Il passaparola

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Sulla pagina facebook dei Camosci Bianchi, Beppe Leyduan il 19 aprile 2018 scriveva: “Montagna chiusa. Fino a quando? Dopo i divieti della Val d’Ala (Balme e Ala di Stura), nelle #VallidiLanzo ora tocca al Comune di Groscavallo, in Val Grande, chiudere la montagna ed ovviamente lo fa nel modo più odioso, con una bella ordinanza, datata 13 aprile 2018 (senza previsione di revoca) che continua a valere… fino a quando? Intanto le condizioni nivologiche sono cambiate decisamente e anche il grado di pericolo. Non importa. Per Groscavallo (http://www.comune.groscavallo.to.it/…/avviso-pericolo-valan…) la montagna è chiusa e con essa anche tutti i sentieri che non sono storicamente mai stati interessati da fenomeni valanghivi.
Tutto questo è molto grave e non saremmo mai dovuti arrivare al punto di doverci appigliare a commissioni valanghe, bollettini, discussioni infinite, ragionamenti assurdi e quant’altro per difendere un diritto fondamentale dell’essere umano: la libertà e la sua connessa percezione del rischio che non deve essere demandata a nessuno, perché così facendo si spiana la strada a forme di pensiero ed atteggiamenti liberticidi, dove qualcuno si arroga il diritto di decidere se puoi vivere o meno un’esperienza nella natura, con tutto ciò che esso comporta. Senza se e senza ma.
Ad ogni modo, visto che gli alpinisti denunciati (VEDI IL CASO DI RICCARDO M) erano all’oscuro del divieto, vi suggeriamo di non venire nelle Valli di Lanzo nei prossimi giorni perché rischiate di beccarvi una bella denuncia mentre siete su di un sentiero. E come fare, d’altronde, a sapere se qualche comune ha vietato o meno la montagna? E magari l’ordinanza la fa all’ultimo momento, quando voi siete già in escursione, come è successo a noi qualche anno fa nel Comune di Balme? E quando verrà revocato, poi, il divieto? Per evitare errori, state a casa”.

Dopo qualche giorno di decantazione e dopo l’ordinanza a parziale revoca di quella del 13 aprile 2018, Leyduan scrive un articolo più approfondito che siamo lieti di presentarvi integralmente.

Il passaparola
di Beppe Leyduan
(già pubblicato su https://camoscibianchi.wordpress.com/2018/04/24/il-patrimonio-escursionistico-del-piemonte/ il 24 aprile 2018 con il titolo originale Il patrimonio escursionistico del Piemonte)

[…] Il passaparola è il mezzo principale che ha motivato il soggiorno. Occorre ricordare come il passaparola può funzionare in entrambi i sensi: può essere “positivo”, che invita cioè a visitare le valli attorno al Monviso, la loro cultura e il loro ambiente incontaminato; ma può anche malauguratamente essere “negativo”, qualora la realtà incontrata non corrisponda più alle attese, e questo vale soprattutto per i visitatori stranieri. Quindi occorre che l’intero ambiente (come quello in generale e delle montagne in particolare) venga preservato intatto con un’apposita tutela ambientale e paesaggistica […].

Quanto avete appena letto è tratto da “Politiche Piemonte n. 52” pubblicazione dell’IRES Piemonte dove, tra l’altro, si trova un articolo di Carlo Alberto Dondona, l’interessantissimo La valorizzazione del patrimonio escursionistico regionale.

Un tema attualissimo quello del passaparola che fa il paio con quello della preservazione dell’ambiente: “occorre che l’intero ambiente (come quello in generale e delle montagne in particolare) venga preservato intatto con un’apposita tutela ambientale e paesaggistica“.

Attualissimo perché i recenti fatti delle Valli di Lanzo, (delibere comunali che chiudono la montagna ed ennesime aggressioni al loro ambiente) non aiutano di certo a visitare queste Valli e tutte quelle aree alpine dove il sentimento istituzionale (comuni ed unioni montane) non è favorevole. Sarebbe, credo, opportuna una riflessione importante soprattutto sulla grave abitudine a chiudere intere porzioni delle valli appena si presenta un rischio valanghe più importante del consueto, pensando proprio al passaparola e all’identità delle montagne, dove la libertà di frequentazione ne è il sommo caposaldo.

L’ordinanza del Comune di Groscavallo del 13 aprile 2018 con cui si chiude tutta la montagna del territorio comunale. Emessa a fronte del bollettino nivologico dell’Arpa Piemonte del giorno precedente (bollettino che non suggerisce mai di stare a casa). Delibera che è rimasta valida fino al 20 aprile (le condizioni nivologiche cambiano di ora in ora).

Chi abitualmente va in montagna (per escursionismo, alpinismo, scialpinismo, ecc…) fa una scelta di libertà nel momento in cui esce di casa perché sa che ci sono montagne libere ad accoglierlo. Chi parte, ad esempio, da Pavia, per fare un’escursione nelle Valli di Lanzo, non sarà certo molto contento di prendersi, a sua insaputa, una denuncia a fronte di una delibera emessa da un comune, che tra l’altro non prevede revoca. Vi immaginate il nostro scialpinista o una sezione del Club Alpino Italiano (che, ad esempio, ha programmato mesi prima, tra le sue attività sociali, la ciaspolata Rivotti-Gias Nuovo Fontane in Val Grande di Lanzo), il turista svizzero piuttosto che quello olandese, che, recandosi nelle Valli di Lanzo (ma potrebbe essere qualsiasi altra valle), non si sente più libero di vagare per le montagne perché corre il rischio (devastante per il turismo alpino) di essere multato o addirittura di farsi tre mesi di carcere? Riescono le istituzioni (che dimostrano palesemente di non comprendere la seduzione dell’ambiente montano) a intercettare i gravi problemi cui si sta andando incontro, ad ogni livello?

E come farebbe d’altronde il turista svedese, dopo essersi sobbarcato i costi di viaggio per raggiungere Balme in Val d’Ala (giusto per rimanere nell’attualità), a sapere a priori, prima di partire, se qualche comune decide all’ultimo momento di chiudere tutte le montagne e tutti gli itinerari del suo territorio?

Ordinanza del Comune di Balme del 7 febbraio 2015

Quello che appena avete letto si traduce in un “passaparola“, e non si verifica solo perché a un certo punto le montagne decidono di far cadere valanghe ma anche perché un sentiero si perde nel nulla oppure non è adeguatamente segnalato. Perché entrando nel locale di fondovalle mi sento un intruso e non trovo un sorriso ad accogliermi. Oppure perché le aspettative del turista escursionistico (escursionismo in senso lato) rimangono deluse incontrando ambienti alpini pesantemente compromessi da opere altamente impattanti, dannose e pericolose: il sentimento che prevale allora è di rigetto, di rifiuto perché chi ama gli ambienti montani, e li frequenta assiduamente, ne comprende la loro cultura in relazione alle attività umane: se queste risultano non in armonia e aggressive, allora si comprende subitaneamente come l’identità delle montagna sia compromessa e con essa il suo paesaggio, che certamente è costituito anche da elementi non visibili e immateriali, come il poter prendere contatto con la wilderness, per quanto possa essere rischiosa.

L’interferenza normativa nell’identità delle Alpi, (qui il Regolamento che istituisce le Commissioni Valanghe in Piemonte e qui la delibera che istituisce la Commissione Valanghe dell’Unione Montana Alpi Graie, giusto per rimanere nell’attualità), immenso serbatoio di libertà e silenzio, è un colpo mortale proprio ad un elemento fondamentale del paesaggio alpino, da tempo immemore.

Si percepisce sempre di più l’avanzata delle logiche di pianura (dove tutto deve essere normato) che stanno infettando istituzioni locali e genti alpine incapaci di opporsi alla continua perdita di identità culturale (un altro grave esempio sono le piste costruite con i fondi europei che cancellano in un solo colpo secoli di sedimentazione culturale che scorreva sui sentieri).

Piste che favoriscono il ruscellamento con i conseguenti dissesti idrogeologici che si ripercuoteranno a valle e, complessivamente, anche in pianura.

Dobbiamo riscontrare amaramente che di questi pesantissimi danni la responsabilità è anche delle istituzioni “superiori” come la Regione Piemonte che non è in grado, attraverso le leggi, di preservare una millenaria cultura di montagna che rappresenta le fondamenta del saper vivere ed abitare le Alpi ma anche una fondamentale attrazione turistica.

E’ assurdo consegnare a una commissione valanghe (domani sarà una commissione temporali? o una commissione venti? o quella del freddo?) la libertà di frequentare le aree wilderness (intese come aree caotiche, estranee alle aree pubbliche dove invece tutto è regolamentato), di cui sentiamo sempre più bisogno di fronte alla pervasività dei mondi tecnologici e sintetici.

La verità ontologica – la realtà profonda del mondo – è il caos. Ma la verità pragmatica – la verità che possiamo usare, la verità che ci porta da qualche parte – è una riduzione del caos. La prima è la wilderness, la seconda è un sentiero. Entrambe sono essenziali, entrambe sono vere (Robert Moor, Percorsi).

Il sentiero, di cui parla il bellissimo libro di Robert Moor, non è da intendersi esclusivamente come un’infrastruttura fisica, bensì come una “linea del desiderio”. Quando le “linee del desiderio” (una traccia di sci, di ciaspole, una via di roccia, le orme della fauna selvatica, un sentiero) vengono ignorate (chiudendo la montagna), si crea automaticamente disaffezione e perdita culturale. E in questi casi il passaparola, di cui parla Dondona, è l’arma finale.

Personalmente, ritengo compito di ogni istituzione (regioni, città metropolitane, unione montane, comuni e loro rappresentanti) garantire la libera frequentazione di aree wilderness, caratteristiche soprattutto degli ambienti fortemente identitari come lo sono le aree montane, da proteggere dall’interferenza delle logiche di pianura (che vanno verso la direzione – utopica e mortale – del tutto sicuro al 100%): ne va della stessa idea di turismo escursionistico, soprattutto quello che nasce nel momento in cui, da casa, sento un’attrazione forte (esplorativa e culturale) verso quegli immensi contenitori di libertà che includono anche forti e desiderati elementi di incertezza.

Da quanto emerge negli ultimi tempi nei dibattiti sui social, c’è una realtà lacerata, dove frequentatori della montagna e istituzioni locali rimangono divisi da un solco incolmabile. Questo è molto grave perché spinge la montagna verso forme vetuste e antistoriche di chiusure incomprensibili che non faranno altro che ingenerare un passaparola negativo (anche per quanto riguarda le aggressioni immotivate all’ambiente).

È urgente che ogni istituzione interessata a preservare la montagna, con le sue occasioni di sviluppo, prenda coscienza di questo problema che ne sta erodendo identità e paesaggio. Perché nel patrimonio escursionistico si annovera, a pieno diritto, anche la libertà di frequentazione.

Commenti
Lucia (24 aprile 2018, ore 19.18): Sento astio nei confronti degli amministratori locali e anche nei confronti dei valligiani. Il dibattito dovrebbe essere sereno da entrambe le parti, vanno ascoltate le ragioni di chi vive in montagna e anche di chi vuole fare escursionismo non solo in libertà ma anche in sicurezza. È assurdo che un sindaco debba avere la responsabilità della sicurezza nel caso di valanghe, l’escursionista va avvisato del pericolo e poi sarà la sua responsabilità di mettersi eventualmente in una situazione pericolosa e saranno tutte a suo carico le spese per eventuali soccorsi.

Marina Girardi (24 aprile 2018, ore 19.55): Con queste ordinanze i Comuni che hanno partorito queste norme si comportano come Ponzio Pilato, poco a che vedere con l’impegno a difesa della Montagna, con l’onere di far rispettare i codici di autoregolamentazione riguardanti i rifugi e le vie ferrate, o la chiusura di strade carrozzabili in quota…
Non sanno della gioia di chi vuole sperimentare i grandi spazi, viverne i ritmi, le leggi naturali e anche… i pericoli di questi luoghi incontaminati?
Temo che a fronte di queste delibere ci sarà un passaparola negativo soprattutto tra gli stranieri e per coloro che vengono da altre zone poco incentivati da tali disposizioni e, nel peggiore dei casi, multati.

Toni Farina (24 aprile 2018, ore 21.40): Mi è difficile intervenire sull’argomento, abbastanza complesso. Certo è che alla base di tutto c’è molta improvvisazione, nonché una molto parziale e personalissima interpretazione di termini quali “sicurezza del visitatore”. Allora perché non far rispettare alla lettera i limiti di velocità sulle strade? Molto più insidiose delle valanghe… La strada di Viù apprezzata dai “centauri” impegnati nell’anello del Col del Lys diventa nelle domeniche estive un vero circuito di gara… Una cosa risaputa da tutti, senza che nessuna autorità pubblica (o di PS) vi ponga rimedio.
Ma al contempo ritengo insidiose le molto parziali e personali interpretazioni del concetto di libertà che stridono con il concetto di limite proprio della montagna (montagna maestra del limite).
Come uscirne?

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