Il codice penale e le valanghe

Il codice penale e le valanghe
di Alessandro Simoni e Filippo Romoli

Premessa
Le recenti riflessioni su La colpa, il diritto e l’alpe (parte 1 e parte 2) di Massimo Ginesi mettono in evidenza le difficoltà di comunicazione tra la cultura delle istituzioni giudiziarie e quella della comunità dei praticanti gli sport di montagna, oltre che gli infiniti problemi interpretativi che si pongono quando un incidente alpinistico viene incasellato nelle categorie del diritto. Ma sarebbe possibile disegnare un nuovo quadro legislativo che contemperi gli interessi in gioco meglio di come finisce per fare l’attuale giurisprudenza? A prescindere dall’(improbabile) esistenza di attori politici disposti a mettersi in gioco in una materia così intricata e schiava delle semplificazioni mediatiche, porsi questa domanda può essere un buon punto di partenza per un esercizio di pensiero razionale, e per non considerare il diritto come qualcosa di “scritto nelle stelle”. Certamente, non si può pretendere che i principi generali dei codici civile e penale vengano mandati all’aria per accomodare le peculiari esigenze degli alpinisti, e un progetto di legge ad hoc richiederebbe un grande sforzo di lavoro comune tra giuristi e tecnici delle attività di montagna. Ma una maggiore consapevolezza dei limiti dei testi legislativi, oltre che dei giudici, non fa comunque male. In questo intervento, dedicato a un pezzo di legislazione che di una cosa specificamente “alpinistica” – la valanga – fa menzione, si può vedere come alcuni problemi derivino da norme nate con certe caratteristiche per vicende quasi casuali, e comunque interne a una riflessione completamente distaccata – non fosse altro per l’epoca in cui ebbe luogo – dalla realtà sulla quale i tribunali si trovano oggi a dover giudicare.

Estratto dal documento originale, cui si rimanda il lettore più interessato.
Nessuno è così ingenuo da pensare che l’alpinismo si possa oggi svolgere in uno spazio di libertà paragonabile a quello dell’Ottocento o della prima metà del Novecento. Il nuovo contesto tecnologico, il numero di praticanti, il valore generalmente attribuito alla vita umana e la differente percezione del rischio creano una misura di controllo sociale e una normativizzazione prima impensabili, e che non è probabile tendano ad arretrare. Vi sono certamente tra paese e paese, anche solo rimanendo nell’arco alpino, differenze culturali (e giuridiche) non marginali, ma la tendenza di lungo periodo è chiara. Salva la possibilità (praticata da chi scrive nella misura del possibile…) di frequentare la montagna in contesti geografici in cui alle istituzioni ancora importi poco di cosa facciano gli alpinisti, è forse più saggio limitarsi a pretendere che la normativizzazione e la regolamentazione diretta e indiretta non si sviluppino in forme palesemente assurde.

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È su questo sfondo che ci permetteremo di portare l’attenzione su un ambito in cui il dato legislativo italiano appare oggi completamente disallineato rispetto alla realtà, imponendo una sorta di spada di Damocle sulla pratica di alcune forme di alpinismo, con aspetti di irragionevolezza che forse non sono facilmente percepibili dal giurista non alpinista seduto al proprio tavolo da lavoro, ma che gli apparirebbero subito evidenti se, folgorato dal fascino della montagna invernale, cominciasse a frequentarla lontano dalla stazione sciistica in cui la settimana bianca lo chiama con la famiglia ogni anno.

I dati normativi da cui partiamo per questa breve riflessione sono contenuti nel codice penale del 1930 attualmente vigente, il c.d. «codice Rocco».

L’articolo 426, inserito nel Titolo VI, dedicato ai «Delitti contro l’incolumità pubblica», nel capo primo sui «Delitti di comune pericolo mediante violenza», recita: «Chiunque cagiona un’inondazione o una frana, ovvero la caduta di una valanga, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni»

L’art. 426 interessa come base di un’ulteriore figura di reato, che chiameremo per brevità «valanga colposa». Questo è previsto dall’art. 449, nel capo sui «Delitti colposi di comune pericolo», dove si stabilisce al primo comma che «Chiunque cagiona per colpa un incendio, o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo titolo [ossia l’inondazione, la frana e la valanga], è punito con la reclusione da uno a cinque anni». Da notare come tutto ciò sia a prescindere dal verificarsi di un anche minimo danno a persone o cose.

Prima di spiegare perché tale costruzione appare oggi irragionevole, è utile rilevare come la formulazione recepita dal legislatore del 1930 differisca significativamente da quella contenuta nel progetto preliminare del 1927.

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Rimangono poi significative differenze tra le tipologie di «disastri». Mentre tipicamente l’inondazione o la frana comportano una qualche modifica dell’ambiente naturale (a prescindere da danni a persone o oggetti) in cui si verificano e una tendenziale occasionalità, ciò non è assolutamente detto per le valanghe, la cui «caduta», dopo precipitazioni nevose di rilievo, è in moltissimi luoghi con determinate caratteristiche un fenomeno ricorrente (e annotato nella cartografia specializzata), anche se l’esatto momento del suo verificarsi non è precisamente prevedibile.

Chi sceglie di muoversi in questo terreno aggiunge a tutte le incognite della montagna estiva quella delle valanghe, che non sono qui più ammantate dall’aura dell’occasionale disastro che tutto travolge come l’inondazione, ma diventano uno dei rischi legati all’ambiente.

È certamente vero che le attuali conoscenze nivometeorologiche consentono di valutare la pericolosità del manto nevoso con un’accuratezza neanche immaginabile negli anni ’20 e ’30, grazie ai numerosi strumenti a disposizione dell’alpinista minimamente informatizzato (studi scientifici dedicati, previsioni su siti specializzati, bollettini valanghe continuamente aggiornati, etc.), ma è altrettanto vero che un rischio residuo permane e non sembra destinato a essere eliminato, anche se ulteriormente ridotto, in futuro.

Occorre quindi partire dalla socratica consapevolezza dell’ignoranza che permane davanti alla complessità di un fenomeno spesso difficile da prevedere anche per i professionisti più qualificati. L’unico modo per evitare completamente gli incidenti da valanga rimane tuttora quello di rinunciare del tutto alla pratica dello scialpinismo, o delle altre forme di alpinismo invernale.

Quello che sembra essere tuttora distante dalla cultura dei penalisti mainstream è la comprensione della concreta dinamica degli incidenti da valanga che coinvolgono chi oggi frequenta la montagna invernale non antropizzata, in cui i fattori oggettivi di rischio generati dalla neve e dalle sue trasformazioni si intersecano con le scelte di chi decide di partire per un’escursione scialpinistica o un’altra esperienza di montagna invernale. Scelte su cui intervengono così tante variabili da creare un’enorme zona grigia in cui le valutazioni ex post di prevedibilità ed evitabilità dell’evento hanno una base oggettiva estremamente debole, che si confonde con un elemento puramente culturale o «antropologico», ossia l’individuale percezione di quanto rischio sia accettabile per un alpinista.

Tutto questo, va ricordato, in un contesto sociale in cui l’applicazione di norme di ogni tipo agli incidenti sopravvenuti nell’ambito di attività alpinistiche si svolge in un impressionante frastuono mediatico, con la costante ricerca di «responsabili» e il rifiuto di far rientrare nell’ambito del socialmente accettabile attività implicitamente rischiose.

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Se sommiamo il contesto sociale e culturale molto differente da quello degli anni ’30 ai succitati elementi naturalistici che distinguono la «caduta di una valanga» dalle inondazioni e dalle frane, la combinazione dell’art. 426 e dell’art. 449, introdotta sulla base di un ragionamento corretto in punto di sistematica normativa, appare oggi avulsa dalla realtà.

Come spunto di riflessione, si può ricordare come una norma simile sia assente in tutti i paesi dell’arco alpino, che pure storicamente si sono sempre confrontati dapprima con le valanghe e successivamente con la diffusione dell’alpinismo.

Se per via interpretativa è, forse, possibile compensare possibili aberrazioni applicative di una norma dal testo pericolosamente generico, si tratta comunque di sforzi che non garantiscono contro derive poliziesche. Come sovente ricordato da guide alpine e altri operatori, nei momenti di maggiore pressione mediatica a seguito di incidenti da valanga, non sono rari i casi di operatori di polizia alla ricerca di «notizie di reato» su «valanghe colpose» che fortunatamente non hanno cagionato danni. Un rischio di legal overkill che ha tra l’altro un effetto pratico assai dannoso in termini di prevenzione, in quanto il rischio teorico di sanzione, o anche solo di sequele giudiziarie, fa sì che i praticanti evitino di riferire gli incidenti da valanga quando non sia stato necessario l’intervento di squadre di soccorso.

Forse la «libertà di sbagliare e di essere padroni del proprio destino» muovendosi nelle montagne, di cui il Primo Levi alpinista era nostalgico, è una declinazione dell’idea di libertà meno evidente, e certamente estranea alla cultura maggioritaria. Forse la «giuridificazione» dell’alpinismo è un processo inarrestabile. Ma i due articoli del codice penale in cui ottantacinque anni fa si volle «tirar dentro» la valanga, sembrano solo aggiungere alle minacce della neve le minacce di un (incerto) diritto.

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