Il dramma di Vincendon e Henry

Il dramma di Vincendon e Henry
Riflessioni a sessanta anni di distanza
di Alessandro Simoni

“Cosa si cerca nelle ascensioni pericolose? La solitudine. Un dialogo molto personale con la natura e quanto di più potente vi è in essa. La rimozione di tutti gli schermi che si frappongono tra l’uomo e la realtà. Se stessi.
Ma basta sbagliare il colpo, ed ecco che il mondo che fuggivate si abbatte su di voi con i suoi elicotteri, i suoi assicuratori e i suoi giornalisti. L’atto più gratuito e più solitario, se è mancato, vi lega più di prima alla società, e centinaia di migliaia di signori Rossi discutono di responsabilità, con la vostra foto davanti agli occhi
(Louis Pauwels, Paris-Presse, 8 gennaio 1957)”.

Sessanta anni fa, tra il Natale del 1956 e il 3 gennaio successivo, il Monte Bianco fu lo scenario di un famoso dramma dell’alpinismo che catalizzò l’attenzione del grande pubblico, ed ebbe un’amplissima copertura da parte dei media dell’epoca, francesi e italiani. Protagonisti e vittime furono due giovani alpinisti poco più che ventenni, un’aspirante guida francese, Jean Vincendon, e uno studente belga, François Henry, partiti per tentare lo sperone della Brenva, in un’epoca in cui l’alpinismo invernale di alta difficoltà era ancora relativamente poco diffuso, e guardato con una certa diffidenza negli ambienti più tradizionali.

Durante l’avvicinamento i due ragazzi incontrano Walter Bonatti e Silvano Gheser, diretti alla Poire. Il peggioramento delle condizioni del tempo innesta una tragica catena di eventi, e mentre Bonatti e Gheser riescono a salvarsi di misura, Vincendon e Henry rimangono bloccati, senza alcun riparo, a più di 4000 metri, dove sopravviveranno, incredibilmente, per vari giorni. A Chamonix si mobilita un’imponente macchina di soccorsi, e in un drammatico colpo di scena i due ragazzi vedranno la salvezza che sembrava ormai vicina allontanarsi di colpo quando l’elicottero Sikorsky, che è riuscito a raggiungerli, durante l’atterraggio si abbatte al suolo a pochissima distanza. La squadra di soccorso e i piloti, usciti illesi dall’incidente, saranno costretti a scendere, e i due ragazzi moriranno, soli, nel relitto dell’elicottero. I loro corpi verranno riportati a valle oltre due mesi dopo, il 19 marzo.

La vicenda, descritta con precisione in un bel libro di Yves Ballu del 1997 (Naufrage au Mont-Blanc, appena uscito in una nuova edizione francese presso Paulsen con ulteriore documentazione) tradotto anche in italiano (Naufragio sul Monte Bianco. La tragedia di Vincendon ed Henry, Vivalda, Torino, 2003), e sulla quale è stato girato un film del 2002 (Les naufragés du Mont Blanc, di Denis Ducroz) avviò un dibatto molto acceso sulla ripartizione di ruoli e responsabilità nel soccorso in montagna, che negli anni seguenti fu profondamente innovato. Può essere, però, utile rivisitare questi avvenimenti ormai relativamente lontani nel tempo anche in un’altra prospettiva, quella dei meccanismi che si mettono in moto quando un’avventura alpinistica volge in tragedia, e in virtù di ciò viene catturata dai media, e da questi sottoposta al nostro sguardo e al nostro giudizio. Nonostante l’enorme progresso delle tecnologie della comunicazione, quanto accadde allora mantiene un retrogusto sempre attuale, che ci dovrebbe far riflettere.

Tra i tanti incidenti di montagna, il dramma di Vincendon e Henry era giornalisticamente perfetto. Lo era per i luoghi dove si svolgeva, il Monte Bianco e Chamonix, capitale dell’alpinismo mondiale e vetrina turistica della Francia, lo era per la sua capacità di catalizzare l’attenzione per un periodo relativamente lungo, lo era per i volti noti in qualche modo coinvolti (Walter Bonatti, Lionel Terray) in un’epoca in cui gli alpinisti di punta erano ancora personaggi da “grande pubblico”, ma lo era anche perché le vittime erano due ragazzi di normali famiglie belghe e francesi in cui tutti potevano riconoscere i propri figli.

Nella Chamonix di quei giorni frenetici il giornalismo diede il peggio di sé, con genitori e parenti dei due ragazzi intrappolati sul ghiacciaio sottoposti a un continuo assedio di reporter alla ricerca di dichiarazioni e testimonianze. A mantenere altissima l’attenzione contribuì anche un fattore la cui potenza oggi conosciamo molto bene, ossia le immagini. Il pathos fu infatti aumentato dalla disponibilità di alcune fotografie poi diventate celebri, in particolare una scattata nel momento in cui l’equipaggio dell’elicottero appena caduto raggiunge i due ragazzi in ginocchio nella neve.

Operano qui meccanismi che ci sono ormai familiari. In un momento in cui vi sono vite in bilico qualcuno che non è lì come fotografo, ma come soccorritore, preferisce usare le mani per catturare un’immagine invece che per assistere e confortare. Come ci ricorda Yves Ballu d’altronde la macchina fotografica fu messa in mano a una guida proprio pensando al grande valore economico di quelle immagini e al prestigio che esse potevano portare – in caso di successo – ai corpi a cui appartenevano i soccorritori, e venne poi immediatamente recuperata da un giornalista dopo l’avventuroso rientro della squadra. Prontezza di reporter che oggi sarebbe inutile, visto che qualunque soccorritore, come tutti noi, è munito dell’onnipresente smartphone, che permette di diffondere istantaneamente immagini di qualsiasi dramma, senza la necessità del rientro di chi ha scattato l’immagine.

Le fotografie alimentano un crescendo in cui ormai era in gioco non solo il destino dei due giovani alpinisti, ma anche il prestigio della Francia. Quando Vincendon e Henry erano forse ancora vivi, ma i genitori chiedevano di interrompere i tentativi di soccorso, l’opinione pubblica si scatenava in una ridda di opinioni, commenti, discussioni, spesso molto severi nei confronti dei due ragazzi. Alcune sfumature sono certo diverse da quelle che prevarrebbero adesso. I commentatori dell’epoca nel puntare il dito non si concentrano principalmente sull’assumersi con apparente leggerezza il rischio della morte in montagna. Mentre Vincendon e Henry perdevano la vita sul Monte Bianco, i loro coetanei cadevano combattendo nelle montagne dell’Algeria, e il pilota che cerca di salvarli aveva al suo attivo centinaia di pericolosissimi recuperi in Indocina. In Francia, ma anche altrove, vi era – semplicemente – maggiore familiarità con la morte, anche di giovani, non fosse altro per la memoria ancora fresca del secondo conflitto mondiale. La stampa si concentrò piuttosto sui costi del tentativo di salvataggio, chiedendosi se fosse giusto che un’audacia sportiva andasse a cagionare esborsi enormi per le finanze pubbliche, anche nella prospettiva dell’impegno militare di quegli anni.

Molti tratti di fondo sono tuttavia comuni a quelli dei dibattiti a cui oggi assistiamo in occasione di incidenti in montagna.

Jean Vincendon

Colpisce in primo luogo l’immediato levarsi di voci giudicanti che traggono conclusioni generali sull’”interesse pubblico”, su “cosa deve fare lo Stato”, su supposte tendenze generali dell’alpinismo, della cultura, della società, e di quant’altro a partire da un caso singolo, tutto quando ancora le informazioni sono quelle sommarie diffuse nell’urgenza del soccorso. Un mare di parole spese esprimendosi su aspetti su cui avrebbe senso discutere solo di fronte a statistiche e a osservazioni di lungo periodo. Chiunque segua per mestiere o curiosità le cronache degli incidenti alpinistici sa poi che la loro copertura mediatica dipende da fattori che poco o nulla hanno a che fare con le caratteristiche dell’incidente, e molto invece con le priorità giornalistiche del giorno, o semplicemente il caso.

Come tutti sappiamo, il “processo mediatico” sugli incidenti dell’alpinismo è poi tipicamente alieno dalla considerazione del rischio intrinseco in un dato ambito, dal fatto che la morte o le ferite siano una possibilità concreta e ineludibile in un certo tipo di attività. Considerazione molto banale, ma che sembra sfuggire agli spettatori (profani, ma anche iniziati) dell’alpinismo, che di fronte al successo tutto perdonano, quasi mai riflettendo a che rischio questo è stato raggiunto, che per certe imprese è oggettivamente altissimo. E anche quando si riconosce il rischio, questo non è mai evidenziato in termini di giudizio morale (“vale la pena di esporre la vita”, e così via) che invece emerge subito quando l’impresa fallisce.

Questi paradossi, comuni a molti altri sport, nel caso dell’alpinismo si accompagnano a un’artificiosa distinzione tra “vittime” o “salvati”, sospetti di imprudenza sino a prova contraria, e “soccorritori”, visti come appartenenti a una categoria di eroi senza macchia. In questa percezione, molto diffusa nella cultura popolare e ossessivamente riproposta dai media, va smarrita una cosa molto semplice. I “soccorritori” sono stati, e quasi sempre sono, nel loro tempo libero praticanti dell’alpinismo per passione, e in quanto tali ne affrontano i rischi, compresa la quota supplementare che tutti hanno corso come principianti, sulla scia dell’entusiasmo. Esiste qualcuno che ripensando alle prime salite non si renda conto a posteriori di aver commesso qualche grossolana imprudenza, che la fortuna ha voluto non si trasformasse in incidente? Tra l’errore di itinerario, di scelta del materiale, di orario che genererà un articolo di cronaca su un “dramma della montagna” e quello che diventa solo un aneddoto per riunioni conviviali, spesso la linea divisoria è molto semplice, e si chiama caso.

Questa ambiguità emerge in uno dei passaggi più tristi dei racconti di coloro che per ultimi videro vivi Jean Vincendon e François Henry. Subito dopo l’incidente al Sikorsky, quando i soccorritori sono ancora presenti, François Henry si rivolge a uno di loro, dicendogli “Quando torniamo, verremo con voi a fare dei soccorsi”. Anche agonizzante, il giovane studente belga si sente parte di una comunità di alpinisti, che possono essere indifferentemente vittime o salvatori, secondo il contesto e le fasi della vita.

Cerchiamo ora di trasferire mentalmente ai nostri giorni una vicenda con le stesse caratteristiche, per riflettere sui meccanismi che metterebbe in moto nel pubblico. Non mancherebbero senza dubbio i giudizi censori, anche se forse maggiormente centrati sulla “vita gettata” e i “rischi per i soccorritori eroi” piuttosto che sulle risorse pubbliche disperse. I giudizi, però, non sarebbero sottoposti ai limiti intrinseci della carta stampata degli anni 50’, in cui un giornalista scriveva delle parole, riviste da una redazione e stampate in un determinato numero di copie, la maggior parte delle quali destinate al macero o a incartare prodotti del mercato. Oggi due ragazzi che finissero a morire lentamente in alta montagna scatenerebbero una quantità incalcolabile di commenti destinati all’eternità della rete, formulati da chiunque senza limite alcuno di forma e contenuto. Chi pensi che questa affermazione sia eccessiva, può navigare per pochi minuti sul proprio pc, per vedere come un incidente alpinistico mediatizzato viene trattato su facebook o sui vari blog.

Non si vuole qui lanciare una crociata passatista contro i social media, che sono una nuova dimensione della comunicazione dalla quale non si può fare marcia indietro. La pervasività di questi strumenti ci dovrebbe, tuttavia, spingere a un esame di coscienza, tenendo presente che ognuno di noi, nel momento in cui – con gli strumenti che la tecnica gli fornisce – appone uno stigma pubblico di ”incoscienza” o ’”imprudenza” a chi muore in montagna, contribuisce ad alimentare un mare di parole con cui per molto tempo genitori, figli, amici di chi non c’è più si dovranno confrontare.

Yves Ballu sul suo blog ha anni fa pubblicato un articolo, uscito nel gennaio 1957 su Paris-Presse, un importante quotidiano francese dell’epoca (poi cessato nel 1970), scritto da Louis Pauwels, eterodosso giornalista e scrittore, da cui è tratta la citazione in apertura. Lo riportiamo qui sotto per intero, tradotto in italiano. Dice cose molto belle, rivolgendosi a chi all’avventura sulle pareti ha pagato il più alto prezzo immaginabile, senza neanche percorrerle. Vale la pena di leggerle, e farle leggere a chi è pronto a gettarsi sulla tastiera per lasciare in qualche pagina di qualche sito le sue personali riflessioni su cosa avrebbe dovuto fare o non fare l’ultima “vittima della montagna”.

Per i padri dei due alpinisti
di Louis Pauwels, Paris-Presse, 8 gennaio 1957

Che dire della sofferenza dei padri di Vincendon e Henry? Cosa può esservi di peggio del trovarsi immersi in un dolore la cui superficie è agitata da milioni di mani sconosciute, con l’intera società impegnata a discutere e a discettare attorno al supplizio dei propri figli?

Mentre erano a Chamonix a sperare nel salvataggio dei loro ragazzi torturati dal ghiaccio, come se questo non bastasse hanno dovuto dimostrare di avere quella che si dice “coscienza sociale”, assistendo ai contrasti tra soccorritori, alle discussioni sui metodi, ai richiami alle somme spese, leggendo giornali dove si ponevano mille questioni di interesse generale, polizia di montagna, sistemi di assicurazione, e così via.

Dovevano i loro figli, per temerarietà o ignoranza, far correre dei rischi ad altri uomini e far perdere del prezioso materiale? Li si vedeva poco a poco obbligati a misurare obiettivamente le ultime possibilità di salvezza, chiedendo che non si tentasse più nulla. Immaginiamo il loro dolore di padri, reso arido e ancor più disperato da questa pena odiosa: i loro figli, in qualche misura, erano colpevoli, e milioni di persone erano lì a frugare, aprendo il giornale.

Cosa si cerca nelle ascensioni pericolose? La solitudine. Un dialogo molto personale con la natura e quanto di più potente vi è in essa. La rimozione di tutti gli schermi che si frappongono tra l’uomo e la realtà. Se stessi.
Ma basta sbagliare il colpo, ed ecco che il mondo che fuggivate si abbatte su di voi con i suoi elicotteri, i suoi assicuratori e i suoi giornalisti. L’atto più gratuito e più solitario, se è mancato, vi lega più di prima alla società, e centinaia di migliaia di signori Rossi discutono di responsabilità, con la vostra foto davanti agli occhi.

Si parla, a causa di Vincendon e Henry, di proibire le spedizioni pericolose. Non amo per nulla la montagna, e non credo che la “mistica delle grandi invernali” porti molto lontano. Ma credo che rischiare sia una virtù. “La paura è libera”, dicono i toreri. Anche il rischio deve essere libero. Molti insorgono in buona fede: ma come, due ragazzi si avventurano, e guardate quanto costa agli altri! Sono le stesse persone a cui vengono gli occhi lucidi quando i pompieri arrivano con la scala per far scendere un gatto da una grondaia. Aggiungete che i soccorritori amano le occasioni di svolgere il loro compito, e che si è arrivati al peggio ricercando un soccorso che comportasse il minimo rischio. Detto questo, penso che un uomo debba saper e poter conciliare il rischio e la prudenza. Ma questa conciliazione è l’incerto privilegio dell’età adulta. Vincendon e Henry erano appena usciti dall’adolescenza. Avevano diritto alla follia. Che i loro padri non si sentano, per loro tramite, colpevoli! Che il loro dolore sia sano!

Lasciamoli piangere senza disturbarli, mentre ricordano i loro ragazzi che non sapevano quello che facevano, ma che nel luogo dove ora sono tutto sanno. Un luogo, siamo sicuri, simile a questa montagna dove i loro corpi congelati riposeranno sino alla primavera. Come scrisse Gilbert Keith Chesterton, “In un tempo altrettanto glaciale di questa spada d’argento, simbolo di sofferenza, che penetrò un giorno il cuore della purezza… Dove il freddo vibra di verità… Dove il freddo separa la verità dall’errore con una lama di ghiaccio… Dove tutte le complicazioni dimenticate e malsane sono cancellate dalla neve».

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