I peccati di Sasso Scritto

I peccati di Sasso Scritto
(foto di Thomas Peccianti)

Sulla costiera del Romito, nei pressi di Calafuria e poco a sud della città di Livorno, il litorale è caratterizzato da alcune pareti di arenaria che si affacciano sul Mar Tirreno immediatamente sotto la statale Aurelia. Parliamo di Cala del Leone e di Sasso Scritto.
I primi a farvi esercitazioni sono stati i militari, già subito dopo la seconda guerra mondiale. Negli anni Sessanta alcuni arrampicatori livornesi hanno aperto qualche itinerario senza la pretesa di creare percorsi di arrampicata sportiva che allora non esisteva neppure.

Qualche anno fa il giovane Thomas Peccianti ha ripreso in mano queste rocce e, con un lavoro di almeno due anni e mezzo, è riuscito a creare una serie di brevi ma deliziosi percorsi, un po’ di tutte le difficoltà. Negli ultimi tempi, diffondendosi la notorietà di questa falesia, anche altri climber hanno dato una mano all’apertura di altri itinerari.

L’ambiente è suggestivo e, ovviamente, ambito anche dagli amanti della tintarella e della spiaggia libera, cosa che ne complica la frequentazione fuori dalla stagione invernale.

Il 15 aprile 2017 il quotidiano Il Tirreno, edizione di Livorno, a firma f.s. (e contemporaneamente on line, vedi qui), esce con l’articolo intitolato Chiodature e scalate al Sasso Scritto (con sottotitolo Sos di alcuni bagnanti: è un pericoloso scempio, abbiamo già fatto diversi esposti).

In arrampicata a Sasso Scritto (le Placche Rosa)

Ecco il testo:
“Un esposto è già sul tavolo del Comune. Altri su quelli della capitaneria di porto e del prefetto: i bagnanti di quell’angolo di paradiso lungo il Romito sono determinati a «salvare», come dicono loro, la scogliera dal Sasso Scritto dalle tante chiodature da alpinismo disseminate su alcune pareti di arenaria a picco sul mare. «Queste persone vengono con trapani da muratore con punte di 30 centimetri e cominciano ad ancorare i picchetti su intere pareti di scogliera per le arrampicate: è un pericoloso scempio da fermare, spesso smuovono anche massi che cadono», racconta Marco Paganucci, il frequentatore della discesa numero 12, al Sasso Scritto. Paganucci racconta che sabato scorso (8 aprile) una trentina di climber si sono dati appuntamento là per arrampicare. «Più di una volta noi bagnanti ci siamo lamentati con queste persone che, non curanti del fatto che spesso siamo investiti dai sassi che cadono sulla scogliera sottostante mettendoci in pericolo, dicono che lo possono fare e tutti i bagnanti per non rovinarsi la giornata sono costretti ad andarsene», si sfoga.
«Questi climber oltretutto pubblicizzano il posto sui siti senza alcuna remora: qui vengono da tutta Italia». La questione è nota anche in Comune. «Quelle rocce, in geologia, si chiamano macigni: la parte superficiale, attaccata continuamente dai marosi, è molto vulnerabile» spiega il responsabile della Protezione Civile Leonardo Gonnelli «Chiodare una scogliera del genere è molto rischioso». Subito dopo Pasqua gli uffici preposti organizzeranno un sopralluogo proprio alla discesa 12. Un occhio a facebook: c’è un gruppo a tema “climbing Sasso Scritto”. E pure sul web un gruppo di arrampicatori ne parla nei dettagli e si legge: “Un avvertimento importante: la roccia è notoriamente fragile e data la vicinanza al mare è opportuno valutare lo stato di conservazione degli ancoraggi (http://www.falesiaonline.it/falesia/sasso_scritto.html, NdR)”.

Questo articolo ci informa che sta nascendo un nuovo caso di difficoltà di accesso con probabili futuri divieti, in un contesto di frizioni tra stakeholder diversi nella falesia del Sasso Scritto. Prepariamoci a seguirne gli sviluppi.

Già il 4 marzo 2017 la polizia locale, chiamata da qualche bagnante, aveva chiesto le generalità a Thomas Peccianti mentre stava arrampicando sulla falesia di Cala del Leone. La sera lui scriveva su facebook: «Nonostante tutti i reati impuniti, commessi e in corso presso la scogliera livornese ormai da anni, con segnalazioni ed esposti, mai presi in considerazione, è stato deciso di cercare di punire chi ha creato vie di arrampicata per tutti a proprie spese con soldi, tempo, fatica e anni di lavoro. Evidentemente il reato da punire è aver messo in sicurezza tutta la scogliera, portato via spazzatura ovunque e aver portato a Livorno uno sport all’aperto altrimenti impraticabile, che oltraggia Cala Del Leone, mentre al Sasso Scritto a un km di distanza, con il doppio di vie presenti sul solito territorio demaniale no, lì vanno bene. L’accusa nei confronti di uno dei presunti chiodatori è danneggiamento ambientale, alla fine rufola rufola qualcosa hanno voluto inventare ma non sono per niente preoccupato anzi. Chissà, forse incoscienza, esperienza, informazione e conoscenza oppure un avvocato con le palle, comunque sarà interessante portare avanti questa precisazione, dato che su terreno demaniale, siamo sicuri sia una cosa assurda e immotivata. Nel frattempo vi lascio un testo di un mio caro amico veterano dell’arrampicata e chiodatore da oltre 30 anni: “Caro Thomas è la prima volta in assoluto che mi capita di sentire queste cose, sono curioso ma non stupito. Noi viviamo in Italia, e questo già è sufficiente per comprendere tutta questa storia. Danneggiamento ambientale? Su quali basi? Per aver ripulito e messo in sicurezza le falesie? Tienimi informato e continua a lottare, ciao”».

In arrampicata a Sasso Scritto

All’indomani dell’uscita dell’articolo, ecco un altro post di Thomas Peccianti (16 aprile, ore 22.55): «L’articolo non fa una piega, manca solo di specificare che il luogo è frequentato da maniaci molestatori, inquinatori, spacciatori che praticano atti osceni e nudismo (vietato dalla legge) anche davanti a minori, in luogo pubblico. Furti con vetri infranti alle auto parcheggiate sulla strada, danneggiamenti alle protezioni delle vie, fatte con sudore e materiale pagato da altrui per la comunità. Le pietre veramente pericolose, sono state disgaggiate anche per la sicurezza di tutti quelli che transitano sotto la falesia per qualunque motivo e non parliamo di sassolini, zona quindi anarchica e non frequentabile da famiglie, persone normali e civili a causa di questi piccoli problemini anarchici, dove le forze dell’ordine non intervengono e non sono mai intervenute. Poi per il resto va bene, ci dispiace che non possiate più fare questi reati in santa pace, dato che ora è presente la comunità arrampicatoria, buona fortuna, spero che la zona venga interdetta, così vi sposterete a fare i vostri reati e oscenità da un’altra parte, noi non molliamo. Attenzione ai maniaci della zona, le pietre più grosse e pericolose sono state disgaggiate, buon proseguimento…».

Il 19 aprile 2017, alle ore 21.40, Peccianti risponde a Giovanni Vespia che si chiede dove sia scritta l’illegalità della chiodatura e della frequentazione arrampicatoria: «… il divieto di chiodare o arrampicare in territorio demaniale non esiste, pagina bianca, mancante, in Parlamento non è stata scritta, proprio perché le persone possano svolgere tale attività. Le persone in questione stanno facendo i finti civili, le vittime, perché lì non ci vogliono nessuno, perché considerato loro e abusivamente reso tale. Le persone normali non possono scendere in quel tratto di costa, perché vengono molestate o devono assistere in silenzio ad atti osceni. Nonostante le vecchie chiodature ideate dai militari del dopoguerra, adesso danno noia le attuali ripristinate, messe a nuovo e quelle presenti in più in un luogo che da sempre è di arrampicata, da prima di loro. Tutte le rocce franano e sono pericolose, dal tufo al granito, al marmo a cosa vuoi: un geologo non approverà mai alcuna falesia, sono i chiodatori a metterla in sicurezza per tutti ma non sono maghi, i sassolini in alcuni casi cadranno sempre e non sono macigni, come specificato per comodo da loro, i macigni cadono solo in casi di incidenti, anche senza la presenza dei climber, anzi di più. Sottostare sotto le rocce è pericoloso in generale, meno pericoloso dove sono presenti vie di arrampicata. E Cala Del Leone? Che fine ha fatto? E gli esposti che sono stati fatti sui reati svolti in tali luoghi, dove sono finiti? Perché non fanno i controlli? Mai fatti nemmeno su chiamata, mai intervenuto nessuno. Loro non vogliono salvare un angolo di paradiso, loro vogliono salvare il posto dove svolgere reati con nessuno presente.

Sasso Scritto, Parete Principale

Sasso Scritto, Settore Nascosto

Lì c’è posto per tutti, ci entrerebbe mezza Livorno, per non parlare poi dei settori evidentemente impraticabili per loro. Quello non è un angolo di paradiso, quello è l’angolo del maniaco, dei reati e dell’inquinamento: ma per quelli, ispezioni mai fatte. Mettiti un tappo al culo e vai a farci un giro, c’è gente che si masturba guardandoti, facendo finta di pisciare, persone molestate scortate da noi fino alla strada, ne ho viste di tutti i colori, potrei raccontarti per giorni, quindi come vedi la legge di fronte all’ignoranza, al menefreghismo e all’inadempienza non funziona. Vedremo… intanto un occhio al culo e uno alle macchine parcheggiate (possibilmente metterle lontano)».

Cala del Leone

Considerazioni
Thomas Peccianti ci informa che i pervertiti sono solo a Sasso Scritto. Cala Del Leone è un’altra questione, simile, ma con bagnanti normali. Dunque a noi sembra che la scogliera di Sasso Scritto sia di tutti e ci sia posto per tutti, ad eccezione di coloro che compiono atti osceni in luogo pubblico. Questi però si confondono con i bagnanti, dunque c’è da sospettare che siano loro a portare avanti questa triste assurdità, per certi versi anche comica, solo perché non vogliono essere disturbati in un tratto di scogliera che pretendono sia loro, dato che alle famiglie normali è preclusa la frequentazione per via delle oscenità.

Sasso Scritto, il Masso Staccato

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