Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Sul numero di settembre della rivista Montagne360 (organo ufficiale del Club Alpino Italiano), a firma Federico Bernardin, è uscito l’utile articolo La sicurezza sulle vie ferrate (pagg 54-57).

L’utilità di tale articolo, anche per il grande numero di appassionati cui è rivolto, è indubbia. Il testo non si dilunga, è essenziale e dà le giuste informazioni necessarie, al fine di percorrere una ferrata in ragionevole sicurezza. Inoltre, precisa giustamente “che la ferrata non è un gioco e non è costruita per esserlo”.

Chi volesse leggere il testo integrale, per comodità lo trova qui.

Via ferrata Tomaselli, San Cassiano, val Badia. Foto: ladinia.it
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Considerazioni
Nel testo non ci sono inesattezze, dobbiamo però far notare una piccola dimenticanza e non possiamo rinunciare a due considerazioni che il testo stesso provoca.

La dimenticanza riguarda l’uso dei guanti. In assenza di questi, dire che “fastidiose escoriazioni possono avvenire per strofinamento della pelle delle mani sul cavo della ferrata” non è sufficiente: occorre mettere in risalto che non infrequentemente la mano incontra refoli d’acciaio dovuti a usura e cattiva manutenzione. Questi, al di là delle escoriazioni, possono provocare vere e proprie ferite.

Prima considerazione. Nel sottotitolo, probabilmente a responsabilità della redazione più che dell’autore, è scritto che “le vie ferrate permettono anche ai meno esperti di affrontare difficoltà alpinistiche”. Questo non è corretto, perché le ferrate permettono solo di affrontare le difficoltà delle ferrate!

Occorre stare attenti all’uso dei termini, e cercare di mantenere ben distinti due ambiti che, già dalle differenti radici filosofiche, non possono essere mescolati se non con pericolosi fraintendimenti.

Le “difficoltà alpinistiche” sono proprie dell’alpinismo, attività che favorisce l’esperienza personale nell’ambiente selvaggio della montagna, vive di fantasia e di creatività più che di gesti atletici. L’aspetto ludico è decisamente in minoranza al confronto con l’aspetto romantico, spirituale e psichico.

Al contrario, le vie ferrate sono espressione di gesto atletico su terreno verticale, escludono creatività e fantasia e vivono piuttosto epidermicamente il gusto adrenalinico che il vuoto può offrire.

Ciò che voglio dire è che un I° grado (il primo scalino della Scala UIAA) è alpinisticamente molto più difficile e impegnativo di una ferrata atletica che ti fa sputare molta più fatica.

Seconda considerazione. L’articolo ingenera una fastidiosa sensazione, non nuova peraltro e già provata in altre occasioni. Sembra che pure il CAI (che non è un produttore o venditore di materiali o tecniche) continui a ripetere lo stesso errore, cioè quello di fare intendere al pubblico per obbligatorio l’uso (e in una certa maniera) di certi materiali (nella specie, il kit da ferrata, oltre al casco).

Il testo non afferma chiaramente l’obbligatorietà. Ma il tono è un po’ ambiguo e alla fine il complesso dell’articolo non lascia dubbi al lettore (a dimostrarlo basterebbe osservare che l’uso dei guanti è invece espressamente qualificato come “non obbligatorio”).

Immaginiamo ora che questo articolo capitasse in mano (e per la legge di Edward Murphy accadrebbe di sicuro) a un Giudice in occasione del giudizio su un infortunio senza apposito kit o per uso diverso dal previsto.
Anche il Giudice si nutrirebbe della perniciosa confusione sugli obblighi del produttore (che ci sono) rispetto a quelli dell’utilizzatore (chi impedisce di andare senza kit o diversamente attrezzati, magari a persone esperte?). Il tutto è vieppiù consolidato malamente tramite il parallelo con le norme sull’infortunistica del lavoro.

Nell’articolo è presente anche l’azione, sempre pubblica, di inibizione “morale” a carico di coloro che non usano il kit o pensano ad alternative (esordio dell’articolo: quelli “alle prime armi” che vengono “dissuasi“).

Questi scritti formalizzano degli obblighi dei quali poi chiunque potrà essere chiamato a rispondere legalmente (ricordiamo il recente caso della sentenza di Cassazione che ha ritenuto definitivamente responsabile la Scuola di alpinismo Silvio Saglio (SEM-Milano) per un lieve incidente di parecchi anni fa.

Non sto discutendo la buona fede di Bernardin e del CAI, ma non vorrei che in quest’ambito continuassimo imperterriti e incoscienti a non considerare che, come minimo, è necessario precisare sempre che si può anche scegliere di agire con auto-responsabilità (la responsabilità tout court è inutile prendersela o dire che uno se la prende: tanto te la danno le leggi e gli altri).

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