Il giusto mix delle due sicurezze

L’intervista che segue mi è stata fatta da La Repubblica in occasione del convegno La sottile linea di confine tra sicurezza percepita ed effettiva in montagna, Finalborgo (SV), 28 febbraio 2015.


– Cosa si intende per L’illusione moderna della sicurezza globale, nel sottotitolo del convegno?

L’aggettivo “moderna” si riferisce al fatto che nei secoli scorsi nessuno si è mai illuso che una qualunque azione in mezzo alla natura più o meno selvaggia potesse essere “sicura”, né al 100% né in percentuali che vi si avvicinassero più di tanto. Si ha invece l’impressione che la nostra attuale civiltà da una parte spinga verso una cultura “no limit”, dall’altra freni ponendo spasmodica attenzione alla sicurezza. La sicurezza non si compra e non viene regalata. La si ottiene gradualmente con l’esperienza, con la fatica, con modestia e moderate esposizioni al rischio. Sono dell’opinione che quanto maggiore è la sicurezza esterna di cui disponiamo (aggeggi, ammennicoli, dispositivi di ogni genere) tanto inferiore sarà la sicurezza interna che sviluppiamo. Occorre perciò saper mixare abilmente le due sicurezze: è questo il processo che porta alla auto-responsabilità e quindi alla libertà di scelta.

Foto: Tourismusverband Stubai Tirol
Stubaital, alpinisti

 

– Cosa intendete per “gestire il senso del limite nella frequentazione della montagna”?
Dicevo prima che il “no limit” è una manifesta tentazione della nostra civiltà attuale, schizoide se si considera la pretesa di far coesistere “assenza di limite” e “sicurezza”. Dobbiamo perciò difenderci da questa suggestione e considerare che il nostro limite è il nostro passaporto verso responsabilità e libertà. Gestire quest’avvertenza è il compito dell’individuo, ma anche della società. Non è tanto importante predicare che abbiamo tutti dei limiti quanto cercare di convincere che il limite in fin dei conti gioca dalla nostra parte.

– Il concetto di rischio è qualcosa con cui l’alpinista, e in generale chi frequenta la montagna, deve per forza fare i conti. Come va affrontato?
Sapendo che v’è un limite ben preciso, anche se variabile nel tempo e nelle condizioni e negli individui/gruppi, abbiamo coscienza di esporci comunque a un rischio. Ciò che era scontato, e lo è sempre stato nei secoli passati, oggi l’illusione di un mondo sicuro ne impedisce l’attuazione ai più. Essere consci di rischiare non significa rischiare di più, anzi è vero il contrario.

– A livello generale – parlo dell’opinione pubblica, dei gitanti della domenica, degli sciatori per un giorno – manca invece la reale capacità di riconoscerlo, e di trattarlo nel modo giusto. Come si dovrebbe affrontare il problema, a livello pratico e anche culturale?
Un elemento lo si riconosce quando lo si “cerca”. Gli esami medici ricercano nel sangue precise sostanze o percentuali. Per avere un’informazione però bisogna cercarla. Avere nel proprio atteggiamento questa ricerca. Il riconoscimento del rischio deve sfruttare prima di tutto il nostro istinto (oggi abbastanza trascurato) poi le informazioni esterne. Purtroppo chi non ha alcun allenamento all’istinto deve appoggiarsi solo sulle informazioni esterne. A livello pratico e culturale bisogna insistere su questo allenamento, ma si deve partire già dalla famiglia e dalle scuole elementari, con un atteggiamento di vita che di certo gli allievi non possono assorbire da genitori e maestri che ne sono privi (o ne sono stati privati). Altro che nozionismo!

– Pensi che i media affrontino nel modo giusto il tema?
I media sono lo specchio purtroppo assai fedele della società. Il movimento culturale che dovrebbe portare alla gestione individuale del limite è al momento assai “carbonaro”. La cultura ufficiale gli è contro, fino a che la montagna sarà “assassina”, fino a che si crederà di risolvere tutto con divieti e sanzioni e fino a che si darà spropositato potere ad avvocati e giudici pensando di avere diritto al risarcimento per qualunque sinistro si sia subito. No, i media non stanno affrontando nel modo giusto questo tema, ma non è colpa loro. E’ colpa nostra.

Cima di Pino Sud, 1a ascensione parete est, A. Gogna sotto al tetto, 29 agosto 2005. Foto: Matteo Sgrenzaroli
Cima di Pino Sud, 1a ascensione parete Est, A. Gogna nei tiri difficili sotto al tetto

 

– Della querelle eliski cosa ne pensi? E dei bikers sui sentieri? E in generale su tutte le forme di attività outdoor che fanno vivere la montagna in maniera molto, molto poco “ortodossa”?
Non posso fare di ogni erba un fascio. L’eliski è una piaga perché inquina il rispetto che tutti dovremmo avere per la montagna come bene comune. Altra piaga è lo scorrazzare con mezzi motorizzati (motoslitte, trial, enduro, ecc) su valli e sentieri. Pur essendo vero che un turismo motorizzato, proprio per i vincoli cui è sottoposto, può essere meno chiassoso e invasivo di quello pedestre (quando questo è praticato da dissennati e maleducati), rimane il fatto che questo tipo di giochi sono il sintomo di una società malata e incapace di divertirsi serenamente senza l’uso di toys. I divieti sono del tutto inutili per scoraggiare queste tendenze: anche qui è la società che deve iniziare un processo di “guarigione” rinunciando alla spremitura del pus dagli sfoghi cutanei.

– La gente di montagna ha già le sue leggi, scritte e non. A livello normativo, in Italia, pensi si potrebbe fare di più per tutelare monti e montanari?
La gente di montagna non esiste più in quanto tale. Il mondo moderno si può dividere in metropolitano e non metropolitano. Le leggi di un tempo, scritte o no, siamo tutti noi a doverle recuperare, riconsiderare, cittadini e non cittadini. Se per livello normativo s’intende smetterla di considerare cittadini di serie A e B, allora sì, si può fare di più! Non dimentichiamo che a livello governativo la montagna è stata per decenni trascurata almeno quanto lo sono state le periferie metropolitane, dove il disagio è evidente.

– Cosa ha da insegnare, la montagna, e cosa chi non la frequenta pensi non riesca proprio a capire chi la vive?
L’utilità della frequentazione della montagna è individuale quindi, per sommatoria, anche sociale. C’è chi si adopera per aiutare giovani disadattati, drogati e semi-delinquenti a trovare motivazioni personali tramite la montagna e lo splendido ambiente che tutti affascina. Chi non ha questi problemi sa bene quanto sia importante e rigenerante poter vivere in una dimensione naturale: deve solo procedere nell’esperienza del riconoscimento del limite. Chi in montagna c’è nato deve smetterla di considerarsi un figlio di un dio minore, questo atteggiamento non porta lontano né lui né chi è nato in città.

– Mi fai un quadro dello stato di salute dell’alpinismo internazionale, ma anche nazionale? È un mondo in evoluzione? In meglio? In peggio?
L’alpinismo mondiale non potrebbe vivere un momento migliore. Ci siamo liberati della stampa e dei media che qualche decade fa ci stava con il fiato sul collo e che adesso è del tutto non interessata alle grandi imprese, tranne rari quanto inopportuni episodi incendiati dai social. E’ il momento di apprezzare ciò che di bello succede (centinaia di grandi avventure ogni anno di cui poco si parla) e di prendere le distanze da modi di frequentare la montagna perniciosi o potenzialmente tali (spedizioni commerciali, attrezzature a ferrata di itinerari vecchi e nuovi, competizioni sci alpinistiche e podistiche spettacolarizzate oltremodo). L’evoluzione passa attraverso la rinuncia alla competizione. Devono essere rivalutati gli altri generi di obiettivi, con la competizione imperante l’obiettivo è sempre uno solo, vincere. La moltitudine di obiettivi individuali è la futura ricchezza.

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