Il caso di Riccardo M.

Il caso di Riccardo M.
(si ringrazia il sito https://camoscibianchi.wordpress.com/ per la segnalazione e per le informazioni)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Il giorno 19 aprile 2018, a firma Gianni Giacomino, il quotidiano lastampa.it riporta che il giorno precedente tre alpinisti sono finiti nei guai perché si sono avventurati sulle nevi delle Alpi Graie, nonostante un’ordinanza del sindaco di Groscavallo vietasse di effettuare escursioni su tutto il territorio per il forte pericolo di distacco valanghe. Uno di loro Riccardo M., un 36enne di Gassino, è caduto rotolando sulla neve gelata per circa un centinaio di metri all’imbocco del canalone del Martellot, a circa 2750 metri di quota. L’alpinista è stato recuperato con l’eliambulanza e trasportato all’ospedale di Ciriè con una caviglia fratturata e una lesione agli occhi. I medici lo hanno giudicato guaribile in una quarantina di giorni. I tre amici, però, sono stati denunciati dai carabinieri di Chialamberto per «inosservanza dei provvedimenti dell’autorità».

Questo reato, “per ragioni di sicurezza pubblica”, prevede addirittura l’arresto fino a tre mesi, anche se per i tre molto probabilmente la vicenda si concluderà con una sanzione amministrativa. Loro hanno ammesso di non sapere nulla dell’ordinanza affissa nella bacheca del municipio e pubblicata sul sito web del Comune di Groscavallo. Ordinanza e multa che, come era avvenuto tre settimane prima per il paese di Balme (dove, però, nessuno è stato multato o denunciato), stanno scatenando una polemica sui social con pareri nettamente discordanti.

Il quotidiano riporta che “Riccardo M., insieme ai due compagni, entrambi torinesi di 34 e 57 anni (tutti molto esperti e ben equipaggiati), sono partiti alle prime luci dell’alba di ieri dal rifugio Daviso in direzione del Dôme Blanc du Mulinet, sui confini con il territorio francese, scarpinando fino a circa 3300 metri di altezza. Riccardo M., però, non si sentiva molto bene e, da quello che sono poi riusciti a ricostruire i volontari del soccorso alpino di Forno Alpi Graie, sarebbe rimasto parecchio indietro. Improvvisamente, forse incespicando nei ramponi, ha perso l’equilibrio ed è caduto ruzzolando nel canalone. La sua sagoma è stata notata dagli altri due che stavano rientrando dalla vetta e hanno subito dato l’allarme, allertando la centrale operativa del 118”.

«L’allerta valanghe è molto alta non perché lo dico io, ma perché, da giorni, lo segnala l’Arpa – ha spiegato Maria Cristina Cerutti Dafarra, sindaco di Groscavallo – Si sono staccate anche in località Campopietra, lungo la strada che sale al Santuario. Per arrivare in quota si transita in zone “a rischio”».

Qui l’avviso del comune di Groscavallo: http://www.comune.groscavallo.to.it/it-it/avvisi/2018/avviso-pericolo-valanghe-88451-1-36568f222a8aa3358c83a3e9cd7d8343
con tanto di Bollettino Arpa del 13 aprile e di ordinanza con uguale data.

I social
Sui social si scatena una quasi scontata ridda di opinioni. Ne citiamo solo qualcuna, tutte tratte dalla pagina fb dei Camosci bianchi e tutte datate o 20 o 21 aprile:
Toni Farina: Quando si chiuderanno finalmente le strade? Considerato tutti gli incidenti sarebbe anche ora.
Fabio Tavano: Non vieterei nulla perché mi parrebbe paternalistico, semplicemente avvertirei che chi decide di “avventurarsi” lo fa a suo rischio e pericolo, il che significa NIENTE SOCCORSI.
Luciano Porino: … è comodo fare della facile ironia. I Sindaci hanno la responsabilità (anche penale) della pubblica sicurezza del proprio territorio. L’ordinanza, in generale, per sua natura è contingibile e urgente e viene emessa se questi elementi si realizzano. Al cessare delle condizioni di pericolo l’ordinanza viene in tutto o in parte revocata. Non so quanto l’ordinanza in oggetto sia stata pubblicizzata ma chi va in montagna almeno il bollettino valanghe farebbe bene a consultarlo e regolarsi di conseguenza: per il fine settimana scorso era ancora abbastanza elevato. E nelle Valli di Lanzo ci dovete andare, come in tutti gli altri posti, con la testa sul collo.
Marco Blatto
: Quindi mi state dicendo che è vietato andare “fuori pista” nel comune di Groscavallo? Questo divieto viene giornalmente violato da tutti gli scialpinisti, alpinisti local, che fanno gite con gli sci nel bacino di Sagnasse – Morion, o dai ciaspolatori che vanno puntualmente al Gias Fontane. Viene violato semplicemente perché ciascuno ragiona con la propria testa ed è libero di scegliere. L’ordinanza sarà anche un atto dovuto ma denunciare “la libertà di andare dove si vuole” è di fatto sancire la morte dell’ultimo terreno di libertà d’espressione e d’azione umana. Le ordinanze sono dei veri e propri paradossi perché se si sostiene questa logica in base al rischio potenziale, allora bisognerebbe proibire tutte le attività in montagna, compreso l’alpinismo estivo che si svolge su terreno d’avventura, specie su queste montagne, dove i pericoli oggettivi si attivano con il primo sole mattutino anche nella bella stagione, proprio sui canali in questione. Se questa logica proibizionista si fosse adottata in passato, prevenendo “potenziali” rischi, Gian Carlo Grassi, Gianni Comino e Marco Bernardi non avrebbero scalato O sole mio e non sarebbe nato l’iceclimbing con tutti i rischi e le variabili che comporta. E si vieterebbe l’alpinismo invernale! Oppure si vieterebbero le cascate al minimo rialzo delle temperature togliendo allo scalatore la capacità-libertà di valutare e giocare le sue carte! Stiamo perdendo il senso della realtà e questo messaggio non deve passare. L’Osservatorio per le Libertà in montagna, si sta attivando con associazioni di categoria per dire basta a questa logica del divieto. E sarà mio impegno portare la questione a Trento, la settimana prossima, proprio in occasione di un consiglio, per un maggiore coinvolgimento di tutti gli alpinisti.

L’inizio del Canale del Martellot (versante est del Colle Martellot 3208 m). Non si vede il ramo di sinistra diretto al Dôme Blanc du Mulinet

Giovanni Baccolo Caro Luciano Porino, tu dici “E nelle Valli di Lanzo ci dovete andare, come in tutti gli altri posti, con la testa sul collo.” Appunto, è proprio questo il centro della discussione. Se voglio andarci devo poterci andare, non è giusto per nessuno imporre un divieto, a prescindere dalle condizioni ambientali. Quando scoppia un temporale violento, con tanto di grandine e lampi, qualcuno si sogna di chiudere il traffico delle strade? No, non è mai successo, eppure è arci-noto che la probabilità di avere un incidente in quelle condizioni è di gran lunga più elevata rispetto a quanto succede di solito. Ma chissà perché in quel caso è lasciata intatta la possibilità a ciascuno di scegliere con la propria testa, facendo tutte le valutazioni del caso. Ci si limita ad avvertire che il rischio è aumentato e sono tutti contenti. Quando invece si parla di montagna no, allora diventa necessario vietare, impedendo al singolo di fare le proprie valutazioni con consapevolezza. E’ un problema puramente culturale, non c’entra nulla con la responsabilità delle amministrazioni. Basterebbe un avviso che avverte del rischio aumentato.
Giorgio Milano: Caro Luciano Porino, la mentalità delle ordinanze è la medesima di quelli che non hanno la capacità di valutare. Gli uni si parano il culo, gli altri se lo rompono, ma sempre culo è. Crescere significa saper dire ‘cavoli vostri’ e saper dire ‘cavoli miei’. Se no, è una continua decrescita rovinosa delle capacità individuali. E questo non vale solo per la Montagna.
I Camosci Bianchi: Questo è il principio fondamentale: non si può regolamentare la frequentazione delle montagne, perché questo comporterebbe una limitazione della libertà dell’uomo che è uno dei capisaldi di tutte le attività che si praticano al suo interno e non solo. L’irresponsabilità di alcuni non può essere pagata da tutti gli altri. La sicurezza in montagna non aumenta con le sanzioni e i divieti, anzi si costruisce solo attraverso il lavoro di formazione, prevenzione e informazione svolto dalle scuole del CAI e da quelle delle Guide Alpine.
Giacomo Moleras: Mi pare che l’aberrazione sia che i sindaci abbiano la responsabilità (anche penale) della pubblica sicurezza del proprio territorio… capisco per luoghi attrezzati o che per altissima frequentazione siano assimilabili ad essi… ma ragionare in questo modo porta ad una completa deresponsabilizzazione dell’individuo… come tra l’altro già argomentato da Marco Blatto.


I Camosci Bianchi: Chiudere la montagna significa negare un’esperienza culturale, come lo sarebbe vietando l’accesso ad una biblioteca. Il rischio che corri non è nella struttura ma è nel leggere i libri. C’è il rischio che la tua mente si apra, si arricchisca e diventi molto più libera di ragionare. E allora non avremmo politici penosi e incapaci di lottare per importanti valori (e la montagna ne è un grande simbolo, soprattutto nelle Valli di Lanzo) ma interessati esclusivamente ai loro “rischi”, oltretutto davvero meschini.
I piccoli comuni di montagna non hanno alcun significato politico e sono incapaci di produrre visioni di grande respiro, proiettate all’avvenire.
Per tutti coloro (sindaci compresi) che non riescono a comprendere il valore della #libertà dell’andar per monti, suggerisco il libro “Eravamo immortali” di Manolo in uscita per Fabbri Editori. Ne parla il settimanale Venerdì di Repubblica del 20 aprile.
Luciano Porino: Ma Manolo non scrive che bisogna a tutti i costi essere lì in quel giorno e in quell’ora. I vecchi alpinisti dicevano che la montagna richiede rispetto e il rispetto è anche sapere aspettare 1 giorno, 2 giorni, 3 giorni se un Sindaco emette un’ordinanza di divieto. Lo sapete vero che anni fa il Sindaco di Valtournenche aveva vietato (ovviamente con una ordinanza) di salire sul Cervino perché c’erano pericoli di crolli, ecc. Sicuramente Voi sarete superiori se Vi permettete di consigliare su come comprendere il valore di “libertà” e forse bisogna intendersi sul Vostro concetto di “libertà” che tende più ad assomigliare ad “anarchia”. Possono piacere o meno, ma ci sono le leggi che devono essere rispettate. Con il Vostro concetto di libertà qualcuno potrebbe essere autorizzato a uccidere in nome del sacrosanto diritto alla libertà. Pensateci bene.

Riccardo M. diventa Riccardo Chiura
A questo punto, nella discussione, interviene Riccardo M….

Ciao ragazzi mi chiamo Riccardo Chiura, ma se vi dicessi che sulla stampa mi hanno chiamato “Riccardo M.” capireste meglio! Sono il ragazzo caduto nel Martellot e portato via in elicottero… insomma il delinquente alpinista!!
Leggendo i vari articoli pubblicati e i relativi commenti per la polemica in atto ho pensato fosse giusto scrivere due righe e dare il mio umilissimo punto di vista raccontandovi cos’è successo.
Parto col dire che il ruzzolone che ho fatto mi è costato sei mesi di stampelle per l’osso astragalo rotto, caviglia lussata, oltre ad un bel dolore e… non mi vergogno di dirvi… anche qualche lacrima!
Io e i due miei compari stavamo risalendo il canale Martellot con l’intento di collegare il canale di sinistra fino al Dôme Blanc du Mulinet e scenderlo scivolando ognuno coi propri mezzi, nello specifico l’amico Popino con gli sci, io e Fabrizio con la tavola.
La gita era partita il pomeriggio prima con fresca dormita all’invernale del Daviso e partenza alle 4.30 di mattina il giorno dopo (mercoledì 18). La neve lungo la salita era più che stabile e rigelata. Il canale aveva praticamente già staccato tutto giorni prima, tant’è che abbiamo potuto salire l’intero conoide sui blocchi duri di una valanga più che assestata.
Durante la salita mi sono dilungato e staccato un po’ dai miei compagni per alcuni problemi tecnici con la splitboard, salendo ci siamo comunque sempre tenuti a vista (a prescindere da questa gita, io son sempre più lento di loro e tra l’altro, uno ha 57 anni! (Grande Popi!)
Arrivato a circa metà canale, poco prima del bivio tra il colle Martellot e il braccio sinistro del couloir verso il Mulinet, ho “fatto” il patatrac, cioè piantato il rampone in un blocco/scalino di neve che si è mosso e mi ha fatto sbilanciare all’indietro!
In quel momento ho firmato la “Prima a pelle d’orso del canale Martellot” mai tentata prima e mai più ripetibile… Sbilanciandomi all’indietro ho fatto i primi metri a testa in giù scivolando sul pendio duro, pochi metri che son bastati a farmi prendere una velocità incontrollabile pur tentando di piantare picca, ramponi, denti, unghie, orecchie, ecc.

Versante orientale di (da sinistra) Dent d’Ecot 3402 m, Sella del Mulinet 3325 m, Punta Martellot (o Roc du Mulinet, la cima più alta) 3452 m, Dôme Noir du Mulinet 3391 m, Dôme Blanc du Mulinet 3387 m, Colle Martellot 3208 m. Dall’evidente canale obliquo a destra che sale al Colle Martellot si dirama a due terzi e obliquo a sinistra il Canale nord-est del Dôme Blanc du Mulinet.

La sfiga ha voluto che ciò succedesse proprio nel momento in cui Fabrizio e Popino avevano appena girato a sinistra nella diagonale, di conseguenza coperti sia visivamente che acusticamente da me.
La prima parte della caduta l’ho fatta scivolando, dopodiché, nell’intento di prendere più punti dai giudici di gara, ho deciso di cambiare stile e ho iniziato a ruzzolare testa gambe, testa gambe, spargendo pezzi di attrezzatura lungo tutto il pendio.
Tra i vari pezzi c’era anche la giacchetta con il mio cellulare che, mentre salivo avevo deciso di incastrare tra zaino e sci (col senno di poi… grande cazzata!… consiglio… tenetevelo nella tasca delle braghe!) Ruzzolando giù si è staccata e quando mi sono fortunatamente fermato era trenta metri più su di me. Se qualcuno di voi che abita in valle, verso le 8.30 di mercoledì ha sentito urla e fischi provenienti dalle Levanne, ero io che imprecavo e ora ne approfitto per chiedervi scusa se vi ho svegliato!
Dopo essermi goduto per un buon tempo il più doloroso paesaggio sulla mia amata Val Grande che si sveglia avvolta in una nebbiolina di umidità mattutina, sento il rumore di lamine che “aggrappano” e girandomi vedo i miei due amici che stanno scendendo.
Mi raggiungono, i primi scambi di info vitali “stai bene?” La testa è ok? Sì, ho il casco, le braccia ok, un po’ di escoriazioni sulle braccia, la caviglia? Lasciamo stare…
Fabry chiama subito l’elicottero che dopo pochissimo è sulle nostre teste soffiando aria gelida dalle pale… da quel momento tutto è in discesa… atterraggio a Forno, i medici mi danno le prime cure (beata morfina, dovrebbero venderla al LIDL!), vengo trasferito a Cirié, operato, poi trasferito al CTO, rioperato con 4/5 giorni di villeggiatura e stagione estiva andata!
Questo è ciò che è accaduto nello specifico, magari vi ho annoiato e mi sono dilungato, ma mi sembrava giusto descrivervi bene l’accaduto per poter valutare meglio l’incidente e le cause che l’hanno provocato (oltre che per me, rivivere i momenti che, scrivendoli, vengono automaticamente sdrammatizzati nella mie psiche!)
A questo punto passiamo alla parte “burocratica” e meno avventurosa…
Partiamo con un mea culpa, dicendovi che non ci è minimamente venuto in mente di andare a guardare sul sito del comune o sulla bacheca esposta se ci fossero avvisi o ordinanze, divieti, ecc., né onestamente abbiamo visto alcun cartello o documento esposto all’inizio del sentiero (ma attenzione, ammettiamo di non averlo né cercato, né averci fatto molto caso) se fosse stato ben esposto, bello grande l’avremmo sicuramente visto, ma, dato che la legge non ammette ignoranza, ripetiamo il mea culpa!
Quello che abbiamo ovviamente fatto è stato monitorare i bollettini arpa già da giorni, oltre che sbinocolare per bene tutta la catena delle Levanne per capire se e quali zone avessero già staccato e capire le condizioni generali di sicurezza.
Una volta convinti, non abbiamo pensato ad altro che cambiarci, preparare gli zaini e iniziare a scarpinare verso il rifugio Daviso (martedì, ore 17 circa).
Facendo un piccolo passo indietro vi dico che fino al giorno prima la nostra meta era la Nord della Ciamarella che abbiamo poi scartato dopo aver sentito un amico rifugista francese che ce l’ha sconsigliata per possibili placche a vento (questo per far capire che proprio stronzi e sprovveduti non siamo… delinquenti sì, ma scemi no!).
Siamo appassionati di montagna in tutti i suoi aspetti, da quelli meno sportivi e rilassanti a quelli più ripidi e adrenalinici, io personalmente è da anni che divido la mia vita tra Torino, Chialamberto e Bali, dove ho un’attività turistico sportiva (sono uno dei drogati e delinquenti che cavalcano le onde con la tavola da surf… brutta gente anche quella!).
Sono innamorato della Val Grande e da quando sono nato l’ho accarezzata centinaia di volte in vari modi; a piedi, con la tavola, con la bici, con il bob o con una semplice coperta stesa sul prato.

Il Canale della Gura. Foto: F. Negri

I miei compagni d’avventura sono anche loro montagnini doc, freerider e ripidisti come me (gente che ha sceso le Nord del Viso, della Ciamarella e del Gran Paradiso, il Canale della Gura, ecc.) insomma non per tirarsela o fare i fighi, ripeto, delinquenti sì, ma né scemi, né sprovveduti, né irrispettosi!
Sarebbe inutile cercare di spiegare a chi non lo fa il perché proviamo piacere e libertà a risalire un canale ripido in mezzo alle rocce con l’idea di scenderlo sciando… ci hanno già provato in tanti, scrittori alpinisti, avventurieri molto più bravi di me sia a farlo che a scriverlo… è una storia senza fine, non c’è e non ci sarà mai soluzione per farlo capire, come ritengo che non ci possano essere troppe soluzioni per regolamentare la montagna (così come il mare, dato che ci lavoro) che sono e dovranno rimanere campi di espressione della libertà umana.
Capisco altresì quanto i sindaci possano essere spaventati dalla difficoltà di mettere regole ad un elemento forse impossibile da regolamentare per sua natura… ovvero la Natura!
Non ho né le capacità dialettiche né intellettuali per poter entrare troppo nel merito legale e burocratico della questione, l’unica cosa che mi sento di dire è che le ordinanze sono sacrosante se servono a proteggere l’incolumità altrui, ma devono assolutamente essere CIRCOSCRITTE CON DATE INIZIO E FINE se no perdono di serietà! (l’ordinanza in questione era del 13 aprile basata sul bollettino ARPA del 13 aprile e noi la gita l’abbiamo fatta il 17 e 18 aprile quando le condizioni del manto nevoso erano drasticamente cambiate… in meglio) oltre che essere CHIARAMENTE ESPOSTE BELLE GRANDI E COLORATE nei posti più intelligenti e strategici per le eventuali gite (non so esattamente come e se sia fattibile data l’ampiezza del campo).
E’ impensabile e inconcepibile l’idea di “chiudere la montagna” se non, ripeto, per brevissimi periodi ben chiari, come d’altronde penso che non si debba vivere nell’anarchia assoluta (o se lo si vuole fare bisogna essere consapevoli delle conseguenze) anche perché io parlo da semplice appassionato ma se pensiamo ai professionisti della montagna? Gente che si guadagna la pagnotta tra i boschi o tra le nevi?
Cheddire? Nel mio piccolo spero che questo racconto possa aver chiarito un po’ la situazione e possa dare spunti di riflessione sia per le autorità, sia per i “delinquenti” come me che vanno in montagna per sentirsi vivi e non per istinti suicidi come molti pensano!
Un doveroso ringraziamento va agli angeli del Soccorso Alpino e dell’elisoccorso e ovviamente ai miei due compagni di avventura Popino e Fabry che hanno portato a termine salita e discesa del Martellot oltre che avermi salvato le chiappe chiamando i soccorsi.
Abbiamo nominato un avvocato penalista che ha preso in mano la pratica. Comunque ci hanno rassicurato che passa immediatamente tutto sul piano amministrativo e che… anche se ora sono in stampelle… cadremo in piedi!
Adesso che sono uscito allo scoperto, se dovessi finire in gattabuia per la denuncia in questione, spero di ricevere tante arance da tutti i malandrini montagnini che avranno letto questo post!
Ciarea ne (Ciao a tutti)!!
P.S. Nello stesso giorno tre francesi hanno sceso il canale della Gura per poi ritornare in patria risalendo dal Col Girard… se qualcuno li avesse visti chiamate i carabinieri!!!”.

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