Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Ferma restando la libertà di interpretare e di vivere un viaggio a seconda delle tendenze e dei caratteri individuali, vorrei qui soffermarmi sulla particolare angolatura di un punto di vista non scientifico e sulle opportunità da questa offerte all’esperienza generale nell’ambito di quei periodi di vita che noi chiamiamo “viaggi”.

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Per inciso, nella grande categoria del viaggio, accanto alle traversate, alle esplorazioni e alle immersioni nell’acqua o nelle culture diverse dalla nostra, includo quello alpinistico, dove tra un inizio e una fine succedono (o possono facilmente succedere) cose in ambiente naturale che possono cambiarci la vita stessa.

Personalmente sento una punta d’intima ribellione quando tecnica e scienza invadono oltremodo questo campo di avventura esperibile. Mi ribello cioè al “travel engineering”, la visione razionale del viaggio che vorrebbe “ottimizzare” le energie e il tempo impiegati.

L’ingegneria di viaggio programma i nostri spostamenti in base a curiosità e caratteristiche ambientali già esperite da altri, in funzione di avere la possibilità di toccare con mano il numero più grande possibile di meraviglie naturali, artistiche o culturali, per permettercene la documentazione fotografica e subito dopo passare ad altro fenomeno, nell’affannosa e continua rincorsa degli “highlights of the tour” resa possibile da spostamenti tattici ben studiati e ottimizzati, con un occhio particolare ai costi.

L’esempio opposto a questo particolare tipo di viaggio, ho già scritto e detto in più di un’occasione, è quello offerto dallo scrittore britannico Bruce Chatwin (1940-1989): quello che a tal punto si domandava Che ci faccio qui? da indurre i curatori a intitolare in tal modo l’ultimo suo libro, postumo.

Che errasse in Patagonia, o al seguito di Indira Gandhi, o alla ricerca dello yeti o in un quartiere malfamato di Marsiglia, Chatwin era sempre in viaggio e “osservava ogni esperienza con lo sguardo penetrante di chi, a partire da qualsiasi cosa, vuole andare il più lontano possibile”. Come se ogni fatto vissuto o luogo visitato non fosse un punto di arrivo da collezionare assieme ad altri, bensì un punto di partenza per il vero viaggio, quello per il non si sa dove e quando.

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Occorre porsi in particolare atteggiamento per essere ricettivi alla Chatwin; occorre umiltà, pazienza e fiducia che il nostro stesso destino sarà influenzato dalle cose che vedremo e vivremo. Occorre essere carichi di quella particolare fiducia che ciascuno di noi è molto propenso a richiedere agli altri e purtroppo molto meno disposto a concedere. Occorre affidarsi all’istinto, nella fiducia che sarà lui a governare la barca mentre procediamo nell’esperienza. Riconoscere la relazione, potenzialmente sempre feconda, tra la nostra intimità e quella altrui, tra il nostro sentire e l’ambiente che ci circonda.

Questa fiducia istintuale è l’unico passaporto per la responsabilità del viaggio, cioè dell’esperienza responsabile che abbiamo scelto intimamente e al di fuori delle suggestioni turistiche: non “fruitori”, ma attori responsabili e liberi.

La sicurezza fornita dal travel engineering è la principale nemica di questa libertà e della nostra responsabilità. L’ingegneria di viaggio ci rende soggetti paganti di un consumo passivo, come se il nostro viaggio non fosse nulla di più che una proiezione cinematografica in 3D.

Essere liberi e responsabili nel nostro viaggio istintuale vuole soprattutto dire essere esposti agli imprevisti. Nulla più dell’imprevisto è mal sopportato dall’ingegneria di viaggio. Nel necessario amore per l’imprevisto si delinea il robusto legame tra istinto-fiducia-imprevisto che costituisce il tessuto connettivo dell’avventura liberamente scelta e vissuta. Dove il limite è dato dalla nostra stessa accettazione di non poter programmare fatti, avvenimenti ed emozioni. Dunque, se si rispetta questo limite, si impara a essere davvero liberi.

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Per chi volesse sapere di più al riguardo del travel engineering (dal sito dell’Avalco Travel, http://www.avalcotravel.com/):

Le recenti NORME ISO 21101, 21102, 21103 (il set completo è disponibile dal 2014) sono rivolte al turismo d’avventura.
Esse suggeriscono criteri generali per la gestione dell’attività, con particolare riferimento a: pianificazione della stessa, competenza di guide e istruttori, comunicazioni interne ed esterne, informativa ai partecipanti, gestione delle emergenze e degli incidenti.
Inoltre trasmettono alcuni concetti importanti, tra cui:
– la necessità di documentare le procedure gestionali critiche per la qualità e la sicurezza dei servizi offerti;
– la necessità di effettuare periodicamente una ri-valutazione di rischi dell’attività e del relativo sistema di gestione;
– l’importanza della cultura e della pratica del miglioramento continuo.
Non entrano nel merito della valutazione e trattamento dei rischi, dato che per questi valgono le disposizioni delle norme ISO 31000 e 31010, oltre che quelle specifiche eventualmente esistenti per il settore di attività.
Alcune direttive nazionali nel settore Outdoor – Sport – Avventura sono in effetti disponibili da tempo in alcuni paesi, specialmente quelli di lingua inglese. Citiamo, in particolare:
-> le HB 246 della Nuova Zelanda, sulla Gestione dei Rischi, del 2010 ma pubblicate inizialmente nel 2004 come HB 8669;
-> le BS 8848, pubblicate la prima volta in UK nel 2007, sulla organizzazione di programmi di “turismo d’avventura” all’estero.
Queste norme, periodicamente aggiornate, sono spesso utili nella pratica e si dovranno idealmente integrare con le più generali e recenti ISO 21101.
Avendo la valenza di direttive facoltative (“guidelines”), esse non sono obbligatorie per legge. Ciò lascia la libertà all’operatore di adottarle, del tutto o solo in parte, secondo le proprie esigenze e, possibilmente, anche nell’interesse degli utenti.

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