa moltissimo piacere vedere seduti al nostro tavolo degli speleologi, degli scrittori (naturalmente), dei velisti, degli aeronauti, quindi delle persone che hanno affrontato e affrontano l’avventura in campi completamente diversi da quello del sesto, settimo, ottavo grado degli strapiombi di roccia o delle pareti di ghiaccio. Perché l’avventura non è, ovviamente, legata soltanto alla montagna, è qualche cosa che riguarda l’intero quadro delle attività umane, anzi si può dire, come ha affermato giustamente Lino Matti, l’intera vita.

Dinanzi a noi sta l’avventura finale, più vicina a noi vecchi, più lontana da voi giovani, cioè quel limite che non nomino neppure, ma che rende tutta la vita un’avventura, in quanto siamo circondati dal mistero. Definire, parlare e cercare di entrare in questo concetto di avventura è estremamente difficile. Se guardiamo i dizionari, cosa che ha fatto anche l’amico Alfonso Vinci, troviamo numerosissime definizioni, ne cito una a caso, quella del Battaglia: avventura: vicenda impensata o inconsueta; avvenimento singolare che si vive in condizioni eccezionali o strane. Molto generica, estremamente generica. Ma vediamo alcuni grandi autori, per esempio il Boccaccio dice: “… chi di perdere la propria vita si metteva in avventura”. Ecco tocchiamo qui un tema cui farò cenno tra un minuto. Un testo fiorentino del Trecento dice: “da ora innanzi m’abbandono e metto in avventura e ciò che fortuna mi donerà sì n’abbia”. Molto bello questo. «Ciò che fortuna donerà così ne abbia». Quindi accetterò quello che mi verrà dal caso, nella vicenda in cui mi metto! Proprio come Bepi De Francesch che avanzava su strapiombi che lo portavano sempre più in fuori, da cui non poteva ritornare, senza sapere per altro quello che ci sarebbe stato dopo. Mi pare che in questo tema vastissimo, addirittura amebico, che ci sfugge da tutte le parti, si possano fermare tre punti. Anzi vorrei dire che io qui non cercherò di dare delle risposte. Quelle le attendo da voi! Getto semplicemente tre sassolini nello stagno, e vediamo dalle onde che si formano cosa nasce.

Emanuele Cassarà, direttore del Festival di Trento

Tutti conoscete lo haiku giapponese: “l’antico stagno, la rana vi si butta, il suon dell’acqua”. È il famosissimo haiku di Basho. Bene, il primo dei tre sassolini è questo: oggi 1989, undici anni dal 2000, tutto ciò che si poteva fare è stato fatto; qualsiasi montagna del mondo si voglia affrontare ha le sue carte, ha le sue guide, ha i suoi itinerari ben definiti. Abbiamo visto ieri sera nella proiezione dei film a cosa è ridotto l’Everest. L’Everest, che 35 anni fa era ancora un problema insoluto, oggi è una specie di gigantesco attrezzo sul quale gente di tutti i paesi del mondo può radunarsi sulla cima, in gruppetti addirittura di 10-12 persone. Forse, in un certo senso, più che per gli alpinisti, l’avventura sussiste ancora per coloro che praticano il mare, dove non ci sono itinerari stabiliti o descrizioni metro per metro delle difficoltà che si incontrano; nel mare ci si lancia veramente ancora in un elemento infido, in un elemento sconosciuto. Dunque il punto, il sassolino che vorrei gettare è questo: l’avventura, il concetto di avventura è finito o è ancora valido? Non do una risposta, mi sembra ovvia la risposta, ma non la do. Questo è il primo sassolino, e spero che ci risponderete con le vostre esperienze e con le vostre riflessioni. Un altro punto molto importante su cui ho sentito dibattere spesso è questo: il concetto di avventura implica il rischio mortale o no? Cioè, si può avere autentica avventura se non c’è un rischio mortale? Il legame tra rischio mortale e avventura in un certo senso è ovvio. Però si può concepire un’avventura senza rischio mortale, e si può concepire un rischio mortale senza avventura? Quali sono le relazioni fra rischio mortale e avventura? E anche qui vorrei lasciare a voi le possibili risposte. Infine c’è un terzo punto che è molto importante, forse è il più importante di tutti, ed è questo: per avventura dobbiamo intendere soltanto prestazioni fisiche, o anche esplorazioni mentali, esplorazioni spirituali, indagini difficili, pericolose nel mondo dello spirito umano? Qui vorrei ricordare, così tanto per dare dei punti di confine a questi nostri orizzonti vastissimi, dei grandi italiani, forse a voi in parte sconosciuti, ma che sono stati straordinari «avventurieri», e che andrebbero ricordati molto più spesso.

Trento, 1989. Alberto Salza, Lino Matti, Fosco Maraini e Leonardo Bramanti

Uno è Matteo Ricci, morto nel 1610, che riuscì dopo difficoltà durissime, fisiche anche, a penetrare in Cina, allora ermeticamente chiusa agli stranieri, e fondò la moderna sinologia. Padre Ricci seppe irrompere nel mondo sospettoso, difficile, ostico, d’una Cina del Seicento, e a installarsi presso la corte imperiale cinese come interprete del mondo occidentale. È vero che i cinesi lo valutavano soprattutto in quanto abile definitore di calendari – guardate che cosa curiosa! -, però sempre grandissima avventura fu quella di quest’uomo, che riuscì a impadronirsi della lingua cinese, e del pensiero cinese, a tal punto da scrivere opere che ancora oggi vengono ricordate nella storia della letteratura cinese sotto il nome di «Li matu» (cioè Ricci Matteo}. Un altro grandissimo italiano, di un’epoca un tantino più tarda, fu Ippolito Desideri. Ippolito Desideri (1684-1733), gesuita, riuscì a penetrare nel Tibet, quando nel Tibet non si andava con viaggi organizzati, quando nel Tibet non c’erano le strade tracciate dai cinesi e gli ostelli costruiti da cinesi, e lì veramente Desideri superò formidabili difficoltà fisiche perché penetrò nel Tibet dal Ladakh, percorrendo tutta la valle dello Tsang-po in pieno inverno. Cosa doveva significare nel 1720 attraversare il Tibet? Chissà che scarpe aveva Desideri, chissà che vestiti, chissà come riusciva a superare quei freddi, l’isolamento quasi assoluto. Ebbene riuscì, non solo a penetrare nel Tibet, ma a imparare il tibetano così bene da scrivere in questa lingua delle opere che sono ancora adesso riconosciute nella letteratura tibetana. Straordinario «avventuriero» fu pure padre Umberto De Nobili (1577-1656) il cui campo d’azione fu l’India del Sud. Anche lui s’impadronì d’una lingua ignota e difficile, il Tamil, e d’una filosofia di cui allora s’ignorava tutto, l’Induismo, a tal punto da essere ancora oggi ricordato come un guru (maestro) d’altissima fama.

Dunque anche qui abbiamo avventura come opera, come azione dello spirito, come prestazione del corpo e della mente. Naturalmente oggi tutto questo è molto più facile, infinitamente più facile, in quanto ci si sposta in poche ore da un punto all’altro del mondo senza alcuna difficoltà. E ci sono dizionari, c’è il linguaphone. Però è sempre una grande avventura quella di poter penetrare nel modo di pensare degli altri. E questa particolare avventura credo sia ben lontana dall’essere esaurita. Siamo, sì, più vicini fisicamente gli uni agli altri, siamo, sì, molto più mescolati e compenetrati, però (e lo posso dire per esperienza personale poiché passo metà del mio tempo fra l’estremo Oriente e l’Italia) il muro di idee che ci separa dagli orientali, dai cinesi dai giapponesi, dai coreani, dagli indiani, è ancora quasi completamente intatto. Quindi avventura in questo senso ne avremo per generazioni! Ecco, adesso io ho gettato i miei tre sassolini. Avventura esaurita o no? Avventura uguale pericolo di morte? E infine quali sono le relazioni tra avventura fisica e spirituale, quali sono le relazioni fra queste due sfere?

Testimonianza di Alfonso Vinci
Io penso che l’argomento di cui stiamo discutendo giustamente, come ha detto Fosco Maraini all’inizio, sia di tale vastità, di tale profondità senza limiti per cui lo si potrebbe definire confusione. E un argomento che l’uomo ha creato o crea con la sua dialettica attribuendolo alle tante categorie umane per facilitare lo scambio, la vita culturale con i propri simili. Però per queste categorie, quando uno le avvicina di più, succede esattamente quello che comunemente si dice, quello che dicono gli esploratori in Sud America: che tutte le Cordillere, tutte le montagne da lontano sono azzurre ma una volta in mezzo, da vicino, ognuna prende il suo colore e nessuna è azzurra… Voglio dire che non si riesce mai a definire una categoria: è preferibile lasciarla così in uno stato piuttosto informe. Ecco perché nascono le difficoltà: più uno cerca di approfondirne l’analisi e più sprofonda come in una sabbia mobile.

Trento 1989. Reinhold Messner, Pierre Sicouri, Cino Ricci, Alberto Salza, Lino Matti e Fosco Maraini

Ma torniamo all’avventura che oggi è diventata argomento di uso consumistico. L’avventura può essere vista da parecchi lati, come un cristallo con molte sfaccettature e può essere interpretata con significati differenti. Ad esempio: ultimamente sta diventando di moda «l’avventura come scopo», l’avventura come modo di vita, modo di vita che alla fine si coniuga con la politica e partorisce i vari Rambo e tutto ciò che è inerente a tale figura. Quindi l’avventura a priori, la posizione mentale di essere un avventuriero finisce nella pura retorica e quindi non è nulla. Un altro modo per cercare di definire l’avventura potrebbe essere quello di considerarla sotto l’aspetto di insufficienza tecnica – naturalmente in una forma da spiegare e rivisitare. Perché? Se io mi pongo davanti al problema di scalare una montagna oppure di attraversare una foresta, scendere un fiume di cascate o affrontare un mare procelloso, ecc… meno mezzi tecnici posseggo e più tutto diventa avventuroso. Tanto che finisce nel suicidio. Abbiamo visto nelle foreste gente sparire, morire, essere inghiottita, come si dice, dalla foresta perché mancavano degli elementi, dei principi elementari per sopravvivere in un ambiente del genere. Quindi dicevo: insufficienza tecnica. Più perfeziono i miei mezzi tecnici e tecnologici meno avventura corro.

Tutto questo mi dà un po’ l’idea che il mondo moderno vada contro l’avventura. Noi invece siamo uomini che hanno i piedi nel passato e la testa nell’avvenire. Perciò molte cose le ragioniamo – non voglio dire con i piedi – ma abbiamo ancora delle forme mentali, delle emozioni che sono del secolo scorso e cerchiamo di applicarle a dei concetti più moderni, a delle trasformazioni esistenziali attuali. Cerchiamo di incastrare a forza le forme del futuro nelle vecchie forme che abbiamo radicate in noi. E allora tutto il concetto, tutte le definizioni o lo spirito di ciò che si dice «avventura» entra un po’ in questa meccanica. Penso a quest’altra faccia dell’avventura ed esemplifico: mi pare che oggi lo spirito di avventura sia paragonabile a quello del viandante che deve percorrere un tragitto: sulla sinistra ha una ferrovia, sulla destra una autostrada, nel mezzo però c’è una striscia incolta, piena di sassi e cespugli. L’uomo viandante sceglie di stare nel mezzo e di percorrere questa striscia selvaggia ritenendo così di vivere un’avventura. Ma questa avventura è forzata: si cerca cioè di forzare un modo di esistere attuale vivendolo secondo norme antiche. Anche nella lettera inviataci dal Comitato organizzativo del Convegno, che ne illustrava le linee maestre, si dice che ci sono sempre stati uomini che hanno voluto trasgredire la vita normale.

Trento 1989. Enrico Camanni e Alfonso Vinci

Però io questa scelta non la chiamerei avventura ma “impresa”. L’uomo vuole fare un’impresa non un’avventura: e più impresa fa meno avventura è. La stessa affermazione è valida per chi possiede più mezzi tecnici non intesi solo come l’aeroplano o l’elicottero, ma anche come mezzi psicotecnici.

Ad esempio nell’alpinismo certe prestazioni attuali minimizzano quelle che si facevano una volta, quando io ero ragazzo, perché non sono solo frutto di perfezionamento tecnico, di chiodi, di corde, ecc., ma sono anche un fatto di evoluzione psichica dell’uomo che a forza di contatti con la natura, con la natura selvaggia, con le difficoltà sviluppa un adattamento psicologico a un ambiente e ciò indica maggiore aderenza a questo ambiente, meno paura, meno terrore. Ci si spiega come il primo uomo che scalò il Monte Bianco vedesse cose mostruose che nella realtà non esistevano, ma esistevano invece dentro di lui. Questo lo rileviamo nelle riproduzioni grafiche dell’epoca. L’adattamento psicologico ha eliminato tutto questo mondo fantastico, che veniva definito infernale. Un altro aspetto ancora per approfondire la differenza fra impresa e avventura: ad esempio decido di fare un’impresa, l’attraversata del Borneo come in effetti ho fatto qualche anno fa. Uno pensa che l’attraversata del Borneo sia una grossa difficoltà che implica grandi avventure. Non è vero: non implica assolutamente niente. Implica una determinazione mentale che ti fa pensare solamente: io mi decido per questo viaggio e sto seduto in una barchetta per giorni interi, poi attraverso un fiume, poi cammino e attraverso delle montagne, come noi faremmo qui alla domenica con i bambini.

Naturalmente l’ambiente nuovo può creare l’avventura. Io faccio un’altra volta la stessa attraversata, come mi è successo, faccio naufragio in una cascata, sono nudo su uno scoglio, non ho da mangiare, ci sono le sanguisughe che mi succhiano, ecc… allora ho corso l’avventura. Ecco che torniamo al serpente che si morde la coda: l’avventura è anche insufficienza tecnica.

Un altro aspetto che vorrei analizzare è (e questo è molto importante e si può collegare molto bene con lo spirito odierno dell’ecologia): il concetto di avventura come prodotto della cultura occidentale. Perché? Torniamo al Borneo. Io ho fatto l’attraversata del Borneo e ho fatto una grande avventura. Ma lì ci sono delle popolazioni che ci vivono e fanno l’attraversata tutti i giorni. Allora quelli sono eroi? No, non sono assolutamente eroi.

Altri che vanno nella penisola di Kola o nella Kamčatka, dove la temperatura va a 50°-60° sotto zero attraversando queste regioni con le jeep bianche, fuoristrada, pensano di vivere una grande avventura, mentre là c’è della gente che normalmente vive come si vive nelle città. È più che altro un insulto che si fa a queste popolazioni, non un’avventura. Vorrei dire che l’avventura nel concetto moderno prevalente è uno dei tanti detriti dell’antropologia occidentale come l’imperialismo, il colonialismo, ecc… È il nostro spirito di uomini occidentali che ha trovato il mondo come sua area di gioco. E allora tutto ciò che c’è in questo mondo fa parte del proprio ambito mentale e ludico.

Testimonianza di Giovanni Badino
Mi riallaccio direttamente alle tre questioni poste da Maraini. Nella prima si chiedeva se è o non è finita l’avventura. Io credo di no. Soprattutto però credo che essa sia sempre stata un fatto deviante, raro sia fra alpinisti che fra speleologi e raro in qualunque altro gruppo umano, i tagliatori di teste ad esempio: è sempre una ristrettissima minoranza quella che la pratica davvero mentre la maggioranza vuole, in sostanza, fare delle “belle esperienze”. Ecco distinguerei fortemente fra “avventura” e “bella esperienza”: quest’ultima è qualcosa d’inusuale per l’individuo che ce l’ha, interessante e nuova per lui, che utilizza guide (sia persone fisiche che libri) per ripetere qualcosa già fatto da altri.

Questo tipo di “avventura commercializzata” sfrutta il fatto che noi non abbiamo sviluppato capacità per vivere in ambienti estranei, il Borneo ad esempio, e che quindi per noi andarci è cosa impegnativa e che ci fa sviluppare nuove capacità. Per l’abitante del Borneo, che le capacità di star laggiù ce l’ha, la sua giungla sarebbe invece un posto dove rilassarsi dopo essersi avventurato, ad esempio, ad attraversare una strada di Milano. Noi però siamo finanziariamente più solidi, quindi siamo noi che andiamo laggiù mentre nessuno ha interesse che i tagliatori di teste vengano in vacanza a Milano.

“Avventura” invece per me è ben più che «bella esperienza individuale», è esplorazione, tentare qualche cosa di mai tentato, fisico o mentale. È un fatto raro, molto raro (per questo si può ogni tanto credere che sia morta), è esercizio di una élite della quale, per far l’esempio dell’alpinismo, fanno parte solo i pochi che aprono nuove irreali vie, hanno idee, creano. Naturalmente a lungo andare anche gli esploratori si stancano, per loro quell’attività tende a cadere nella routine ed essi rischiano di finire per pensare che l’esplorazione sia morta, mentre essa si è semplicemente spostata più in là di dove sono loro. L’avventura non si ferma mai: da milioni di anni l’umanità trova incessantemente cose da “scoprire”.

Intesa in questo senso secondo me l’avventura è molto ben rappresentata nei dipinti di Jean-Georges Inca: c’è l’omino che sembra perso in un paesaggio cinese, c’è la vetta molto ben definita che si mostra essere un semplice, banalissimo luogo geografico come potrebbe essere il centro di Torino. Fra i due c’è la cosa fondamentale, lo scopo della scalata dell’omino, quelle nebbie, quei seracchi: l’avventura, appunto.

A queste rappresentazioni lego anche le mie esperienze personali di esplorazioni dell’interno dei monti. A chi mi chiede quale sia lo stimolo dell’andare in grotta io spesso rispondo che è lo stesso che fa desiderare esplorare lo sfondo di certe incisioni di Gustave Doré: quei paesaggi fatti di picchi e pareti e valli inaccessibili, che fanno desiderare andarvi a vagare, a «percepire se stessi là in mezzo». Ecco, chi sente quello stimolo può ben capire cosa spinge un uomo a esplorare gli inattesi, incredibili mondi sotterranei.

Adesso la speleologia si sta spingendo anche oltre, al di là di quella che normalmente è “conquista” geografica di certi definiti luoghi geografici: ora ci stiamo spingendo a esplorare le fluttuanti grotte all’interno dei ghiacciai. I grandi ghiacciai, stiamo scoprendo in questi anni, hanno una struttura interna complessa, con reti di gallerie, pozzi, laghi, canyon. Mondi che sembrano essere molto grandi, e molto difficili da percorrere. Li abbiamo intravisti in ghiacciai alpini e tropicali, forse riusciremo a vederli in quelli polari.

Ecco, la speleologia in genere ha in sé una delle spinte primordiali della specie umana, quella della conquista dello spazio fisico; nel caso della speleologia glaciale è sublimata, è diventata qualcosa di simile alla conquista di uno spazio «astratto»: sono luoghi che si demoliscono e si riformano. Voi scendete laggiù, sfidate i grandi problemi tecnici che si pongono a chi voglia entrare nel nucleo di un ghiacciaio, trovate delle gallerie: ma non le ritrovate mai più perché si chiuderanno e poi si riformeranno. Sono Ukiyo-e, immagini del Mondo Fluttuante. Scendervi cessa di essere una conquista territoriale per diventare la conquista fisica di un luogo mentale: si può utilizzare anche il nucleo di un ghiacciaio per esplorare la propria testa.

Ora finalmente mi riallaccio alla seconda domanda di Maraini: l’avventura implica il rischio? Quel che penso è che il rischio ci sia sempre perché “avventura” implica «inusuale», e questo è sempre rischioso, come del resto è sempre vero che le cose rischiose divengono inusuali appunto perché rischiose.

Ma, per l’avventura, non porrei tanto l’accento sul rischio di farsi male, di morire. Morire è sorte plebea, ci toccherà tutti. L’esploratore corre invece un altro rischio, quello di “perdersi”: si inoltra in territori mentali o fisici ignoti e lì si può «perdere».

Chiarisco questa idea con esempi dalla mia esperienza. In grotta si percepisce molto fortemente questa sensazione di “inoltrarsi” e di “perdersi” via via, soprattutto nelle grandi solitarie, grandi discese nelle quali accumuliamo dietro di noi difficoltà sempre più grandi che saranno più difficili da superare in salita di quanto lo siano state in discesa. Ecco, lo speleologo solitario inoltrandosi mette dietro a sé difficoltà psicologiche che lo separano dal resto dell’umanità, si mette in uno stato psicologico di immersione, di allontanamento sempre più grande. Qualcuno poco fa ha detto «nelle profondità dell’Antartide»: eccoci al punto, lui associava all’idea di inoltrarsi nell’ignoto quella di immergersi nel profondo, l’allontanarsi, e proprio quella è l’avventura. E in essa è ben reale il rischio di «perdersi», sebbene in genere il problema pratico del perdere la strada buona in realtà sia inesistente. Perdersi. In letteratura ce n’è un esempio che direi definitivo: l’Ulisse di Dante, che su questo dice l’ultima parola. Ulisse si va a perdere: per lui e i suoi compagni il problema della morte è totalmente irrilevante, tanto che il racconto si conclude non con la loro morte ma con il grandioso richiudersi del mare sopra di loro. Ma oltre a questo c’è dell’altro, perché Dante va a toccare il fatto che l’avventura è qualcosa di lento, non è una situazione angosciante, di azione rapida tipo l’imminenza di una caduta: nell’immersione avventurosa si hanno lunghi periodi di contemplazione, forse anzi la maggior parte del tempo la si passa a guardare se stessi inoltrarsi.

Anche questo lo ritroviamo nel poema quando ci narra che «tutte le stelle già dell’altro polo vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso che non surgeva fuor del marin suolo”. Perdono la Stella Polare, la base dell’orientamento, che addirittura si immerge nel mare ma loro continuano ad avanzare in queste quiete notti. Mi chiedo: nella loro impresa è significativo il rischio, loro hanno paura di morire? Assolutamente no, è un fatto irrilevante. Anzi in un certo senso essi sono già morti. Il punto qualificante è il continuare a inoltrarsi, il loro progressivo perdersi. Ma ora lasciamo l’archetipo Ulisse e finalmente veniamo al terzo, conclusivo punto: perché fare avventura? Cosa cioè spinge l’individuo «deviante», avventuroso e, soprattutto, cosa spinge la specie a spingerlo? La specie umana ha un grandissimo interesse a mantenere viva una sua piccola sezione deviante che esplora, verifica la realtà, tenta strade nuove: si avventura. Basta guardare il mondo moderno per vedere che a forza di sacrificare individui avventurosi e tentare vie nuove siamo andati parecchio lontano, forse sin più di quello che la nostra preparazione mentale ci permette di sopportare. Non siamo più tranquilli animali da preda della savana perché, unici del mondo animale, incessantemente giochiamo, anche da adulti. I cuccioli degli animali giocano per addestrarsi dove sono: acquisiti i dati fondamentali smettono, e sono adulti. Noi, o almeno alcuni di noi, continuano a porsi strani, in genere irrilevanti motivi di gioco, di esplorazione: il ritorno di questa impostazione per la specie nel suo insieme è stato colossale, forse appunto più di quel che possa sopportare.

Nell’esplorazione metto, naturalmente, anche l’avventura della mente, l’arte (non moltiplicata), la scienza (non la sua sezione ripetitiva del già assodato): l’attività creativa originale, che dalla avventura fisica si distingue solo per alcuni dettagli secondari.

Anche l’avventura della mente è rischiosa e nello stesso modo: il rischio pratico assume forme del genere del rogo ma, di nuovo, il rischio fondamentale è “perdersi”. Gli avventurosi del pensiero spesso sono persi per la comunità, dunque, situazioni permettendo, salgono sul rogo. Anche in questo caso il rischio di morte è poco rilevante: Giordano Bruno non è, in fondo, minacciato dalla morte se non in modo relativo perché ormai lui si è allontanato avanti nel tempo, si è «perso» per chi accende il rogo. Anche questa è, strettamente, avventura. La specie dunque nel suo insieme respinge te che esplori perché la tua attività non è inseribile nei soliti schemi quotidiani, sei destabilizzante: quanti esploratori ad esempio hanno avuto la sensazione che molti nel loro “pubblico” fossero in attesa che il loro ardire venisse punito con la morte? Tanti, credo, ed è logico: il morire di chi esplora rasserena chi non osa farlo. Si crea così un’ambiguità perché la specie umana fa anche in modo di favorirti, di tollerarti: ti spinge perché conquisti nuovi territori mentali che forse domani si riveleranno infinitamente ricchi. Sei in avanscoperta. In sostanza sei sacrificabile. Esplora – non destabilizzare: è la posizione ambigua della specie che si riflette spesso anche nei singoli individui che compongono il pubblico delle esplorazioni: ammirazione-attesa della morte. La contraddizione è presente anche nell’esploratore. La sua attività è essenzialmente sociale, almeno a lunghissimo termine, cioè si allontana dagli altri individui per poterli favorire un domani. Il suo personale punto di vista invece in genere è ben diverso, anzi di massima lui è irritato dal fatto che sta aprendo la strada ad altri che lo seguiranno dando per ovvi e acquisiti quei territori, per di più corrompendoli rispetto alla loro attuale purezza originale. La finalità individuale dell’esploratore, sia esso speleologo, fisico, biochimico o velista, non è il bene dell’umanità (che, anzi, in genere lo irrita con la sua ovvietà) ma la possibilità di percepirsi in equilibrio con ambienti estranei e inauditi. Vedi te nei quadri di Inca, attraversare le seraccate, vedi te dentro un ghiacciaio, ti vedi pensare un nuovo punto di vista nella scienza, ti vedi sull’Antartide su un pallone: ti vedi avanzare oltre ai confini. E scopri che, incredibilmente, una parte di te è già in equilibrio con l’inaudito, qualcosa in te era già pronto. Credo sia questa, di tutte, la cosa più straordinaria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*
Website