I Social influenzano le decisioni sulla neve

I Social influenzano le decisioni sulla neve
di Jason Blevins (jblevins@denverpost.com)
(pubblicato su www.denverpost.com il 10 ottobre 2016)

BRECKENRIDGE – Un video di Emery Rheam ci mostra dei teenagers che fanno acrobazie nella neve polverosa di una zona di distacco valanga sul Teton Pass (Wyoming). Nel centro conferenze di Breckenridge, sono circa mille le persone che vi assistono: sono nivologi e guide alpine che si sono incontrati lì per l’annuale International Snow Science Workshop (ISSW). Tutti trasalgono e mormorano scuotendo la testa.

Quei ragazzi, dice la Rheam, hanno fatto a gara giù per il pendio e hanno postato online il loro exploit, alimentando una partita di esagerazione che li mette in competizione non solo uno con l’altro ma con la rete intera. E’ uno scenario che si gioca nel social virtuale che però ha tali conseguenze nella pratica da impensierire gli educatori e chi si occupa di previsione di valanghe.

E’ troppo facile per la vecchia generazione condannare i social media. Ciò è davvero normale per istruttori e previsori di una certa età che spesso giudicano male ciò che vedono nei filmati o su Instagram, Facebook o Twitter.

Scott Toepfer, a destra, ripercorre la tragica valanga del 20 aprile 2013 dello Sheep Creek (vicino al Loveland Pass, Colorado). Foto: Helen H. Richardson, The Denver Post.
LOVELAND PASS, CO- APRIL 21, 2013: Scott Toepfer, right, makes his way towards the debris field and site of the avalanche at Sheep Creek near Loveland Pass on Sunday, April 21, 2013. He and two other members of the Colorado Avalanche Information Center carefully deconstructed the area of the deadly avalanche that killed 5 snowboarders on Saturday afternoon. The trio did what is called a fracture line profile at the crown of the avalanche, or where the hard slab avalanche broke off. They are looking for weak layers in the snow pack to help discover what contributed to the avalanche. . The avalanche was on the western flank of Mount Sniktau and happened around 2:00 pm on Saturday. (Photo By Helen H. Richardson/ The Denver Post)

Dire che questi ragazzi sono solo un branco di idioti, è l’approccio sbagliato” ci dice Scott Toepfer, un previsore del Colorado Avalanche Information Center “Bisogna educarli e quindi bisogna portarli a comprendere che è davvero figo saperne di più sulle valanghe e sulla sicurezza”.

Negli USA ogni anno muoiono circa 27 persone per valanga. Il Colorado è di gran lunga il paese più “mortale”, con 62 morti registrati tra il 2005 e il 2015. E tra i 270 morti in Colorado, a partire dal 1950, la grande maggioranza è costituita da persone di circa 29 anni, l’età nella quale l’uso dei social media è al suo picco.

I social giocano una parte fondamentale nel loro prendere decisioni” dice Emery Rheam, una ragazza di 16 anni di Jackson (Wyoming) che ha studiato gli sciatori più giovani per come questi vedono la sicurezza di fronte alle valanghe “ma il terreno sul quale sono, quello che possono raggiungere e sciare, alla fine vince”.

L’istruzione sulla sicurezza da valanga è a un bivio. Gli esperti che erano soliti preoccuparsi soltanto che gli appassionati di backcountry e sci potessero abituarsi a riconoscere la struttura della neve, le condizioni meteo e il terreno, ora devono considerare anche i modi con i quali gli onnipresenti filmati, fatti con i cellulari, con la GoPro o con altri sistemi di documentazione, stanno facendo pressione sugli stessi appassionati quando devono prendere delle decisioni.

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Questo fenomeno dei social ha davvero aggiunto complessità al messaggio che la previsione valanghe deve dare” dice Toepfer, ricordando quelle poche volte in cui, giungendo alla fine di qualche cresta, aveva trovato sciatori che si preparavano alla discesa postando foto online “Oggi lo vediamo sempre più spesso. E’ un misto di tecnologia del gioco e scienza: una sfida tremenda”.

Il prestigioso ISSW, un seminario che annualmente riunisce dozzine di scienziati di fama mondiale che portano relazioni approfondite e casi da tutto il mondo della neve, per lungo tempo si è focalizzato sui dati concreti come la previsione del tempo, l’analisi dei cristalli di neve o nuove strumentazioni. Il workshop è tornato a Breckenridge dopo 24 anni di assenza, giusto quando sulle montagne del Colorado è caduta la prima neve della stagione 2016-17, formando lo strato di neve che determinerà la stabilità degli strati successivi fino alla prossima primavera.

Nell’ultima decade il seminario è andato oltre la scienza specifica, affrontando temi di comportamento e di psicologia con i relativi esperti, visto che un crescente numero di incidenti rivelava che backcountry travelers, pur ben preparati e addestrati e spesso in azione in gruppo numeroso, quando erano su terreno valangoso prendevano decisioni sbagliate.

La valanga di Sheep Creek, 20 aprile 2013 (5 vittime)
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Quegli incidenti, incluse la valanga di Tunnel Creek del 2012 che uccise tre persone e quella del 2013 che dal Mount Sniktau rovinò sullo Sheep Creek vicino al Loveland Pass e che fece cinque vittime, avevano costretto gli istruttori ad andare oltre a quegli aspetti dell’escursione in zona pericolosa che possono essere sotto controllo, come l’analisi della neve, la scelta dell’itinerario e le previsioni del tempo: verso capacità di prendere decisioni, difficili da insegnare.

Quest’anno si sono ascoltate relazioni non solo di studiosi della neve, ma anche di neurologi, studiosi del comportamento e psicologi nella certezza che la capacità intuitiva di prendere decisioni in fretta sia essenziale per ridurre il rischio. Una variabile importante come la meteo, il terreno e la stratigrafia del momento.

Travis Brock, direttore dell’Eldora Mountain Resort Ski Patrol. Foto: Jeremy Papasso, The Daily Camera.
Avalanche003.JPG Eldora Mountain Resort Ski Patrol Director Travis Brock skis past an avalanche danger sign near the Moose Glades while heading out to do avalanche mitigation with the rest of his team on Wednesday, Dec. 24, at Eldora Mountain Resort in Boulder County. Jeremy Papasso/ Camera

Nel 2002 il famoso nivologo Ian McCammon segnò un momento di spartiacque all’ISSW quando riportò la sua meticolosa analisi di circa 600 incidenti da valanga, mostrando che le scorciatoie mentali (di solito regolette empiriche o euristiche) che ciascuno di noi normalmente adotta sono assai pericolose in ambiente da valanga.

McCammon concludeva che i grupponi di gitanti sono maggiormente esposti al rischio che non i gruppetti. Identificava sei trappole euristiche responsabili in buona parte delle cattive decisioni prese da un gruppo: familiarità con quel luogo, membri del gruppo in cerca di riconoscimento da parte degli altri, impegno ad una meta ben precisa, il cosiddetto “alone d’esperto” che avvolge di fatto il leader del momento, la gara per la “prima traccia” e la mentalità competitiva in generale.

Nell’ultima decade gli educatori hanno cercato di far riconoscere quelle trappole, predicando in favore di maggiore capacità di ascolto, di buona comunicazione e di riconoscimento delle dinamiche di gruppo per ottenere la maggior comprensione possibile in ambito di sicurezza. Non è stata una transizione facile.

Se le nostre azioni sono influenzate dalla compagnia in cui siamo, allora gli odierni gitanti connessi ai social non sono influenzati solo dai propri compagni ma dalle migliaia di persone che sono lì presenti grazie ai social.

Corsa contro il tempo in un’esercitazione al Vail Pass, Colorado. Foto: Helen H. Richardson, The Denver Post.
(HR) Helen H. Richardson/The Denver Post(HR) A full scale exercise of the Avalanche Deployment program took place on the top of Vail Pass. The program uses Flight for Life Colorado to rapidly deploy an avalanche team, which includes a search dog, dog handler, and a snow safety technician to the site of an avalanche where someone has been buried or injured. This unique program is a coordinated effort involving Flight For LIfe Colorado, Colorado Sheriff's Department, local area ski patrols such as Vail, Beaver Creek, Arapahoe Basin, Loveland, Snowmass, Search and Rescue teams and the Colorado Avalanche Information Center. The exercise consisted of two different scenarios in close proximity to each other in the back country near Vail. The Avalanche Deployment Teams were deployed by Flight for Life helicopter into mock avalanche areas and raced against the clock to locate real-life buried victims. The scenarios lasted over 5 hours and had over 14 deployment flights. Helen H. Richardson/The Denver Post

L’esperienza oggi è al tempo stesso individuale e condivisa, anche sulle montagne più remote.

I partecipanti a una gita devono essere consci che le decisioni prese in ambienti remoti non sono più prese in totale autonomia” dice Jerry Isaak, un professore universitario e guida alpina che ha studiato il ruolo dei social media nella presa di decisioni in backcountry e outdoor “Tecnologia e social hanno radicalmente cambiato la natura di solitudine e lontananza. Ora i nostri “amici” della rete e le comunità social possono viaggiare ovunque assieme a noi sui nostri smartphone. Sono un’audience sempre presente che influisce con forza sulle nostre decisioni in modi non certo possibili in epoca pre-digitale. Per molti ragazzi è la sola realtà di loro conoscenza”.

Mark Kelly, di Haines (Alaska), guida veterana di eliski, ha esposto una sua ricerca che tratteggia un parallelo tra dipendenze, come il gioco d’azzardo e l’alcolismo, e i backcountry travelers che cercano la neve fresca e ripetutamente si vanno a cacciare in situazioni pericolose e potenzialmente catastrofiche.

Kelly dice che il problema è l’immane quantità di filmati di sci, snowboard e motoslitte che ci fanno vedere bravissimi atleti che dominano linee impossibili e scivolano accanto a vere e proprie valanghe. “Prendiamo ad esempio i video che appaiono su Google digitando avalanche ski aggiunge Kelly: “Saltano fuori più di 193.000 risultati… I nostri ospiti sono subissati da queste immagini. Perciò arrivano in Alaska e sembrano proprio dire “E’ qui la figata”. Noi abbiamo ben poco tempo, poche ore, per avvertirli che “No, qui c’è da stare tranquilli e la figata bisogna guadagnarsela”… Il nostro consiglio da istruttori se la deve vedere con ciò che la gente ha già assimilato: video, produttori di materiale e località sciistiche che presentano il territorio sciabile come un qualcosa che non richiede attitudini particolari. Oggi la gente impara sci e snowboard molto in fretta, ma non altrettanto il basilare senso della montagna. Pochi sanno come davvero è là fuori, come trovarsi la via, valutare i rischi e prendere le decisioni giuste”.

Il cane Rosie trova una “vittima” seppellita durante un’esercitazione al Cameron Pass, Colorado, 11 febbraio 2001. Foto: Rich Abrahamson.
ADVANCE FOR MONDAY, MARCH 26--Larimer County Search and Rescue dog Rosie tracks "victims" buried in the snow during a avalanche training exercise Feb. 11, 2001, at Cameron Pass, Colo. Despite increasing avalanche death tolls, hikers, skiers, snowboarders and snowmobilers continue to head into the nation's backcountry. (AP Photo/The Coloradoan, Rich Abrahamson)

Russell Costa, studioso del comportamento in backcountry skiing e professore al Westminster College di Salt Lake City, dice che l’industria deve impegnarsi di più quando tocca il tema delle decisioni da prendere. Egli ha preso in considerazione le dodici pubblicazioni più di successo al riguardo della sicurezza da valanga, quelli più letti e comprati su Amazon o altri siti. Ha analizzato i contenuti, pagina per pagina. Ha riscontrato che l’89% di quanto scritto è centrato sull’analisi fisica della neve, sulla pendenza dei pendii, sui modelli meteo e altre componenti dello studio delle valanghe. Solo l’8% è dedicato alla presa delle decisioni, che quasi si dà per acquisita. Se qualcuno eccelle nello sci, in alpinismo o anche come nivologo non è detto possa prendere sempre le sagge decisioni. “L’arte del decidere dovrebbe essere insegnata separatamente” dice Costa “e non credo che basti il solo tempo passato nella wilderness per apprenderla”.

Come primo step per il riconoscimento che i social sono anche loro responsabili dell’educazione alla sicurezza da valanga si deve ammettere che essi sono l’ultimo capitolo dell’umana necessità che ci ha sempre spinto a condividere una storia in quanto membri di una comunità, continua Isaak, mostrando un graffito norvegese vecchio di 5.000 anni che raffigura uno sciatore, forse il primo esempio di sci da social media… “Le discussioni in un contesto social, i racconti e le identità sono molto più incasinate e più complesse da tratteggiare che non quando si analizzano gli strati di un manto nevoso. Ma bisogna farlo se vogliamo effettivamente indirizzare le sfide sulla neve del XXI secolo”.

Istruttori e meteorologi devono spingere affinché le grosse aziende come la Red Bull o i grandi istituti come il Teton Gravity Research usino i filmati e il materiale social per mostrare il lato figo della sicurezza da valanga, non solo la sua necessità.

Emery Rheam
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Come far vedere ai ragazzi che le mirabolanti evoluzioni acrobatiche vanno d’accordo con il preventivo scavo nella neve per scoprire eventuali strati pericolosi? La risposta della sedicenne Emery Rheam: “Prenderla come uno strumento, non come una minacciagli anziani ci hanno provato a ignorare questo fenomeno, ma siamo a un livello tale di uso e dipendenza da non poter più far finta di niente. E’ una realtà, ed è tramite questa che dobbiamo cercare di entare nella mente della generazione dei più giovani”.

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