Il presidio dei territori montani

L’antropologo Annibale Salsa ripercorre la storia, tra spopolamento e ripopolamento della montagna. Siamo a un nuovo punto di svolta, con condizioni strutturali favorevoli a un insediamento: serve però come nel Medioevo una negoziazione, dare vantaggi a chi ci garantisce il presidio del territorio montano. Perché lasciar fare alla natura è un’immagine romantica, che non corrisponde al vero.


Il presidio dei territori montani
(intervista ad Annibale Salsa)
di Sara De Carli
(pubblicato su www.vita.it, 18 luglio 2016)
Scarpe grosse, rude, di vedute ristrette: il montanaro secondo i luoghi comuni. «Ma questo è un falso! Era esattamente il contrario», sbotta Annibale Salsa, antropologo, esperto di cultura alpina, già presidente del CAI, oggi alla scuola del paesaggio della Provincia di Trento. «Nel Medio Evo i coloni delle terre alte, cioè i contadini delle Alpi, avevano meritato la condizione di uomini liberi, mentre quelli di pianura non lo erano. Questa scelta fece delle Alpi uno spazio elitario, i cui eredi oggi sono le autonomie dei contadini sudtirolesi o dei cantoni svizzeri, la forma stessa di democrazia diretta della Svizzera. Ora del nuovo trend di popolamento della montagna parlano tutti, non è più qualcosa di sporadico, ma c’è bisogno di politiche economiche finalizzate a ridurre gli ostacoli che i nuovi imprenditori della montagna si trovano di fronte. Il trend altrimenti rischia di erodersi. L’insediamento massiccio e capillare che si è verificato sulle Alpi nel basso Medioevo è stato possibile perché la politica lo aveva favorito con concessioni fiscali e autonomie e soprattutto con la condizione di uomo libero. Oggi serve una negoziazione, come allora».

Nelle foto, i ragazzi e le attività della cooperativa di comunità Brigì di Mendatica, sulle Alpi liguri, 150 residenti. Nata un anno fa da tre giovani, oggi ha 10 soci dai 18 ai 33 anni e ha attivi 13 contratti a chiamata di lavoro. La cooperativa gestisce in particolare il Parco Avventura di proprietà comunale, un rifugio con 20 posti letto, un centro escursioni (con quattro guide esperte sumezzate, ovvero in accompagnamento con gli asini) e laboratori didattici per bambini.
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Cosa ci fa dire che “il film” dello spopolamento delle montagne non corrisponde più al vero?
Alla fine degli anni ‘50 si è chiuso un modello millenario di civilizzazione alpina. Dagli anni ‘60/’70 la montagna ha conosciuto abbandono e spopolamento. Per la montagna sembrava non ci fosse più speranza, si era insinuata una cultura della rassegnazione e della resa. L’approccio alla montagna è stato di sfruttamento intensivo e speculativo da un lato e naturalistico ambientalistico dall’altro, con fenomeni di wilderness di ritorno. Questo fino agli anni ‘90. È del 1996 un’indagine dell’Istituto di sociologia rurale che segna uno spartiacque, perché si arresta l’emorragia demografica e comincia a verificarsi un ritorno, seppure solo dello 0,2%. È negli anni duemila che si ferma l’esodo biblico: oggi su questa svolta non c’è alcun dubbio ed è connotata in maniera oggettivamente più rilevante.

Chi sono i nuovi montanari?
Il neo-ruralismo è di matrice neo-romantica. Evasione, fuga da un’alienazione urbana e metropolitana, bisogno di “montanità”. La montagna è metafora di evasione e fuga, libertà, nell’immaginario. Ma questo non è un fenomeno risolutivo, perché a mio parere non è durevole e per durevole intendo il concetto della sociologia francese di “durevolezza”. La caratteristica decisiva, perché si possa parlare di rinascimento montano, è questa durabilità, ancor più della sostenibilità, perché il problema è come ci si proietta nel futuro: il rapporto tra l’uomo e la natura deve essere durevole, non solo sostenibile. A partire dagli anni 2000, tuttavia – penso in particolare al Rapporto Censis del 2004 – la fenomenologia sociale dei montanari acquisita caratteri diversi, non è più solo evasione, ma si registrano ritorni più strutturati. Compaiono i ritornanti, non solo i neorurali, figli e nipoti di gente che se ne era andata: i ritornanti hanno la consapevolezza dei sacrifici che comporta un insediamento permanente in montagna, gli adattamenti necessari… Ecco, con i ritornanti si comincia a parlare di “rinascimento” perché alcune di queste iniziative hanno successo. C’è ovviamente un darwinismo sociale, ma da dieci anni la resistenza e resilienza alla montagna comincia a manifestare dati rassicuranti. Soprattutto le aree del cuneese e della Carnia stanno conoscendo significative esperienze di ritorno, proprio le terre della “malora” e della “terra grama”.

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Quali cause vede per questa inversione di tendenza e quali problemi restano?
Ci sono fenomeni concomitanti e concause, non secondaria si è rivelata la lunga crisi economica: dinanzi a prospettive di disoccupazione in città è più semplice esistenzialmente affrontare i rischi di un progetto imprenditoriale nell’economia agrosilvopastorale. Tanti giovani lo stanno facendo, transumanza, pastoralismo, allevamento, agricoltura ma anche terziario avanzato. L’ostacolo, soprattutto nelle Alpi latine – il Piemonte sta muovendo ora i primi passi – è la frammentazione fondiaria, se non si risolve è inutile, si fanno discorsi metafisici. Nelle Alpi tedesche c’è stato minor spopolamento proprio perché l’accorpamento fondiario fa parte della storia, c’è stata meno speculazione edilizia, non c’è stato consumo di suolo. Oggi la nuova frontiera è l’accorpamento fondiario, senza dubbio, per dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento c’è bisogno di superfici ampie, i fazzoletti di terra ereditati dal nonno non sono utilizzabili. Oggi c’è un cambio di paradigma culturale, c’è un aspetto che non c’era trent’anni fa, cioè che l’economia fordista che ha massacrato la montagna non c’è più: la vera sfida oggi è ridurre il digital divide. Davvero siamo a un nuovo “milleecento”: allora il cambiamento climatico aveva giustificato l’innalzamento delle colture ad altitudini maggiori e aveva portato a un massiccio popolamento delle Alpi, oggi ci sono condizioni congiunturali e strutturali favorevoli per un ritorno.

A quali condizioni?
Credo serva una negoziazione, come nel Medioevo. Allora i feudatari avevano accettato di ridurre la loro sovranità sui coloni delle terre alte in cambio del presidio del territorio, oggi deve accadere qualcosa di simile. È fondamentale capire che i territori montani devono essere presidiati, non possono essere lasciati alla wilderness di ritorno, come pensa un certo ambientalismo. L’inselvatichimento avanza dell’8-10% annuo, non possiamo lasciare fare la natura, non vanno così le cose: chi vive fuori pensa che natura faccia tutto da sé, che i prati siano naturali, ma se i prati non li pulisci non sono prati, sono una giungla. Va fatto passare questo concetto, il nostro paesaggio è alternanza tra aperto e chiuso, va garantita tanto la presenza umana quanto la vivibilità e biodiversità.

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La strategia delle aree interne è un buon punto di partenza?
La strategia delle aree interne funziona. Queste cose si dicevano in passato, ma in una logica assistenzialistica, che non aiuta. Oggi è il momento di capovolgere paradigmi, non si tratta di assistere per tenere lì le persone ma di avviare politiche di economia attiva, redditizia, perché la montagna può vincere non in termini quantitativi ma qualitativi.

Le montagne sono luogo di apertura o chiusura? Di inclusione o esclusione?
Le Alpi nella loro storia sono state uno spazio aperto a partire dal Medioevo, una cerniera non una barriera. Questo ruolo di cerniera, una sorta di area Schengen ante litteram, è stata interrotta nel Settecento quando le Alpi sono state viste come muraglia difensiva in chiave militare e bellicistica. Il dibattito sul Brennero delle scorse settimane è una fase involutiva di questo processo. Ma le Alpi devono essere uno spazio aperto, tant’è che parliamo di macroregione alpina. Non c’è dubbio che ci sia in atto una rivoluzione demografica e sociale, laddove c’è una montagna spopolata c’è spazio, assistiamo a travasi tra vecchio e nuovo, che peraltro ci sono sempre stati.

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