Ipertecnologismo – 1 (nella pratica)

Ipertecnologismo – 1 (nella pratica) (1-2)
(Il morso dell’iper-tecnologismo)
di Carlo Crovella
(scritto il 4 dicembre 2017)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

Dopo una lunga fase di siccità, è finalmente tornata la neve. Si apre quindi una nuova stagione di sci: gli appassionati di gite e discese fuori pista sperano che sia lunga e ricca di successi. I media si scatenano subito a paventare il rischio valanghe, sono passati in un batter d’occhio dalla mancanza di acqua al crollo di immensi pendii.

In effetti, da appassionato scialpinista di lungo pelo, ho percepito che gli incidenti da valanga sono aumentati in modo significativo negli ultimi 10-15 anni circa. Non solo gli incidenti da valanga, ma un po’ tutti gli incidenti in montagna, e in più il trend riguarda gli eventi fatali. Ma il fenomeno è particolarmente accentuato se ci limitiamo al coinvolgimento di sciatori negli smottamenti di neve.

Anticipo una serie di obiezioni dei lettori. La principale: gli incidenti sono aumentati perché è vistosamente cresciuto il numero di sciatori fuori pista (scialpinisti, freerider, seguaci dell’eliski, ecc.), con l’aiuto della facilitazione offerta dagli sci larghi e sciancrati rispetto alle sigarette dei decenni scorsi. Più praticanti uguale più incidenti, a parità di loro incidenza percentuale, verrebbe da concludere.

Questa tesi ha un fondo di verità, ma non è l’unica ad agire. Gli incidenti coinvolgono sempre più spesso i cosiddetti esperti: guide, istruttori titolati, soccorritori del CNSAS (in uscita privata). Insomma: persone che dovrebbero muoversi a occhi chiusi nella montagna invernale e che, invece, incappano in errori inspiegabili. A questi incidenti si aggiungono poi quelli di sciatori alle prime esperienze fuori pista, subito impegnati in pendii e canali al limite del ribaltamento.

Se si analizza la dinamica degli incidenti, quasi sempre la variabile chiave è costituita da errori umani, spesso incomprensibili se letti a tavolino, a maggior ragione se commessi da personaggi di esperienza. Tagli allucinanti di pendii, discese in canali carichi come uova, orari completamente errati e contro-natura: insomma una vera sfida alle leggi della montagna. Ma come detto, anche i novellini si macchiano di tali errori e quindi c’è un tema trasversale che sta coinvolgendo un po’ tutti i frequentatori della montagna innevata.

Possiamo dire che, oggi, c’è un “tarlo” sottostante che accomuna questo trend nefasto. Giornalisti ben più accreditati di me lo hanno individuato nella cosiddetta overconfidence, l’eccesso di fiducia in se stessi e la conseguente sottovalutazione dei pericoli. A me piace chiamarlo “il morso dell’iper-tecnologismo”.

A mio modesto parere esiste un sotto-meccanismo ancor più subdolo e ingannevole. Viviamo in una società complessiva che da un lato spinge al limite (per vivere momenti adrenalinici, in stile “no limits”: era uno slogan pubblicitario – orologi – già negli anni ’80-90) e dall’altro inventa patacche tecniche e tecnologiche in nome di una presunta sicurezza anche in condizioni limite. Quindi la società spinge al limite e illude che anche al limite ci siano prodotti della società che proteggono.

Il fenomeno è generalizzato in tutta la società attuale. Mi ha colpito la recente pubblicità di un’istituzione di gestione dei risparmi, dove è riportato uno slogan del tipo: “usa il rischio a tuo vantaggio”. Come flash per rendere l’idea la pubblicità accompagna il messaggio con l’immagine di un alpinista appeso alla corda. Il quadretto è sintomatico per sottolineare che nell’odierno immaginario collettivo la montagna è uno dei contesti riconosciuti in cui si “ricerca il rischio”. Lo si ricerca per dominarlo. Tutta la montagna è considerata come il palcoscenico del rischio, ma ovviamente la montagna invernale (aggiungendo le tematiche legate agli smottamenti nevosi) conquista l’oscar del rischio cercato e domato.

Al contrario di questa impostazione, la saggezza dei nostri Maestri ci ha insegnato a “muoverci in montagna evitando i rischi”. Solo che nell’attuale paradigma consumistico e narcisistico, “evitare i rischi” non suscita nessuna attrazione, anzi è quasi una patente da sfigato, altro che da uomo no limits!

Ecco allora due sotto-conseguenze. Da un lato si registrano torme di freerider o scialpinisti improvvisati che, spesso alla loro prima discesa fuori pista, cercano immediatamente l’adrenalina dei 40° o 50° gradi di pendenza. Dall’altro, come accennato, sempre più sovente sono i cosiddetti esperti che commettono errori incomprensibili.

Dopo lunghe riflessioni credo di aver individuato il “Cavallo di Troia” che consente la diffusione di questo errato approccio alla montagna, specie invernale: la tecnologia. O meglio: la tracotanza che subentra grazie all’essersi dotati di ogni strumento tecnico e tecnologico.

Non a caso il fenomeno agisce in misura esasperata proprio nella versione invernale, poiché la tecnologia (in particolare se di natura elettronica) confluisce nell’invenzione di aggeggi che dovrebbero proteggere dal rischio valanga. Non mi riferisco soltanto ai cosiddetti artva (Apparecchio Ricerca Travolti da Valanga), giunti ormai a sofisticatissime versioni digitali, ma anche a una pletora di altri marchingegni: zaini airbag, gps con traccia pre-definita, app che consentono di verificare in che punto ci si trova (ad essere sinceri, questi ultimi mi appaiono più che altro dei braccialetti elettronici imposti a chi sta in libertà vigilata) e chi più ne ha più ne metta.

Tutto questo armamentario ottunde il lavorio del cervello umano, che è invece la vera chiave di volta della sicurezza in montagna. La tecnologia sta “rimbambendo” gli scialpinisti: spesso mi capita di vedere gente che fa gite seguendo pedestremente l’itinerario GPS scaricato sul cellulare, gli occhi fissi sullo schermo, i sensi completamente narcotizzati… non sentono i rumori del manto nevoso, non avvertono se tira vento o meno, e da che parte tira, non si rendono conto (guardando il sole) dell’orario, non focalizzano neppure se stanno tagliando un pendio o se stanno camminano su un crinale… Con tali presupposti, è evidente che spesso si trasformano in vitelli destinati al macello…

Invece il bello dell’andare in montagna (specie con gli sci) è salire e scendere muovendosi nel modo “giusto” rispetto alle condizioni del momento. Concetto che comprende anche l’ipotesi di tornare indietro e/o di non partire proprio. Ma questo, come abbiamo visto, cozza con la spinta adrenalinica e consumistica della attuale società.

Ecco spiegata la principale origine di errori altrimenti incomprensibili: sulla neve si sale e si scende a ogni ora del giorno e della notte (mentre la montagna ha i “suoi” orari e non i “nostri”), ci s’impegna in canali ripidi anche se ha tirato vento per tutta la notte (con immensi accumuli che ci aspettano), si compiono discese mozzafiato in pieno inverno (quando occorrerebbe attendere l’assestamento primaverile).

Tutto ciò è psicologicamente permesso dalla (falsa) sicurezza di essere “protetti” grazie alla gabbia tecnologica in cui ci si infila. Scatta un meccanismo inconscio del tipo: sono “corazzato” e quindi faccio quello che dico io e come lo voglio fare io, mentre invece se fossi nudo e crudo dovrei adattarmi alle leggi della montagna, sapendo muovermi fra le variabili naturali del rischio.

Mi torna in mente un concetto vecchio come il mondo, perché già elaborato dai greci antichi: l’ìbris (ὕβϱις, hýbris), cioè la tracotanza. Anche gli eroi, reduci da mille battaglie, non sanno resistere alla tentazione di sfidare gli dei e gli dei li puniscono con eventi naturali (naufragi, tempeste, arsure irresistibili). Oggi l’ìbris ha radici di natura tecnologica e corrobora la sensazione di onnipotenza dell’uomo contemporaneo.

Per focalizzare meglio l’effetto perverso attualmente dominante, ho coniato il già citato neologismo: l’iper-tecnologismo. Intendo quell’atteggiamento psicologico e ideologico per cui brillano gli occhi nell’aver fra le mani l’ennesimo gioiellino tecnologico, mentre ci si dimentica di quelle che sono le regole di base della montagna.

Ipotizzate di ispezionare lo zaino di un qualsiasi sciatore dei nostri giorni: troverete la pila? Penso proprio di no, eppure il rischio di fare tardi, se non addirittura di bivacco forzato, esiste eccome, a maggior ragione nelle corte giornate invernali. Troverete forse due o tre paia di guanti? Oppure il telo termico? Non parliamo poi di cibo e acqua di riserva, e meno che mai di una candela con fiammiferi antivento. Tutti questi eroi dello sci “veloce e feroce” sanno per caso riparare un attacco rotto? Sanno rattoppare una pelle squarciata da una pietra? Nel loro zaino hanno il coltellino svizzero con pinze varie oppure una pelle di ricambio? Vi lascio immaginare la risposta…

Invece sono capacissimi di portare con loro zaini ultima generazione con airbag in nome della sicurezza (?). Si tratta di zaini che costano parecchie centinaia di euro (anche 1.000!), hanno una tara di 2-3 kg (per tutto l’ambaradan dell’airbag) e per i quali le statistiche segnalano che circa un terzo dei travolti si sono dimenticati di tirare la maniglia dell’airbag (!). In effetti nel marasma emotivo di uno smottamento nevoso, non è da tutti mantenere la lucidità e compiere i gesti necessari con freddezza e distacco.

Nonostante i miei 56 anni anagrafici, ho sul groppone almeno 50 stagioni di montagna (e di scialpinismo in particolare), per iniziazione familiare. Appartengo quindi a una visione che oggi viene percepita come obsoleta e stantia. Eppure non me ne vergogno e sono stufo e disgustato dall’attuale trend in atto.

Per cui urlo senza paura: “Basta con l’iper-tecnologismo!”. Torniamo a un approccio “nudo e crudo” alla montagna: sono convinto che il numero di incidenti diminuirebbe, proprio perché non uscirebbe neppure di casa chi oggi, cadendo nella trappola dell’ìbris tecnologica, si lancia in discese improvvisate o tirate per i capelli.

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