I soprusi del Peñón de Guatapé

I soprusi del Peñón de Guatapé
di Franco Michieli

 

Forse non molti scalatori in Europa conoscono la meraviglia di granito che sorge isolata in Colombia, a circa 80 km di strada da Medellin: si chiama Peñón de Guatapé, ed è un monolito del tutto simile al più celebre Pan di Zucchero di Rio de Janeiro. A differenza di quest’ultimo, non sorge sul mare, ma culmina a quota 2137 metri in riva al ramificatissimo e spettacolare lago Embalse del Peñól, un’area di crescente interesse turistico e ambientale, ma anche sede di un movimento di arrampicatori che offre importanti occasioni sportive e formative ai giovani della regione.

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Forse non sarebbe così importante parlarne se La Piedra, come viene anche detto il Peñón, non si trovasse da anni al centro di soprusi e ora di una battaglia di civiltà che, per il suo significato, riguarda anche noi.

La notizia di ciò che sta avvenendo rimbalza da un altro luogo magico dove si sta sviluppando l’arrampicata e il turismo ambientale come strumenti di formazione e di avvenire per i giovani delle comunità locali: il villaggio di Peñas, sull’altopiano della Bolivia, dove opera l’amico missionario e  alpinista Antonio Zavatarelli, sempre più apprezzato riferimento per andinisti e trekker che visitano il Lago Titicaca e la Cordillera Real (nel 2014 il suo collaboratore Davide Vitale ha ricevuto il Premio Meroni per il valore del suo impegno di volontariato). Di recente si è recato in Colombia a visitare il Peñón, ha fatto amicizia con lo scalatore Yon Monsalve, coordinatore dei giovani arrampicatori, e ora, di fronte alla situazione paradossale che si è creata, ci trasmette un appello a prendere posizione e a far sentire la nostra voce in aiuto degli scalatori colombiani e dell’ambiente del meraviglioso sito.

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Ecco in sintesi i fatti. Il Peñón de Guatapé, monolito isolato che sorge in un paesaggio di dolci colline con fattorie, sacro alle popolazioni precolombiane e oggi classificato come Patrimonio Cultural Regional de Antioquia (la regione dove si trova Medellin), ha cominciato ad attirare l’attenzione degli alpinisti nel XX secolo, venendo scalato nel luglio 1954.

In seguito però una famiglia di operatori turistici ha pensato di sfruttarne economicamente le attrattive, costruendo una rocambolesca scala di 740 gradini dentro una grossa frattura naturale del granito e, proprio in cima, un esercizio commerciale con belvedere.

Sulla parete nord del torrione sono dipinte due grandi lettere bianche, una “G” e una “U” incompleta. Tra i centri abitati di Guatapé ed El Peñol era una vecchia questione sulla proprietà del monolito, e i residenti di Guatapé avevano deciso di chiudere il discorso dipingendo a lettere enormi le iniziali della loro città “GU”. Ma gli abitanti di El Peñol se ne accorsero e vi furono tafferugli per fermare i lavori.

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Lo sviluppo dell’arrampicata sportiva, che da diversi anni offre un’esperienza preziosa per la gioventù locale, potrebbe tranquillamente convivere con l’utilizzo turistico di massa, se non fosse per l’atteggiamento irresponsabile e prepotente della società di gestione della struttura, nota come Suceción Villegas.

In pratica, da molti anni i rifiuti solidi e liquidi della struttura turistica di vetta, frequentata da migliaia di visitatori, vengono semplicemente smaltiti buttandoli giù per i camini delle pareti, con grave rischio per chi si trovi sotto; fin dall’inizio degli anni 2000 gli arrampicatori con l’aiuto di abitanti del posto hanno organizzato periodici campi di raccolta rifiuti cercando di limitare il deterioramento ambientale, senza però riuscire a far fronte al degrado. Diversi esposti alle autorità locali hanno portato la gestione a costruire una vasca di raccolta dei rifiuti liquidi, però insufficiente, e in un’occasione a bruciare una massa di immondizia dentro una grotta vicina, che fino ad allora era meta di speleologi (soluzioni barbare utilizzate in passato anche presso nostre stazioni funiviarie e rifugi alpini, come ben sa Mountain Wilderness che ha organizzato imponenti ripuliture!).

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La situazione è letteralmente “precipitata” quando l‘11 dicembre 2015, mentre alcuni scalatori stavano affrontando una via nel settore noto come El traverso de los halcones, una gran quantità di detriti è caduta dalla soprastante area commerciale. Per trovare riparo, gli arrampicatori si sono inerpicati a proteggersi sotto un tetto della parete. Poco dopo l’amministratore della Suceción Villegas è arrivato in compagnia di poliziotti comunali di Guatapé intimando agli scalatori di evacuare la zona. I poliziotti prendevano le parti dell’operatore commerciale, ma durante la discussione un masso è caduto vicino a loro, al che hanno preferito andarsene.

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Da allora il sito è stato costantemente occupato dai climber in forma di protesta, coordinati da Yon Monsalve, decisi a non abbandonare il campo fino a che non verranno rispettate le norme di legge sulla gestione ambientale del luogo e non venga riconosciuto il valore sportivo e formativo che assume l’arrampicata per la popolazione presso il Peñón de Guatapé. Tuttavia le autorità locali cui è stata presentata denuncia non paiono riconoscere il problema ambientale causato dall’attività commerciale, ma fingono che il problema sia quello dell’arrampicata.

Un nuovo ostacolo è emerso il 17 febbraio 2016, quando si è presentato un nuovo drappello di autorità e polizia del Distretto di Antioquia a sostegno di altri imprenditori che stanno delimitando un terreno ai piedi della Piedra per altre attività economiche, di nuovo cercando di impedire l’accesso alla parete. Per fortuna, fa sapere Monsalve, è in corso una contrattazione per salvaguardare una striscia di terreno ai piedi della Piedra che permetta il passaggio: «Stiamo preparando un progetto che preveda il mantenimento di un corridoio biologico alla base della parete, dove si ufficializzi la pratica dell’arrampicata come strategia sostenibile, e la comunità possa essere formata alla pratica sportiva. L’idea è di presentare il progetto alla nuova Amministrazione del Municipio di Guatapé, insediata a inizio 2016».

A sostegno della battaglia di Yon e dei suoi amici si è schierata l’organizzazione Comisión de Derechos Humanos “País Plural” dell’Università di Antioquia (riferimenti: Maria Alejandra Martínez, e-mail: malejamapo@gmail.com e Santiago Ramírez Sarabia, e-mail: santiago.ramirezs@udea.edu.co). Ma solo una pressione internazionale può convincere le autorità locali a comprendere la bontà di una gestione equilibrata e sostenibile dell’area, anche per evitare che una pessima immagine del luogo venga diffusa con danni al turismo.

Questo appello dovrebbe essere diffuso con ogni mezzo ciascuno abbia a disposizione, in attesa di intraprendere altre iniziative se si riscontrassero le possibilità, segnalando gli articoli ai responsabili di País Plural sopra indicati, a Yon Monsalve (e-mail: yebuzin@yahoo.es) o ad Antonio Zavatarelli (e-mail: p.topio@gmail.com). Casi come questo mostrano come anche l’arrampicata sia una via per migliorare il mondo.

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