Il Re di Tavolara – 1

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Il Re di Tavolara – 1 (1-2)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Tra storia e leggenda
A parte la notevole superficie espropriata dalla Marina Militare, l’isola oggi è in maggior parte di proprietà della famiglia veneto-romana dei Marzano. Nella zona meridionale (Punta Spalmatore di Terra) sorgono due ristoranti e piccole case appartenenti alla famiglia Bertoleoni, su un terreno di circa ottanta ettari. Ed è proprio quest’ultima famiglia la protagonista di un racconto in cui storia e leggenda ormai si confondono inestricabilmente.

Tavolara nell’antichità era nota come Hermea Insula (chissà perché consacrata a Hermes/Mercurio, dio dei mercanti). Era abitata fin dal neolitico medio, e lo testimoniano parecchi reperti. Usata nel corso dei secoli da Cartaginesi, Romani e Arabi per operazioni belliche, si narra che l’imperatore Nerone nel 100 d. C., dopo aver fatto costruire una villa sulla costa olbiense per la sua concubina preferita, la libèrta Atte, le abbia poi donato l’intera isola di Tavolara.

Si vuole inoltre che a Molara, l’isola poco distante da Tavolara, nel III secolo dopo Cristo, abbia vissuto gli ultimi mesi di vita papa Ponziano, condannato dai persecutori romani al lavoro nelle miniere (ad metalla) assieme al vescovo scismatico Ippolito. Per questo c’è chi dice che una delle più famose grotte dell’isola si chiama Grotta del Papa, ma è più verosimile che questa prenda il nome dalla vicina Punta del Papa che, da una certa angolazione, sembra proprio una tiara papale. I saraceni ne fecero sicuramente una base ben protetta per le loro piraterie: ancora nel ‘700, il naturalista Francesco Cetti scriveva che spesso sull’isola erano presenti dei corsari. Nessuna abitazione stabile, dunque.

Isola di Tavolara, 23 agosto 2000

Sgominati gli ultimi corsari e con il favore dei Savoia, era ormai tempo di colonizzazione. Ci pensò Giuseppe Bertoleoni (di origine genovese-corsa). Questi giunse in prossimità dell’arcipelago della Maddalena costeggiando la Corsica (colà ricercato dalla gendarmeria francese) a bordo di una piccola nave da diporto proveniente da Genova, in cerca di una terra in cui abitare; si stabilì dapprima sull’isola di Spargi, poi si spostò più a sud, sulla piccola isola di Mortorio, ma, spinto dal bisogno di un’isola più generosa e ospitale, navigando ancora verso sud, raggiunse nel 1807 la disabitata isola di Tavolara. Vi portò dunque la famiglia e si dedicò all’allevamento delle capre selvatiche, molto numerose sull’isola, alcune caratterizzate da una particolare colorazione dorata della dentatura. Il francese Antoine-Claude Pasquin Valery, che pubblicò il suo Voyages en Corse, à l’île d’Elbe et en Sardaigne nel 1837, è una delle principali fonti storiche. Egli descrive Giuseppe come un bell’uomo, alto quasi due metri, magro, robusto e forte.

Prolagus seconda la ricostruzione di Peter Maas

E’ storicamente accertato che, la notte tra il 28 e il 29 settembre 1815, a causa di una tempesta, sull’isola sbarcò Gioacchino Murat, l’ex-Re di Napoli: veniva dalla Corsica ed era alla testa d’un contingente di 250 armati con lo scopo di riconquistare il suo regno. Una sosta durata poche ore, giusto il tempo per lasciar passare la tempesta. Pare che Murat, accolto con tutti gli onori nell’isola, abbia detto di esser stato salvato dal “Signore di Tavolara”. La spedizione era destinata al fallimento: Murat fu fucilato a Pizzo Calabro due settimane dopo.

Nel 1836 Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, era di passaggio per cercare nuovi luoghi di caccia. Incuriosito da quell’isola così imponente e non soddisfatto delle informazioni che poterono dargli i suoi marinai, decise di approdarvi. Presentatosi ai residenti come re di Sardegna, sembra che Giuseppe Bertoleoni, circondato dalle capre dai denti dorati, abbia risposto: “E io sono il re di Tavolara!”.

Poteva scoppiare una “guerra”, invece i due fecero amicizia perché Carlo Alberto soggiornò là una settimana. I piaceri della caccia e della tavola di casa Bertoleoni strapparono a Carlo Alberto delle parole memorabili: «Giuseppe, sei proprio il re di Tavolara!». Parola di re è parola che non si cancella e così, poco tempo dopo, Carlo Alberto dichiarò ufficialmente che Tavolara non aveva mai fatto parte del Regno di Sardegna. Poi, al momento del congedo, il Savoia donò al Bertoleoni un orologio d’oro e – sempre secondo il Bertoleoni – promise di mandare a Giuseppe una pergamena, con tanto di sigillo reale, che riconosceva la monarchia di Tavolara. Oggi non vi è purtroppo traccia della pergamena reale, firmata dal re, che sarebbe arrivata dopo qualche tempo alla Prefettura di Sassari. Secondo quella, Giuseppe e i suoi eredi sarebbero risultati infeudati sull’isola. I maschi e le femmine dei Bertoleoni potevano fregiarsi del titolo di “principi e principesse del mare” (sempre secondo il solo documento albertino in quanto la casata Bertoleoni non figura negli elenchi nobiliari ufficiali del Regno d’Italia). Tonino I, attuale “Re di Tavolara”, ha dichiarato al quotidiano La Nuova Sardegna di aver avuto occasione di vedere tale pergamena, che sarebbe andata perduta in seguito a dissidi familiari.

Tonino Bertoleoni lo giura: «La pergamena di Carlo Alberto esisteva, l’ho vista con i miei occhi. Per tantissimi anni sparì, la prese una figlia di Paolo Bertoleoni. Come spesso succede, anche nelle famiglie non si va sempre d’accordo. Così lei andò a vivere a Punta Timone, con la sua famiglia, e portò con sé la pergamena». Il documento rispuntò molto dopo, nel 1955. «Arrivò un certo Luigi Cominetto, diceva di essere un conte, voleva fare una ricerca per far riconoscere il nostro regno. Lo ospitammo per diverso tempo. Un giorno, però, quasi per istinto e di nascosto, frugai nella sua borsa. E trovai la pergamena, forse gliela avevano consegnata quelli dell’altro ramo della famiglia. Era piccola, colorata, firmata da Carlo Alberto. Diceva che i Bertoleoni erano i re di Tavolara. La rimisi subito a posto, però il presunto conte si accorse che qualcuno aveva controllato tra le sue cose. Bene, quella sera partì e non lo rivedemmo mai più. Scoprimmo che il suo nome non esisteva, era sicuramente un truffatore. Secondo me fu mandato da qualcuno interessato a far scomparire le prove della nostra proprietà. Io ero un ragazzotto inesperto e allora non dissi subito, perché me ne vergognavo, di aver frugato nella borsa del conte».

Inutile cercare oggi negli archivi torinesi traccia della copia di quella pergamena: se qualcuno aveva interesse a farla sparire di certo ha agito anche a Torino o Roma.

Alberto La Marmora, nel suo Itinerario dell’isola di Sardegna edito a Torino nel 1860, dà per buona l’intera storia e riporta che Giuseppe Bertoleoni “avendo avuto dei contrasti colla giustizia per motivi di bigamia, prese il partito di lasciare una delle sue mogli (ch’erano sorelle) nell’isolotto di S. Maria di cui egli s’impossessò, e l’altra nell’isola di Tavolara che riguardava parimente come sua proprietà, e così le visitava a turno”. La Marmora riporta che già questo fare la spola fra le due isole era valso a Giuseppe il nomignolo di “re di Tavolara”, ma riporta come “così pure lo chiamava, compiacendosene, il fu re Carlo Alberto…”. 

A Giuseppe Bertoleoni “succedette” il figlio Paolo, che a sua volta si proclamò “re” col nome di Paolo I, sposò una donna sarda, Pasqua Favale (più tardi “reggente”), e da lei ebbe il figlio Carlo (I). La storia-leggenda vuole che il demanio avesse tentato di espropriare i Bertoleoni della loro isola, sostenendo che su di essa non esisteva alcun titolo di proprietà. Siccome il padre Giuseppe aveva “perso” la prima pergamena, Paolo Bertoleoni decise allora di recarsi personalmente a Torino da Carlo Alberto, passando da Porto San Paolo e da Civitavecchia. Dal re in persona ottenne rassicurazioni e dopo qualche tempo gli venne recapitata, dalla citta di Tempio, una pergamena che lo riconosceva come padrone assoluto e re di Tavolara. Paolo I disegnò allora una corona sulla facciata della casa e si procurò una bandiera con tanto di effigie reale. Nonostante il passare del tempo e le intemperie, la corona è ancora ben visibile sulla facciata di casa Bertoleoni.

Questa “ufficializzazione” destò interesse e la notizia dell’esistenza di questo piccolo Regno insulare fece il giro del mondo. Paolo cominciò a intrattenere relazioni con alte personalità, come ad esempio il Sindaco e la Giunta comunale di Sassari, che nell’aprile 1881 durante un viaggio di tre giorni in Gallura per festeggiare l’apertura del tronco ferroviario Monti-Terranova, l’attuale Olbia, si recarono a trovare Paolo.

Il Gazzettino sardo ne scrisse, riconoscendo che il re era tale: “E poi a fare visita al re di Tavolara, cioè a dire il padrone dell’isola, che dopo aver sostenuto una lunga lite col demanio riuscì ad essere proclamato, anche giudiziariamente, “Domino Assoluto” dell’isola abitata dalla sua famiglia, composta da 47 persone (figli, figlie, generi, nipoti e pronipoti) e dalla sua greggia, composta di vacche e pecore”. La visita ufficiale ebbe il suo momento di gloria bevendo vino sotto un colossale carrubo e non risparmiando schioppettate e colpi di cannone.

Con tutta probabilità, a Torino e a unità d’Italia raggiunta, la politica concreta ebbe ragione delle promesse: Tavolara venne comunque annessa al Regno, al di là dei “riconoscimenti” ricevuti in epoca albertina. È bello però che ancora oggi viva più che mai questa strana ma, allo stesso tempo, misteriosa storia, nata da un’impavida traversata di un genovese, solo, alla ricerca di una terra vergine dove ricominciare una “nuova vita”, lontano dal caos delle Guerre Napoleoniche.

Il giornale La Sardegna confermò le illustri relazioni di Paolo I, facendone un lungo elenco. Come si riporta anche nel volume Grotte della Sardegna di Antonio Furreddu e Carlo Maxia (1964), l’isola sarebbe stata visitata nel 1896, a bordo della nave Vulcan, da alcuni inviati della Regina Vittoria d’Inghilterra, che con questo gesto si presume abbia tacitamente riconosciuto l’esistenza del minuscolo “regno”. I Bertoleoni e il citato volume narrano che ancora oggi, in una sala di Buckingham Palace, a Londra, si conserva la foto della “famiglia reale” di Tavolara, racchiusa in una cornice dorata all’interno della collezione di ritratti delle dinastie regnanti di tutta la terra, con la dicitura: «La famiglia reale di Tavolara, nel golfo di Terranova Pausania, il più piccolo regno del mondo». A testimonianza della visita del Vulcan è la fotografia scattata sul ponte della nave, di cui oggi si conserva copia in tutte le case dei tavolaresi: si vede in piedi al centro Carlo I circondato dai parenti e parrebbe che sulla cintura della giovane in primo piano si noti la scritta Vulcan.

Dopo la morte di Paolo I si propaga la notizia che a Tavolara fosse stata creata una repubblica. Piovvero lettere ai giornali con le richieste più strane al riguardo, ma la più amena di tutte è quella riportata dal periodico L’Illustrazione. E’ la lettera del New York Sunday World: «A sua Eccellenza il Presidente della Repubblica Tavolara. Eccellenza, il New York Sunday World, il più grande giornale che si stampi, in lingua inglese, ha inteso notizia della vostra piccola ma ben governata Repubblica. Il World desidera di dare ai suoi lettori negli Stati Uniti tutta la storia della loro sorella repubblica di oltre mare. Il World sarebbe ben onorato se voi voleste mandargli nella busta qui acclusa la storia particolareggiata del vostro paese, i vostri metodi di governo e tutto quello che può parervi interessante da sapere a proposito della vostra isola, dei vostri usi e costumi, ecc. Se poteste mandare anche le fotografie di voi medesimo, del vostro Consiglio di Stato, della vostra isola sarebbero assai gradite” (seguono saluti, ecc.)».

Carlo I, bisnonno dell’attuale re, si trovò in difficoltà economiche allorché due velieri di sua proprietà erano naufragati a Punta Timone. Nel disastro erano morti tre marinai. Il demanio non aveva mai smesso di accampare diritti di proprietà sull’isola, e alla fine Carlo I si accordò con lo stato e fece un atto di vendita. Con questo la maggior parte di Tavolara divenne dello Stato. Negli anni Trenta, in piena epoca fascista, quello stesso terreno fu messo all’asta. Di questo i Bertoleoni non sapevano nulla e nulla fecero nei sei mesi di tempo per poter fare una loro offerta. Ne approfittò invece la famiglia Marzano, che si trovò quindi proprietaria di due terzi dell’isola.

La popolazione era destinata pian piano a crescere: vi si stabilirono, con il consenso regale, alcuni ponzesi che si dedicarono alla pesca dell’aragosta, e dei galluresi per l’allevamento del bestiame e per la cottura della calce, determinante, questa, nell’economia dell’isola, visto che la pietra calcarea e il legname necessario per i forni abbondavano.

Marco Marrosu sulla cresta sud-est, 3a ascensione, 23 agosto 2000. Qui è impegnato nel passo chiave della variante Soregaroli, quella che in seguito fu attrezzata per realizzare la via Ferrata degli Angeli, oggi smantellata

Nel 1930 c’erano 20 abitanti, poi con il lavoro ai forni per la calce (una trentina in funzione, alcuni dei quali a carbone) si giunse a un massimo di 61 persone nel 1952. Oltre alla tabaccheria di Augusto Molinas venne aperto un negozio di alimentari e si tentò di gestire una scuola. Questa era un’unica stanza e il tetto aveva giusto un buco sopra alla cattedra: pare che, a fine lezione, i bambini si divertissero a strisciare sul tetto e fare la pipì nel buco. Durò solo un anno.

Perché i forni furono costruiti anche sulla costa olbiense, cui il materiale roccioso poteva arrivare più facilmente da altre zone della Sardegna. Fu l’inizio della fine, gli abitanti di Tavolara si videro portare via una delle maggiori fonti di guadagno (l’ultima partita di calce fu venduta nel 1954). Anche l’insediamento nel 1962 della base militare allontanò le famiglie degli addetti al faro. Fu una fortuna invece per l’equilibrio ecologico e per le coste dell’isola, ormai sottoposte all’instancabile forza erosiva del mare a causa del prelievo di sassi calcarei sotto costa per farne calce.

Questo è l’elenco dei sovrani di Tavolara:
Giuseppe I Bertoleoni (1778-1849, re dal 1836 al 1845), che sposò Laura Ornano.
Paolo o Polo I (1812-1886, re dal 1845 al 1886), che sposò Pasqua Favale, “reggente” dal 1886 al 1896. In questo periodo di “reggenza” qualcuno parlò di “repubblica”, con relativo diritto di voto, anche alle donne.
Carlo I (1845-1927, re dal 1896 al 1927), che sposò Maddalena Favale.
Mariangela I (1841-1934, reggente dal 1927 al 1929), sorella maggiore di Carlo I, che sposò Bachisio Molinas.
Paolo II (1904-1962, re dal 1929 al 1962), figlio di Carlo I, sposò Italia Murru.
Carlo II (1931-1993, re dal 1962 al 1993), primogenito di Paolo II.
Antonio I detto Tonino (nato nel 1933, re dal 1993), secondogenito di Paolo II, sposò Maria Pompea Romano (morta nel 2010).

Marco Marrosu, Guido Daniele e Alessandro Gogna in vetta, dopo la 3a ascensione della cresta sud-est

Gli ultimi esponenti dei Bertoleoni, quelli del ramo principale e dinastico, sono i tre figli di Tonino: Giuseppe (II), che ripete il nome del primo re di Tavolara, e le “principesse del mare” Loredana e Paola.

I Bertoleoni sono sepolti a Tavolara nel piccolo cimitero di Spalmatore di Terra, dove riposa anche lo storico Girolamo Sotgiu. Dopo l’ingresso, sovrastato da una croce di ginepro abbastanza contorto, risalta tra i sepolcri successivi la tomba di Paolo I e la sua rudimentale corona a cinque punte. Si è persa invece traccia delle spoglie di Giuseppe I, suo padre e fondatore del regno.

In tanti ci vorrebbero trascorrere l’eternità. I loculi sono poco più di venti e i defunti hanno quasi tutti lo stesso cognome. «Questo è il cimitero dei re, non è una sepoltura per tutti. Le richieste sono tantissime, ma non c’è posto per altri. A malapena ci stiamo noi» sorride il re Tonino. E continua: «I turisti che hanno la fortuna finire qui non vorrebbero più andar via e allora sognano di trascorrere qui la vacanza più lunga, quella che inizia con la morte. Ma oramai gli spazi sono esauriti». Ed è curioso che in questo camposanto senza opere d’arte in marmo sia possibile posare soltanto fiori di plastica, perché le capre che scorrazzano libere tra la macchia farebbero subito razzia di rose e orchidee.

Simone Sarti sul diedro chiave di Affora sa Nato, 2016. Foto: Maurizio Oviglia.

Oggi, il re non fa più gli onori di casa agli ospiti. I turisti, ogni anno, sono migliaia: nessuna schioppettata, nessun colpo di cannone. Ciò non toglie che l’isola sia visitata dai personaggi famosi più disparati e vip di ogni genere, soprattutto in occasione (dal 1991) del Festival del Cinema Una notte in Italia (http://www.cinematavolara.it/): per tre sere di seguito, i film vengono proiettati all’aperto per gli spettatori seduti su un migliaio di sedie. Fino a poco tempo fa erano Tonino (Antonio I) e sua sorella Maddalena Bertoleoni che con grosse imbarcazioni avevano l’esclusiva per un regolare servizio di trasporto fra Porto San Paolo e Tavolara. Nell’isola non vi sono posti letto. Oggi, oltre al servizio di linea, panfili e imbarcazioni di lusso approdano nei pressi dei due ristoranti Da Tonino e La Corona. La bellezza cristallina delle spiagge, quasi uniche al mondo, richiama fino a 600 coperti al giorno, ponendo quindi le pericolose premesse per uno sfruttamento dell’isola dai grandi e golosi investimenti. Ed è qui che si gioca il futuro di Tavolara: è certo che i Bertoleoni sono stati i difensori di un ambiente tutto sommato molto simile al primigenio, senza mire diverse. E’ una famiglia in lotta per tenere vivi i ricordi e la storia degli antenati, senza appoggi politici e senza risorse economico-finanziarie. Nei vari contrasti interni all’isola si aggiunge benzina al fuoco con il miraggio di quella progettualità che già tante nostre coste ha distrutto. Sono sulla bocca di tutti, anche se solo vagheggiati, progetti per un porto, un albergo a cinque stelle e una funivia alla vetta.

Non bisogna però disperare, e a volte occorre dare ascolto a chi i piedi per terra li ha meno di altri. Ecco cosa dice Stenghel: “Quale forza mi ha spinto qui dodici anni fa, a me che andavo in montagna e come mare avevo scelto la Grecia? Già dal primo giorno su quest’isola ho “sentito” che qui aleggiava il Maligno. Credo fermamente che le cinque madonnine che ho sistemato in punti strategici alla fine trionferanno nel bene. Con le guerre non si va da nessuna parte e non se ne esce se si lascia ai soli uomini la soluzione. Ti dico: in un minuto ho deciso di comprare una casa a Monte Petroso, e ho saputo solo dopo che l’avevo presa vicinissima all’abitazione di Bobo Habel, quello che aveva portato ed eretto la croce sulla vetta dell’isola. Sono coincidenze queste?”.

Geografia e protezione di Tavolara
Ricca di grotte costiere, alcune note altre molto meno, quest’isola selvaggia e incontaminata fa parte dell’Area Marina Protetta di Tavolara e Capo Coda Cavallo (costituita nel 1997) e offre fondali incontaminati e riparo per la nidificazione di numerose specie di uccelli marini, tra i quali la popolazione più importante di Berta minore (Puffinus yelkouan, nome locale “tampesca”), stimata in circa seimila esemplari: Tavolara ospita quindi più della metà della popolazione mondiale di questa specie. Gran parte delle uova deposte a Tavolara venivano predate dai ratti, sui quali sono in corso progetti di contenimento. Ad ottobre 2017 è stata effettuata un operazione di eradicazione che dovrebbe aver dato esiti positivi, attualmente i sistemi di rilevamento non hanno evidenziato la presenza di qualsiasi superstite.
Nidificano a Tavolara anche molte coppie di Marangone dal ciuffo, e inoltre piccioni selvatici, rondoni maggiori e numerose altre specie tipiche delle coste rocciose del Mediterraneo. Se fino agli anni Settanta le numerose grotte e anfratti erano frequentati dalla Foca monaca, che si riproduceva nelle spiagge, oggi qui è scomparsa. Pare che la caccia dissennata di cui fu oggetto dopo la seconda guerra mondiale fosse giustificata dai presunti danni che l’animale recava alle reti dei pescatori. Tra i mammiferi è particolarmente diffusa la capra, forse discendente dagli esemplari portati dai primi abitanti dei primi Ottocento. Presente in centinaia di capi, vive completamente allo stato selvatico e può essere scorta facilmente sulle scogliere. Nei soggetti presenti nel secolo scorso era stata notata una particolare colorazione dei denti (da cui il nome ‘capra dai denti d’oro’), che pare fosse dovuta al regolare consumo di piante quali l’euforbia.

Simone Sarti in vetta a Punta di Lucca, 2016. Foto: Maurizio Oviglia

Altrettanto curiosa è la storia del Prolagus sardus. Scriveva il naturalista Francesco Cetti (1726-1778): “L’isola di Tavolara, nominata per le sue capre selvatiche, si nomina pure per i suoi smisurati topi. Gente approdata in quell’isola ne trovò in qualche parte il terreno sì fattamente smosso, che il credette opera de’ porci“. Con ogni probabilità si trattava del Prolagus sardus, un roditore poi estintosi, del quale sull’isola restano abbondanti resti ossei sub-fossili. È possibile che l’estinzione dei prolaghi, su Tavolara come nel resto della Sardegna, possa essere stata causata proprio dall’arrivo del ratto nero, una specie estranea al popolamento insulare e progressivamente diffusasi al seguito dell’uomo nel corso degli ultimi duemila anni.

Caratterizzata dalla scarsità d’acqua, l’isola alterna tratti rocciosi apparentemente privi di vegetazione a tratti coperti da una folta macchia mediterranea, in cui domina il ginepro fenicio (Juniperus phoenicea, anche con esemplari di notevoli dimensioni) e il lentisco; solo alle massime quote sono presenti boschetti di Acero minore, praticamente unici nella realtà delle piccole isole italiane e, purtroppo, fortemente limitati dall’azione devastante delle numerose capre selvatiche. La vegetazione lignea è oggi in netta espansione grazie alla chiusura dei forni per la calce che l’avevano assai depauperata. L’Asperula deficiens è in assoluto la pianta più rara (assente in tutto il mondo e qui presente solo sul versante settentrionale): rarissimi pure l’Alyssum tavolarae e il Limonium hermeum: in estate prevale il profumo degli di elicrisi.

Nella zona settentrionale (Punta Timone), sede del faro di segnalazione marittima, nel 1962 la NATO ha insediato (in un rifugio antiatomico) una potente stazione radio a lunghissimo raggio e bassissima frequenza d’onda per comunicare con i sottomarini; la base è gestita dalla Marina Militare e oggi ci lavorano una trentina di militari. Le relative tre antenne, altissime, sono facilmente visibili anche a distanza. Nei pressi di Punta del Papa si osserva un maestoso arco naturale sopra il quale si trovano i ruderi del vecchio faro costruito nel 1861, abbandonato perché costruito troppo in alto e spesso occultato dalla coltre di nuvole. L’isola è attraversata sul lungo lato nord-ovest da una piccola strada militare, con ampi tratti in galleria, che collega la base militare a Punta Spalmatore di Terra, utilizzata quando le condizioni meteomarine rendono difficile l’approdo nel porticciolo annesso alla base militare.

L’ingresso della strada militare per la Base NATO

L’Area Marina Protetta è un po’ figlia di un dio minore. Può servire il paragone con il non distante Parco della Maddalena. Questo ha 80 dipendenti, diversi milioni di euro di finanziamenti dallo stato: per contro abbiamo 7/8 dipendenti della AMP Tavolara, con finanziamenti annuali che non bastano neanche per il carburante dei progetti di ricerca. Tutti possono vedere che per ogni persona che prende il traghetto da Palau per la Maddalena un euro va al Parco della Maddalena. Ogni barca che entra nell’area del Parco della Maddalena viene raggiunta da una barca del parco che con il pos le addebita una tassa che va dai 25 € al giorno in su, a seconda della stazza.

Massimo Putzu, uno dei più esperti della zona, che ha anche collaborato in diversi progetti con l’Area Marina Protetta (AMP), dice: “Il consorzio di gestione dei tre comuni Olbia, San Teodoro e Loiri Porto San Paolo non ha nessun incarico di monitorare le persone che sbarcano a Tavolara, non ha nessun potere sanzionatorio nei confronti delle imbarcazioni o soggetti che infrangono i regolamenti o le aree a loro precluse. A dispetto dei finanziamenti risicati, per quanto riguarda la tutela della biodiversità, l’AMP di Tavolara è il fiore all’occhiello delle AMP italiane. Chi si dovrebbe occupare di far rispettare le regole? Ovvio, le capitanerie e la guardia costiera. Queste si sono vantate di aver elevato 42 sanzioni nell’estate 2017… Io sono piuttosto del parere che una trentina di sanzioni al giorno sarebbe un numero congruo. L’AMP ha installato quattro telecamere in punti strategici creando un sistema di videosorveglianza e lo ha praticamente regalato alla guardia costiera. Se solo un loro operatore si fermasse davanti a quel monitor potrebbe registrare centinaia di infrazioni al giorno e mandare la motovedetta per sanzionare. Sai quante volte abbiamo chiamato dicendo che qualcuno stava pescando in zona A? Quasi mai sono intervenuti, è una macchina che non funziona. I progetti che abbiamo portato avanti noi grazie alla collaborazione con l’unione europea, alle capacità dello staff e ai collaboratori vari come ISPRA, ecc., sono notevoli: ma molto resta ancora da fare”.

Storia della moglie del fanalista

L’esplorazione alpinistica
Tornando con la memoria ai tempi dei miei primi viaggi in Sardegna (1980 e 1981), mi sovviene il primo colpo d’occhio sull’isola di Tavolara. Ero affamato di roccia e quella gigantesca isola non così distante dalla costa ne prometteva a iosa. Ma mi fu subito chiara l’impossibilità di risolvere, in breve tempo, le difficoltà di accesso. Parcheggiai l’isola in un angolino della mente e me ne occupai solo al momento di scrivere Mezzogiorno di Pietra.

L’isola di Tavolara, alta fino a 565 m sul livello del mare e 5,9 kmq di superficie, è una tozza, rettangolare e pressoché disabitata «mesa» sorgente dal mare che precipita quasi da ogni parte con pareti calcaree verticali. Venni a sapere delle sue restrizioni militari NATO e che il naturalista trovava lì uno degli ambienti mediterranei più intatti, anche se i prolaghi erano scomparsi, assieme al­l’avvoltoio monaco, al falco pescatore e alla foca monaca che una volta si riproduceva nella Grotta del Papa.

Due sono le punte, molto vicine tra loro, che costituiscono la sommità di Tavolara (il Monte Petrosu): a sud-ovest la Punta di Lucca 552 m e a nord-est la più alta, la Punta Cannone 565 m. Tra le due è il lieve valico del Buco del Cannone, al quale giunge la via normale del versante ovest (munita di qualche corda fissa), ovviamente già percorsa da pastori e cacciatori. Tra l’altro, subito accanto e a sinistra di questo itinerario “tradizionale” è un’altra possibilità, di poco più difficile, spesso seguita. Anche il versante sud-est è percorso da una vecchia via di pastori e cacciatori, la via delle Scale, caratterizzata da alcune scalette di legno per superare i tratti rocciosi più ripidi, oggi non più presenti.

Quello che trovavo impressionate della campagna sarda del finanziere (mio coetaneo) Alessandro Partel e compagni nel 1973 era la successione impressionante di vie, un giorno dietro l’altro o quasi: un sistema molto simile a quello del nostro team. Ma le differenze erano tante: scarponi rigidi, classico sistema dolomitico, rigido rispetto della richiesta permessi al comando. In vari casi i finanzieri ricorsero a uso spinto di mezzi artificiali, raggiungendo quindi gli obiettivi prefissi senza però realizzare sempre vie belle davvero. Ma in ogni caso senza mai usare chiodi a pressione. Il 6 ottobre la squadra era a Tavolara, raggiunta con la motovedetta e ricevuta con tutti gli onori da Carlo II, il “Re di Tavolara”: puntarono subito al bel pilastro ovest di Punta di Lucca, circa 200 m di dislivello. Partel e Aldo Caurla, il 6 ottobre 1973, ne affrontarono la parete nord-ovest (via Caduti dell’Hercules, fino al VI e A1/A2, 80 chiodi e 3 cunei) e la lasciarono quasi tutta attrezzata. Il giorno dopo Emilio Beber, Carmelo Andreatta e Giovanni Cagnati seguirono invece il più logico ed estetico filo del pilastro ovest (via Sergente Gavino Caria, fino al V+, lasciata attrezzata integralmente con 45 chiodi e 3 cunei).

Questi due itinerari sono stati sicuramente ripresi, almeno in modo parziale, dalle successive esplorazioni di altri che hanno dichiarato prime ascensioni, nonostante i numerosi chiodi lasciati dai finanzieri, che non avevano alcun problema di sperpero materiale. Anche Cesare Maestri pare avesse programmato una visita a Tavolara: ma il viaggio fu cancellato non appena informarono il Ragno delle Dolomiti che ben due “problemi” dell’isola erano già stati risolti dai finanzieri.

Sembra che lo stesso Partel non abbia pubblicizzato più di tanto le due vie (le relazioni uscirono solo su Lo Scarpone) perché non regolarmente autorizzate dal Comando. E ciò è dovuto ai pretesi diritti di proprietà privata. Wikipedia, ancora oggi, assume acriticamente come valido il divieto imposto dal proprietario terriero. Tanto bastò a Gino Buscaini, direttore di collana, per stornare l’isola dalla guida Sardegna di Maurizio Oviglia; il quale per lo stesso motivo decise di escluderla dalle edizioni del suo Pietra di Luna.

La prima volta che misi piede a Tavolara fu per salire la bella salita della cresta sud-est, fatta con Guido Daniele e Marco Marrosu il 23 agosto 2000. Sapevamo benissimo dei “divieti” imposti dai proprietari dell’isola, dunque li aggirammo. Paolo Giusto ci aveva gentilmente dato un passaggio in barca da San Teodoro, di mattina presto eravamo saltati sugli scogli e avevamo afferrato l’evidente cresta pensando d’essere i primi. Ma nel punto che poi risultò essere il più impegnativo della via (VII-) occhieggiava un chiodo arrugginito. Negli anni seguenti venni anche a sapere di almeno una ripetizione prima della nostra. In seguito capii anche che i primi salitori non erano passati da lì, bensì più a destra, su difficoltà meno impegnative.

Un forno per la calce (calchera)

Dopo la nostra rapida salita del 2000 alla cresta sud-est della Punta di Lucca a Tavolara, mi ero sempre proposto di fare una ricerca su chi aveva salito per primo quell’estetico crestone che si alzava dal mare e terminava in vetta a ben oltre 500 metri sul livello del mare. Ma naturalmente la mia curiosità si estendeva anche alle salite ormai “preistoriche” dei Finanzieri.

Fino a che mi capitò in mano un libro, l’atto d’amore per Tavolara scritto da Giuliano Stenghel, il grande arrampicatore di Rovereto: Nonno… perché abbiamo i denti d’oro? (Associazione Serenella, 2009). Lì erano le risposte alle mie domande: lessi tutto con grande sorpresa.

Lascio raccontare a Stenghel:
«Navigando verso e attorno la Tavolara, non si può che rimanere colpiti dalle sue scogliere. La prima volta che misi piede sull’isola, stupore e incanto furono le sensazioni che provai: un paesaggio di rara bellezza e una montagna, una montagna vera in mezzo al mare, con ai suoi piedi un fazzoletto di terra e un piccolo insediamento… Il mio sguardo cominciò a spaziare su tutto l’ambiente attorno, per poi fermarsi e vagare sul vertiginoso versante nord-occidentale e la lunga muraglia rocciosa di altezza variabile fino a quasi 300 metri, ricca di diedri, camini, spigoli e placche… Cercai di capire come muovermi, come raggiungere la vetta, seguendo la logica e l’esperienza acquisita da anni di alpinismo. Nessuno mi aveva dato informazioni utili sulle difficoltà che avrei incontrato, tutti parlavano in modo generico, tuttavia non ero tipo da spaventarmi o da desistere dal mio intento di scalare al più presto la montagna. Un’aurea di mistero avvolgeva il territorio e non poteva essere altrimenti, essendo per metà occupato da una base militare e per l’altra in gran parte proprietà privata. Le prime volte, non lo nascondo, a causa della fitta e spinosa macchia mediterranea che caratterizza lo zoccolo dell’isola, non fu facile conquistare le rocce sommitali, ciononostante, nelle successive mie uscite raggiunsi la vetta decine e decine di volte e spesso da vie diverse, alcune mai salite prima d’allora.

L’arrampicare su rocce lavorate dal vento e dall’acqua, rocce chiare che contrastano con l’azzurro del mare sottostante e il verde intenso della macchia mediterranea… scalare in un ambiente tra i più selvaggi con la consapevolezza di essere soli e che, in caso d’incidente, tutto si complicherebbe, ti procura una sensazione di solitudine. Insomma, l’alpinismo su Tavolara è un’avventura straordinaria…

All’inizio la storia alpinistica di Tavolara è stata scritta dagli abitanti dell’isola che si avventuravano sulla montagna per cacciare le capre o per esplorarne il territorio; ma le prime vie di estrema difficoltà portano la firma di alcuni alpinisti tedeschi, portati sull’isola da Bodo Habel. Nel 1978, Bodo, con il figlio Heiner e con Thomas Sauer, guidati dal forte alpinista Winfried Eberhardt, riuscirono a vincere il Pilastro di Punta Cannone e quello di Punta di Lucca, aprendo due vie di grande difficoltà. Percorsero anche la cresta sud-est e altri itinerari descritti nel libro di Bodo Habel Faszination Tavolara».

Grazie a questo libro, donatogli da un amico, e grazie alla disponibilità di Heiner Habel, Stenghel ha potuto stendere in coda al suo libro una piccola monografia alpinistica dell’isola (senza però citare le due vie dei Finanzieri).

La prima ascensione della Cresta di Monte Petrosu, cioè la cresta sud-est, è merito di Winfried Eberhardt, Rosi Maltusch e Bodo Habel, il 16 ottobre 1979. In seguito ci furono ripetizioni, tra le quali quella di Mauro Soregaroli, Demetrio Ricci e Luca Serafini del dicembre 1988 (i probabili apritori della variante da noi seguita), la nostra e quella dello stesso Stenghel.

L’anno precedente, il 24 febbraio 1978, Winfried Eberhardt e Bodo Habel, erano andati all’attacco della linea più evidente, il pilastro di Punta di Lucca, e così seguirono approssimativamente la via di Beber e compagni. Nulla i due tedeschi dicono dei chiodi lasciati in parete dai Finanzieri. Potrei sbagliarmi, ma non ci sono molte possibilità di un itinerario diverso: lo confermano le difficoltà simili e il disegno sulla foto di Faszination Tavolara. A dispetto di ciò i due, riscesi all’attacco, scolpiscono nella roccia una freccia rivolta verso l’alto e ribattezzano la via con il nome di Gemeinschaftsweg (via dell’Amicizia).

Il 24 ottobre 1978 Thomas Sauer e Hainer Habel affrontarono la parete ovest della Punta Cannone, ma ne uscì poco più che una variante (Herbstweg, via dell’Autunno) alla via normale. Il giorno dopo gli stessi, con l’aggiunta di Eberhardt, risolvono il problema della Ovest di Punta Cannone con l’impegnativa salita della Vagabundengrat (Cresta dei Vagabondi).

In epoca imprecisata, verosimilmente a fine anni Novanta, erano approdati sull’isola anche i sardi Enzo Lecis e Simone Sarti. Dove si sono diretti i nostri? Ma ovviamente sul pilastro ovest di Punta di Lucca: e partendo dalla freccia scolpita aprono un itinerario a spit (uno ogni 7 metri), anche se non proprio plaisir, che, a mio parere necessariamente, in molti punti ricalca sia Sergente Gavino Caria che la Gemeinschaftsweg. Data la qualità della roccia e dell’ambiente ne risulta una via bellissima, battezzata Affora sa Nato (6b, 215 m). Maurizio Oviglia, che nell’estate 2016 ha ripetuto questa via due volte, anche con lo scopo di ripulirla e sistemarla, sostiene che “a differenza di quel che si legge sul libro di Alessandro Gogna La pietra dei sogni, non mi pare che la via ricalchi la Via dei Finanzieri (la via Sergente Gavino Caria, NdR), semmai risulta spesso vicina alla Via dell’Amicizia di Bobo Habel, senza però mai sovrapporsi ad essa. Ciò almeno secondo le mie ricerche e i miei sopralluoghi sul campo”.

A destra e a sinistra della Vagabundengrat erano ancora grandi gli spazi per vie nuove. Ne approfittano subito Giuliano Stenghel e Mariano Rizzi l’8 agosto 2008 che nulla ancora sapevano dei tedeschi. Dopo un primo tiro in comune (incontrano un chiodo) i due trentini proseguono diritti in parete, lasciando a sinistra il filo di cresta e aprendo l’atletica e bellissima via della Madonnina e lasciandovi tutti i chiodi usati. E chi conosce qualche via di Stenghel sa bene cosa voglio dire. In alto la via si ricongiunge con quella dei tedeschi.

A destra della cresta sud-est, il lungo versante sud-orientale presenta scogliere verticali, poi placche più abbattute. Giuliano, oltre alla via Serenella (21 ottobre 2008 con Franco Monte) subito a destra della cresta sud-est, andò a esplorare la parete ben più a nord-ovest della vecchia via delle Scale, ancora raggiungibile via terra. Riscoprì dunque un altro percorso vecchio, già descritto da Habel con il nome di Seeweg, che sale in obliquo da destra a sinistra sul versante sud-est. Stenghel lo ribattezzò Vista Mare. A destra di questo, partendo dal mare, nell’agosto 2006 salì con Stefano Corda e Carlo Reversi per un itinerario non difficile ma bellissimo, la liscia rampa (III grado) che, salendo alla vetta, supera la Poltrona del Papa, un gigantesco blocco di calcare squadrato, posto a metà parete. Questo è ben visibile dal mare, ma sembra un blocco appoggiato, mentre in realtà fa corpo unico con lo strato calcareo. Meno obliqua, e più diretta alla cresta nord-est di Punta Cannone, è la via Ersilia e Nicoletta, con difficoltà massima di III e aperta con Monte nell’aprile 2008.

In autunno Stenghel, ancora con Monte, il 19 ottobre 2008 sale la via Cecilia e Domenico, un itinerario ricercato per poter avere un’alternativa alla via normale: supera un risalto della parte superiore della cresta sud-est, molto prossimo alla vetta di Punta di Lucca. Purtroppo la via non è facile e Stenghel conclude che potrebbe essere itinerario popolare solo se attrezzato.

Dopo il 2008 Stenghel si dedica soprattutto al versante sud-est, quello che, non solo a suo parere, è il più bello e interessante per la moltitudine di possibilità alpinistiche che offre. Raggiungibile solo via mare, oltre alla Punta La Mandria la scogliera, lunga cinque km, è un muro a picco che s’innalza dapprima per 200 metri per poi degradare dolcemente fino alla cresta sommitale. Stenghel: “Una bastionata che si tuffa nelle acque lavorata da immense grotte che formano caratteristici, quanto invitanti, strapiombi e s’allunga a oriente, originando un paesaggio dall’aspetto selvaggio, grandioso, incantevole. Qui la ferrata è prevalentemente magnifica: lavorata e levigata dal tempo, dal vento e dal salmastro del mare che si fonde con la roccia così impervia. Rocce solide, bianche e giallastre, variamente maculate di marrone scuro: un calcare dolomitico che all’alba si colora di rosa”.

Nei pressi della Punta La Mandria inizia il Traverso infinito, un’arrampicata in orizzontale, a pelo d’acqua, di oltre mille metri. Stenghel l’aprì in solitaria in una giornata davvero ricca di avventura da lui raccontata in http://gognablog.com/tavolara-hermaea-insula/.

Sul Traverso infinito si arrampica alla base del Pilastro Audrey Hepburn e subito dopo alla base del settore Cattedrale (caratterizzato da una curiosa grotta a strapiombo davvero gotico), fino ad arrivare alla zona che, per la qualità della roccia a dir poco fantastica, Stenghel ha voluto chiamare “del Muse”, ricordando il famoso museo trentino. Su tutti e tre i settori le vie sono prevalentemente alpinistiche, con l’uso di pochi chiodi, qualche dado o friend e soprattutto cordoni lasciati. Superata la verticale scogliera, si può proseguire molto più facilmente fino in cresta, oppure (nel caso del settore Muse) ridiscendere per una calata attrezzata a corde doppie (lungo la via Infinito blu). A nord-est del settore Muse è ancora il lungo tratto caratterizzato dalla Poltrona del Papa.

Stenghel, con Massimo Putzu, nel luglio 2013 afferra il bellissimo spigolo subito a destra della Cattedrale e apre la via Cattedrale a Giovanna Maria (dal V al VI-). Nel settore Muse, il 4 agosto 2014 con Rizzi apre fino in vetta un primo itinerario che chiama Lasciami volare (IV e V); il 17 agosto 2015, nella zona del Pilastro Audrey Hepburn, la via Il Grido del Gabbiano (diretta alla vetta, fino al VI+, con l’amico alpinista sardo Franco Moi); il 23 maggio 2016 con Monte risolve la via della Luce del Mondo (fino al VI); il 7 giugno 2016 Stenghel trova con sua figlia Chiara la via Pensieri e Parole a Martina (dal IV al VI), che raddrizzerà poi in solitaria l’11 agosto; l’8 agosto sale con Moi la Realtà di un Sogno (V+); l’8 settembre 2016, in cordata con Monte, Franco Franz Nicolini e Davide Gallizzi, si avventura sulla via delle Mamme (V e VI). Tutte queste vie si concludono in cima, anche se non sempre con vie autonome.

Giuliano Stenghel sulla prima lunghezza di Luce nel Mondo, VI grado in traversata ascendente, 1 chiodo

Il 30 agosto 2016 Oviglia e Sarti salgono la parete nord-ovest di Punta di Lucca. Trovano tracce di salita fino a una quindicina di metri dall’uscita. Vengono poi a sapere che l’autore del tentativo era stato Franco Moi, che rinunciò per via della difficoltà (VII+). Battezzano l’itinerari Fiori di Bach, 170 m, dal VI+ al VII+. Sarebbe da investigare se e quanto (come è probabile) questo itinerario ricalchi la direttiva della via Caduti dell’Hercules.

Nell’inverno a cavallo tra il 2016 e il 2017 Stenghel apre con Rizzi nella zona della Cattedrale la via della Casa del Sole (31 dicembre, III e IV con un passo finale di VI) e nella zona del Muse La Bella Notizia (V+, 1 gennaio 2017). Anche queste si concludono in vetta.

Mentre Maurizio Giordani il 23 aprile 2017 scopre con Luciano Ferrari la via Infinito blu (VII+), Stenghel assieme a Giorgio Zeni sale la via degli Arcangeli (VI). Si incontrano solo all’ultima lunghezza, per salire assieme fino alla fascia rocciosa più inclinata. Sul Pilastro Audrey Hepburn ancora Stenghel, Giordani e Ferrari aprono la via degli Antichi guerrieri (24 aprile, VII+).

Stenghel ora è “sempre più consapevole che più ci saremmo addentrati tra quelle rocce e più si sarebbero aperti nuovi misteri, da esplorare”. Gli amici se ne vanno ma ne arriva un altro, Franz Nicolini. I due sono ben affiatati e reduci da tante avventure. Dopo una prima salita di ricognizione (fino in vetta) sulla sinistra (via degli Amici, IV, 28 aprile 2017), per salire al suo centro il pilastro inviolato dedicato all’attrice Audrey Hepburn, Nicolini lo convince a usare il trapano.

Mi avventuro in un traverso molto arduo, con pochissimi appigli, ma sono sereno e rilassato, perché so che in qualsiasi momento posso bucare la roccia e infilarci un chiodo super sicuro. E mi comporto proprio così: con i piedi su minuscoli appoggi e le dita della mano sinistra su un appiglio quasi inesistente, estraggo la pistola… anzi il trapano dalla fondina e comincio a sparare… a forare la roccia… […] Non nascondo di avere, a riguardo, delle personali perplessità, di sentirmi un po’ fuori luogo…”.

E così succede che a Stenghel sfugga di mano la chiave per avvitare il bullone, che ovviamente precipita in mare. Giuliano ha la sensazione che la parete lo voglia alla vecchia maniera. Allora guarda in alto, cerca la forza e il coraggio di sempre e… ricomincia a salire. Battezzeranno la via Moon river (VI+).

Nonostante le temperature torride dell’estate 2017, Stenghel sale da solo (18 agosto) la via Sten (VI, che raddrizza la via della Casa del Sole) e con l’amico Moi apre ancora due vie difficili: nella zona tra il Pilastro Hepburn e la Cattedrale ecco, nella stessa giornata (10 agosto), la via del Tao (dedicata a Tonino il Re di Tavolara, V e VI) e, a sinistra della Moon river, la via Sten-Moi (V e VI-).
Si arriva così a dicembre 2017, forse le condizioni del mare non permettono l’approccio. Stenghel si dedica alle vie del versante nord-ovest, convinto che alla non più tenera età di 65 anni “questo ardore, questo fuoco che ancora brucia in me, non sia altro che lo spunto per darmi forza e coraggio per poter trasmettere ciò che di buono e profondo c’è in me. Insomma la mia vita rientra in un progetto scritto da qualcuno più grande di me”.

A sinistra del pilastro nord-occidentale di Punta Cannone c’è un enorme diedro che aspetta di essere salito. Questa volta Stenghel è con tre compagni. La giornata è assai rigida e questa volta, caso raro per Tavolara, c’è da patire il freddo invece del caldo. Si dividono per aprire due itinerari sulla stessa bastionata rocciosa e attaccano “su rocce umide, rese scivolose dai licheni e con qualche tratto friabile”. Francesco Prati e Franco Sartori preferiscono percorrere integralmente il fondo del diedro (via del Gran Diedro degli Accademici), mentre Stenghel e Dino Salvaterra salgono poco distante sull’aperta faccia sinistra (Via degli Amici o dei Trentini).

Infine cito altre vie che completano l’esplorazione di Stenghel: sulla parete sud di Punta di Lucca, la via Nella (fino al VI-, con Rizzi); nella zona del Muse, il Dito di Dio (con Rizzi, fino al VI-) e Sogni e ancora Sogni (con Andrea Zandonati, V e VI, alla vetta)

Altre notizie e racconti al riguardo della più che decennale esplorazione di Stenghel sono in http://gognablog.com/tavolara-pensieri-parole/.

(continua)

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