La bolla dell’eliski

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La bolla dell’eliski
di Ivan Borroni, vicepresidente del Comitato Scientifico Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta del Club Alpino Italiano
(questo articolo è apparso nel n. 90 di Alpidoc e lo riproponiamo per gentile concessione)

Dopo una lunga pausa (di riflessione?), le montagne cuneesi tornano oggetto delle “attenzioni” di operatori e imprenditori dello sci (pista ed eliski). Si prospettano iniziative che dovrebbero, come ovvio, rendere danaro sonante agli investitori, ma anche produrre positive ricadute economiche per i territori interessati. Una canzone non nuova, anche se arrangiata in chiave più moderna, una specie di Io, tu e le rose riproposta a ritmo di rap. Alcune amministrazioni comunali, ciò che resta della Provincia e, naturalmente, l’Azienda Turistica Locale del Cuneese (sempre in prima fila nel sostenere e promuovere qualunque forma di turismo, montano e non, motorizzato), con contorno di politici locali di varia appartenenza, stanno esercitando forti pressioni a supporto di queste strategie davvero “innovative”.

Sembrano esser stati rimossi dalla memoria i tanti risultati fallimentari conseguiti dalla politica monocolturale dello sci pervicacemente praticata negli anni Sessanta e Settanta. In quegli anni, comunque più nevosi degli attuali, sulle Alpi Cuneesi e Torinesi fiorirono, con la promessa di mirabolanti risultati, tante piccole stazioni sciistiche (impianti di risalita e annessi scempi edilizi): un po’ di seggiovie e ski-lift (in genere di seconda e terza mano) e qualche “seconda casa” messa su al risparmio non si negavano a nessuno. Poi la crisi. Di buona parte di quelle strutture rimangono solo tristi scheletri abbandonati, alcune altre sopravvivono stentatamente in permanente rianimazione: l’evidenza è sotto gli occhi di chiunque voglia vederla (Viola, Garessio 2000, Bersezio, eccetera). Anche nelle stazioni “importanti” (nel Cuneese sono soltanto un paio, Limone e Artesina/Prato Nevoso) l’indotto sciistico soffre. Basta fare un giro a Limone per vedere gli orribili condomini risalenti al tempo della neve d’oro costellati da una miriade di cartelli “Vendesi”.

Limone Piemonte
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Inevitabile quindi che sul tema della nuova “bolla” sciistica, paradossalmente in fase di rigonfiamento proprio durante uno dei periodi di crisi economica più severi del dopoguerra, si vengano a scontrare due posizioni culturalmente, direi quasi antropologicamente, opposte: su di un fronte quella di coloro che continuano a credere nelle “magnifiche sorti e progressive” di un turismo da parco giochi, globalizzato e consumistico, a elevato impatto ambientale e consumo di territorio; sull’altro fronte quella di coloro che ritengono che il patrimonio più prezioso delle nostre Alpi, da valorizzare anche a livello di proposta turistica, sia quello ambientale e culturale (intendendo questo termine nella sua accezione più ampia). Di questa seconda opzione abbiamo un modello complessivamente virtuoso e vincente in una delle valli cuneesi considerata tra le più derelitte ancora in un recente passato: la Valle Maira.

Gli attuali impianti di Argentera
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Questo splendido distretto turistico, proprio per essere quello che meglio ha conservato la propria naturalità e identità, nel volgere di non molti anni è diventato il più conosciuto della provincia, apprezzato e frequentato a livello internazionale, assieme con le Langhe, pur in assenza di barolo e tartufi. Qui sì che si sono viste positive ricadute economiche sul territorio. Eppure la Valle Maira non ha impianti di risalita, ha una viabilità di altri tempi, ha pochissima edilizia “moderna”, non vi si pratica l’eliski; il motoescursionismo, che era diventato davvero invasivo, è stato ampiamente ridimensionato per la scelta controcorrente (inizialmente non facile) di qualche avveduto e intelligente amministratore, come il giovane sindaco di Canosio, Roberto Colombero.

Ma vediamo un paio di progetti incombenti sull’alta Valle Stura. Siamo solo all’inizio: altri ne seguiranno anche altrove. Progetto Argentera. Un passaggio tratto da Provincialnforma dello scorso 8 giugno 2015 lo descrive; non occorre aggiungere nulla alla testuale citazione per evidenziarne la portata: «La Provincia ha ospitato la presentazione del nuovo progetto di rilancio della stazione sciistica di Argentera… Lo studio, illustrato da Lorenzo Muller della società Chintana, prevede un investimento di 30 milioni per adeguare e aumentare gli impianti e una cifra non ancora quantificata per sistemare le strutture architettoniche degli anni ’70 e ’80. Il progetto, richiesto da alcuni possibili investitori stranieri che puntano su attività di fuoripista ed eliski per una clientela d’élite, prevede un piano di sviluppo che integra gli impianti con nuovi insediamenti turistici. Tra le proposte tre nuove seggiovie con arrivo a quota 2700 metri, insediamenti nella pineta a monte di Bersezio, la riqualificazione della base degli impianti, l’ampliamento dell’area sciabile dei vallonetti di Ferrere e l’area della Conca delle Lose».

Provincialnforma riferisce poi l’intervento dell’assessore al Turismo (ma ci sono ancora gli assessori provinciali?) che afferma: «Questa iniziativa va nella direzione di un turismo a misura d’uomo». Non so che cosa significhi esattamente, perché è evidente che ogni uomo ha la propria misura.

E veniamo al Progetto Vinàdio. Lo scorso anno il Consiglio comunale di Vinàdio ha approvato una richiesta per l’autorizzazione all’esercizio dell’eliski sul proprio territorio secondo un progetto presentato dalla Scuola Italiana Scialpinismo e Arrampicata Guide Alpine Cuneo in partnership con Helimonviso srl.

Secondo tale progetto il territorio comunale di Vinadio viene ripartito in tre settori: 1) Vallone di Riofreddo e Orgials; 2) Valloni Sauma e San Bernolfo (Vallone dei Bagni); 3) Vallone Ischiator. L’attività di eliski potrebbe svolgersi dal 1 dicembre al 31 marzo, con possibile prolungamento del periodo in relazione alle condizioni di innevamento (in pratica si farebbe eliski per oltre cinque mesi, da tutto dicembre almeno a tutto aprile/inizio maggio), per quattro giorni alla settimana (da lunedì a giovedì, dalle 8.30 alle 14.30), con massimi di 12 giorni di attività al mese, 30 voli giornalieri nell’intera area (10 per settore) e presenza in contemporanea di 25 sciatori (5 gruppi).

La Cima sud di Ischiator. Foto: Alefoto.it
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Il WWF, in rappresentanza anche di altre associazioni ambientaliste, ha presentato ricorso alla Regione contro la concessione, con la motivazione che detto progetto, approvato in Comune, è in contrasto con la normativa europea sulle aree protette della Rete Natura 2000. In particolare l’articolo 16, comma 1, lettera C della LR n. 19 del 29/6/08 (applicativa del DPR 357/97, di recepimento delle Direttive comunitarie Habitat e Uccelli) recita: «Nei siti Natura 2000 è fatto divieto di decollo, atterraggio e sorvolo a quote inferiori a 500 metri dal suolo con veicoli a motore per finalità turistico/sportive, salvo diversa prescrizione prevista dal piano di gestione o specifica deroga condizionata dall’espletamento della procedura di incidenza».

Il 16 gennaio 2015 il competente ufficio regionale ha accolto il ricorso presentato dal WWF in quanto il progetto di Helimonviso interessa più aree protette della Rete 2000, ribadendo il divieto di volo su queste aree e intimando alla società proponente di attivare l’iter di valutazione di incidenza previsto dalla legge e inadempiuto. La società ha quindi prodotto un proprio studio di incidenza, ma la Regione lo ha ritenuto “incompleto e del tutto inadeguato”, invitando a eseguirne uno integrativo che analizzi correttamente tutti gli aspetti naturalistici non considerati.

Per il momento la situazione è questa. È il caso di precisare che sull’alta Valle Stura incidono ben tre SIC (Siti di Interesse Comunitario) e una ZPS (Zona Protezione Speciale), in pratica tutte le parti superiori delle valli laterali fanno parte del complesso di aree protette della Rete Natura 2000, quindi, in mancanza dell’espletamento dell’iter di valutazione d’incidenza, non possono essere rilasciate concessioni di volo né, tantomeno, licenze per la realizzazione di infrastrutture (vedi impianti di risalita), il che vale anche per il Progetto Argentera.

Questi fatti dimostrano come l’istituzione della rete comunitaria di aree protette (SIC e ZPS) non sia un inutile orpello burocratico, come molti hanno sostenuto, ma un utile strumento a difesa dell’ambiente, in particolare dove manchino adeguate normative locali regolanti l’attività di eliski, come in Piemonte.

A questo punto aggiungiamo un’altra dolente nota. Nel contesto del Cuneo Montagna Festival si è tenuta una tavola rotonda promossa da Alpidoc: Montagne e motori: gioie o dolori? Nel dibattito la parte del leone l’ha fatta il tema caldo dell’eliski. L’ulteriore dolente nota cui mi riferisco è rappresentata dall’intervento del cuneese assessore regionale alla Montagna, Alberto Valmaggia, che ha stroncato le speranze di diverse associazioni, tra le quali il CAI, che avevano ripetutamente avanzato richieste e petizioni affinché la Regione si decidesse a legiferare in materia.

«Non credo che ci si possa riuscire in questa legislatura – è stata la laconica e deludente comunicazione – e comunque se ne occuperebbe l’assessorato al Turismo, se l’intenzione è quella di equiparare l’eliski agli impianti di risalita». Lo stesso assessore alla Montagna ha pure ricordato che furono già avanzate due proposte di legge in materia, nel 1985 e nel 1992, restate lettera morta. Viene il maligno sospetto che manchi del tutto la volontà politica di risolvere il problema. Attualmente è depositata una proposta del Movimento 5 Stelle di divieto assoluto di esercizio dell’eliski senza se e senza ma, che naturalmente non ha nessuna chance di essere approvata.

In conclusione, vorrei invitare gli amministratori locali della montagna a ben valutare costi (non solo ambientali) e benefici dell’apertura dei loro territori alla pratica dell’eliski, perché correrebbero il rischio di perdere 100 per guadagnare 10. Non c’è dubbio infatti che la maggior parte dei sempre più numerosi frequentatori della montagna invernale con mezzi tradizionali (sci da fondo e alpinismo, racchette da neve) diserterebbe vallate un tempo oasi di tranquillità trasformate in campi di atterraggio e decollo di elicotteri per il sollazzo di una ristretta cerchia di sciatori “d’élite” (?).

A questo proposito ripropongo le frasi conclusive della Mozione per l’esclusione dell’eliski dallo sviluppo turistico piemontese presentata dall’associazione CAI Le Alpi del Sole e approvata dall’Assemblea dei Delegati delle sezioni CAI piemontesi lo scorso 29 marzo 2015: «… vengano monitorate le situazioni in cui le Amministrazioni locali permettono o favoriscono lo sviluppo di un turismo invasivo nei confronti dell’ambiente in modo che le escursioni con le racchette da neve, con gli sci, con la bicicletta, a piedi, le arrampicate e i trekking, organizzate annualmente dalle sezioni del CAI si svolgano lontano da quelle aree compromesse da ogni forma di invasione motorizzata».
Ivan Borroni

 

Sempre nello stesso articolo citato di Alpidoc, ci piace riprendere un box dal titolo Impianti obsoleti: un problema a carico della collettività:
Secondo Mountain Wilderness Francia, gli impianti legati agli sport invernali rappresentano una buona metà delle installazioni obsolete presenti sulle montagne d’Oltralpe, su un totale di più di 3.000 “relitti” censiti a oggi dall’associazione, ma in continuo aumento a causa del regolare abbandono delle installazioni turistiche in quota, spesso opera di pianificatori del territorio affetti da mania di grandezza che non hanno fatto i conti con i cambiamenti climatici. Dal 2001, anno in cui MW ha iniziato l’opera di “pulizia”, grazie a 29 cantieri e 80 giornate di lavoro da parte di 1.300 volontari, circa 350 tonnellate di materiale sono state smantellate e portate a valle. Ne hanno beneficiato in particolare la zone dal Parco del Mercantour, con 172 tonnellate di “rifiuti” evacuati dai settori della Vésubie, della media e alta Tinée, dell’Ubaye e della Roya. Per evitare ulteriori danni, in Francia è stata avanzata una proposta: rilasciare la concessione di nuove autorizzazioni e gli eventuali finanziamenti pubblici solo dietro adeguate garanzie finanziarie in grado di assicurare il ripristino del sito una volta terminato lo sfruttamento degli impianti. E da noi che si fa?
Fonte: www.montagnes-magazine.com/actus-amenagements-abandonnes-doit-nettoyer-montagne

Upega: quel che resta di uno skilift costruito (ahimé, non in materiale biodegradabile…) alla fine degli anni Sessanta. Foto: Enrica Raviola.
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