La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 1

La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 1
(qualche riflessione di “filosofia alpina del diritto”)
di Massimo Ginesi

In principio era l’alpinismo, attività eroica praticata da pochi personaggi, considerati originali o folli; quando capitava che qualcuno si facesse assai male, o ci lasciasse le piume, si trattava invariabilmente di fatalità.

La predominante incidenza del fato è durata immutata dai primordi della frequentazione dell’alpe sino a relativamente pochi anni fa: per una sorta di codice etico non scritto, gli incidenti in montagna erano sempre ascritti a una disgrazia e a nessuno veniva in mente di andare a chiedere a un Giudice se invece di quella fatalità o disgrazia doveva trovarsi un responsabile. Anche i soccorritori e l’autorità di pubblica sicurezza, che intervenivano sul luogo del disastro, rendevano con grande frequenza relazioni di servizio che inducevano le Procure della Repubblica ad ascrivere il fatto a un evento accidentale o a quello che i giornali amano definire, con orribile espressione, “la montagna assassina”; la faccenda finiva lì, poiché il magistrato non ravvisava negli accadimenti alcuna notizia di reato.

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Oggi la situazione appare radicalmente mutata, poiché molti fattori hanno fatto sì che la montagna e le attività ad essa legate siano diventate non più appannaggio di pochi eroici “conquistatori dell’inutile” ma attività con discreta diffusione sociale: il numero dei frequentatori è cresciuto a dismisura; sono sorte diverse modalità di svolgimento delle attività connesse all’ambiente alpino, dal freeride all’eliski, ai meeting di bouldering tipo Melloblocco piuttosto che le gare di arrampicata indoor e all’aperto, sono nate centinaia di falesie con attrezzatura sistematica a cura di terzi soggetti, è sempre più diffusa la marcata commercializzazione e sportivizzazione di alcuni settori del mondo della montagna e la diffusione e pubblicizzazione – anche mediatica – di certe attività ludico/sportive/avventurose; sono sorti migliaia di corsi con appassionati che agiscono spesso sotto la direzione o la vigilanza di figure tecnicamente sovraordinate e ibride quali gli istruttori o professionali, quali le guide alpine.

Dai “conquistatori dell’inutile” si è arrivati ai “consumatori” dell’alpe, intesi come fruitori di beni e servizi che producono e muovono denaro e che comportano anche più ampia e complessa valutazione dei problemi in caso di eventi patologici connessi, sia perché quella tensione etico/morale di sessanta anni fa e legata a un mondo di pochi, che portava a considerare la montagna una sorta di terra di nessuno ove accadono disgrazie, è svanita, sia perché oggi i costi legati al soccorso e i risarcimenti che possono conseguire da eventi dannosi sono diventati un fenomeno diffuso e rilevante anche per le attività connesse alla montagna.

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Questo scritto si propone di riflettere, ad uso dei frequentatori dell’alpe, in maniera quanto meno tecnica possibile ma con stretta connessione ai cardini di diritto sottostanti, su alcuni principi generali sulla responsabilità e, in una seconda parte, di esaminare come quei principi trovino applicazione all’ambiente assai peculiare nel quale ci muoviamo, esaminando anche alcuni casi concreti finiti agli onori delle cronache negli ultimi venti anni.

In un recente post su questo blog si è discusso molto su un caso di soccorso in confronto di due cascatisti, per i quali qualcuno ha inteso adombrare la responsabilità di aver obbligato la macchina dei soccorsi a muoversi per una loro leggerezza.

E’ intuitivo che, ove quella colpa si ravvisi, ne conseguono diversi effetti in capo all’utente dell’ambiente alpino: se la macchina dei soccorsi si è mossa per sua colpa potrebbe trovarsi a pagare – a seconda delle zone – somme cospicue, se dalla sua colpa è derivata una lesione – o peggio la morte – per qualcuno, potrebbe vedersi costretto a risarcire il danno conseguente a tali eventi oltre che venire tratto a processo per risponderne davanti a un Giudice secondo le regole del diritto penale; se poi è un istruttore che sta facendo una attività che la legge riserva ad alcuni soggetti specifici potrebbe rispondere anche di altri specifici reati.

Insomma lo spirito di Giusto Gervasutti oggi si troverebbe parecchio disorientato…

Ma quali sono i criteri per stabilire se qualcuno ha colpa? e che cosa è la colpa? E come incide sulla responsabilità di un individuo?

E’ necessario esaminare alcuni passaggi del nostro ordinamento, seppur in maniera molto semplice (o semplicistica e prego i tecnici del diritto che si trovassero a leggere di non sparare sul pianista…), prescindendo per il momento dalla circostanza se il soggetto agente vesta o meno un imbrago o abbia i ramponi o le scarpette ai piedi.

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Vi sono valori che il nostro ordinamento considera di rilevanza pubblica e che tutela anche contro e oltre la disponibilità del soggetto interessato. Così è per la vita e l’integrità personale, che sono considerati beni essenziali per il sussistere di un complesso sociale organizzato (quale dovrebbe essere uno Stato…) e che quindi sono protetti dalla norma penale, che punisce chiunque leda quei beni. Quindi arrecare una ferita o uccidere qualcuno è considerato reato, a prescindere dal consenso del soggetto che li subisce, e comporta che chi li ha cagionati venga sottoposto a processo per stabilire se gli siano rimproverabili e – in caso affermativo – irrogargli una sanzione pubblica (ovvero una pena detentiva o una pena pecuniaria: quello è, in concreto, la condanna penale). Ecco perché è punito l’omicidio del consenziente ed ecco perché nei casi più gravi lo stato procede d’ufficio (cioè la Procura della Repubblica si attiva autonomamente e senza necessità di alcuna richiesta dell’interessato, quando riceve la notizia di un fatto che comporta la morte o lesioni gravi, per valutare se vi sia un responsabile e mandarlo a processo). Nei casi più lievi (ovvero reati ritenuti di minor disvalore sociale, ad esempio le lesioni lievi) la decisione se attivare la sanzione pubblica è lasciata al soggetto leso, che potrà decidere se vuole dare impulso al procedimento penale, sporgendo querela nei confronti del responsabile, oppure se intende solo vedersi risarcito in sede civile.

Aldilà della sanzione pubblica che eroga il Giudice penale (che non a caso pronuncia la condanna in nome del popolo italiano), il fatto di reato obbliga colui che lo ha commesso a risarcire il danno nei confronti del soggetto leso e a farsi carico di ogni conseguenza dannosa derivante dal fatto stesso: questo è l’aspetto che attiene alla responsabilità civile, che può tendenzialmente essere attivata indipendentemente dagli aspetti penali e che è volta a garantire invece gli interessi privati e patrimoniali di colui che da quel fatto ha tratto un danno…

Sostanzialmente, se sono volato per trenta metri e mi sono spiaccicato al suolo perché il mio secondo mi faceva sicura con il cosiddetto otto velox (è un nostalgico degli anni ‘90) e guardava gli short della climber bionda al suo fianco e mi ha dato pure una decina di metri di lasco, e non si è accorto che ero da dieci minuti a tremare su un passaggio sprotetto e, quando la corda è andata in tensione gli si è strappata l’asola dell’imbrago perché lo aveva comprato a Fointanebleau nel 1962, ci sono serissime probabilità che il Procuratore della Repubblica non lo consideri del tutto estraneo alla vicenda e che i miei eredi gli chiedano di pagarmi per nuovo…

Ma, aldilà dei casi paradigmatici e paradossali come quello evidenziato, quali sono le categorie formali che il diritto detta per individuare le responsabilità e per stabilire se vi è una colpa o se si tratta davvero di una disgrazia?

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Saperlo, oltre che dovere di ogni cittadino visto che la legge penale non ammette ignoranza, è anche di grande interesse perché, spesso, conoscere un problema significa essere in grado di evitarlo.

Le categorie astratte del diritto individuano – a tal proposito – diversi passaggi: vi deve essere un soggetto che si definisce agente, ovvero che pone in essere una condotta; deve accadere un evento, astrattamente riconducibile a una fattispecie che l’ordinamento considera fonte di responsabilità civile o penale; e deve sussistere un nesso di causalità, che deve necessariamente legare la condotta e l’evento.

Senza addentrarci troppo nei tecnicismi ed evitando le complessità del c.d. concorso di cause (non è detto che, sempre nell’esempio sopra, c’entri solo il mio secondo, ma può darsi che quelli del tiro sopra di noi facessero cadere ogni tanto un po’ di sassi ed erba che hanno determinato la mia caduta), concetti che hanno fatto dormire sonni poco tranquilli agli studiosi di diritto penale degli ultimi cento anni, potremmo dire – semplificando – che poiché all’agente sia rimproverabile la sua condotta, questa deve porsi come elemento essenziale dell’evento, ovvero un antecedente logico e fattuale senza il quale l’evento non si sarebbe verificato.

Ovviamente la valutazione deve essere bilanciata e legata a una serie di circostanze che circoscrivano la disamina al caso concreto, sotto il profilo scientifico e statistico, perché altrimenti l’applicazione indiscriminata del principio consentirebbe di risalire all’infinito (se Adamo non avesse rubato la mela, il mio secondo non avrebbe guardato gli short, il climber sopra non avrebbe fatto cadere il sasso e io non mi sarei spiaccicato… mentre occorre comprendere se nello specifico e nel concreto un determinato apporto causale sia o meno determinante).

Non serve essere giuristi per intuire che qui sta uno dei grandi problemi del diritto applicato all’alpe: se il contesto sociale e sportivo è cambiato dai tempi di Gervasutti, l’alpe – seppur un po’ più secca e ferita – è sempre quella e, mentre ad esempio il moto dei veicoli o dei proiettili consente di rifarsi a scienze più o meno esatte, assai meno lo consente il moto dei seracchi o delle falesie.

E’ un aspetto che proveremo a esaminare, con esempi pratici, nella seconda parte.

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Non solo la condotta positiva – ovvero l’azione – può integrare il nesso causale (faccio male sicura e provoco lesioni o morte al soggetto che vola), ma anche l’omissione può essere causa (o concausa) dell’evento, quando si pone come condotta che era invece esigibile in forza degli stessi parametri (pur essendo perfettamente incolume e in grado di scendere senza pericolo, scelgo di aspettare vicino al mio compagno infortunato e il soccorso, allertato con grande ritardo, arriva quando il mio compagno è già assiderato).

Ovviamente vi è una grandissima serie di sfumature sotto questo profilo già nel normale vivere, che essendo il diritto una scienza espressa con le parole e non con i numeri consente risultati non sempre esattamente ripetibili e prevedibili, peculiarità che l’ambiente della montagna contribuisce a rendere ancora più incerte ed evanescenti e che vedono diverso rilievo a seconda delle situazioni e circostanze che possiamo trovarci a fronteggiare (guida/cliente, istruttore/allievo, accompagnamento di minori, attività sportive o d’avventura, eccetera).

Una volta stabilito che dalla mia condotta, attiva o omissiva, è derivato causalmente un evento, dovremo esaminare se quella condotta mi debba o possa essere rimproverata: ed è qui che entra in gioco l’elemento soggettivo del fatto di reato (o, più in generale, del fatto illecito).

Non è infatti sufficiente che si sia verificato un evento e che le scelte o le attività del soggetto abbiano contribuito a causarlo, ma è anche necessario che quella condotta possa essere espressione del soggetto che la pone in essere sotto il profilo psicologico; il codice penale individua tre diversi qualificazioni dell’elemento soggettivo del reato: il dolo, la colpa e la preterintenzione.

Il dolo prevede la volontarietà sia della condotta che dell’evento, la preterintenzione prevede la volontarietà solo di una parte della condotta: ti do una coltellata perché voglio ucciderti (dolo) oppure ti do una coltellata per ferirti, ma sbaglio a colpirti e ti uccido (preterintenzione). Ai fini della nostra riflessione si tratta di aspetti di poco interesse: se uccido o ferisco volontariamente una persona, sotto il profilo dell’analisi giuridica – salvo casi molto particolari – poco importa che ciò avvenga alla prima sosta di Polimago piuttosto che in piazza Duomo a Milano.

Resta invece la terza ipotesi di elemento soggettivo, ovvero la colpa in cui l’agente vuole la condotta ma non l’evento.

In tal caso il soggetto pone in essere un comportamento che sceglie ma non vuole assolutamente che accada l’evento, che invece si verifica: in tal caso si parla di colpa ovvero la condotta è imprudente (faccio ciò che non dovrei), imperita (faccio male ciò che dovrei saper far bene) o negligente (non faccio ciò che dovrei) oppure non si è attenuta a prescrizioni previste in leggi, regolamenti ordini o discipline.

Ed è qui che casca l’asino alpino: perché se leggi, regolamenti, usi, imprudenza, negligenza e imperizia sono più facilmente declinabili in pianura, la montagna rimane un territorio in cui lo stabilire come ci si doveva comportare in un determinato contesto è faccenda di grande complessità e incertezza.

Affinché sussista responsabilità per colpa si ritiene sia sufficiente “la prevedibilità o la evitabilità del fatto”: emerge quindi un parametro complesso che oggi, a mio avviso, è ancora molto fluido (e, in alcuni casi, potenzialmente pericoloso) quando è riferito alle attività alpine, ovvero l’esigibilità del comportamento.

Per non essere considerato responsabile a titolo di colpa di un evento e quindi finire a processo ad esempio per omicidio o lesioni (alcuni reati, ovviamente, non possono essere colposi come l’esercizio abusivo di una professione) quale condotta era da me esigibile in un determinato contesto?

Appare sin d’ora evidente che l’esigibilità ha gradi e intensità diversi a seconda delle qualifiche personali e professionali del soggetto, così come del contesto nel quale si colloca.

A quali parametri potrà fare riferimento il Giudice per stabilire se sono stato adeguato e se la mia condotta in quel determinato contesto era conforme a quella astrattamente esigibile? A quali usi, prassi, norme tecniche potrà e dovrà fare riferimento? E se la colpa specifica può avere un più facile inquadramento (se il mio compagno si è schiantato perché arrampicavamo con maglie rapide che reggono 200 kg invece che con moschettoni a marchio CE ho violato una norma tecnica), come potrò valutare cosa era esigibile alle tre di notte in cima a una cascata in un determinato giorno dell’anno e in determinate condizioni?

Senza considerare che il Giudice dovrà anche valutare la sussistenza di elementi – come lo stato di necessità – che escludono la rilevanza penale di una condotta (in diritto penale si chiamano scriminanti, categoria cui appartiene anche l’adempimento di un ordine o la legittima difesa), che altrimenti sarebbe considerata reato, quando avviene in presenza di determinate situazioni: taglio la corda e provoco la caduta del compagno per salvarmi da morte certa, come nel caso emblematico di Joe Simpson sul Siula Grande o nella più recente vicenda di Isabel Suppé, narrata nel bellissimo Una notte troppo bella per morire; scendo e abbandono il compagno ferito in cima al Pilone Centrale per andare a cercare soccorsi, lui muore ma se fossi rimasto lì saremmo probabilmente morti in due; abbandono due alpinisti sul plateau sommitale del Monte Bianco per portare in salvo il mio compagno (la nota vicenda di Silvano Gheser e Walter Bonatti narrata in Natale sul Monte Bianco o l’ancor più nota tragedia del Pilone Centrale); sono un soccorritore e arrivo in ritardo – per aggirare una zona pericolosa – sul soggetto sommerso da valanga che, nel frattempo, è deceduto.

Sono tutti casi reali, a volte finiti al vaglio delle Procure o dei Tribunali, che proveremo a esaminare, insieme ad altre ipotesi legate alle attività in montagna di cui si è molto parlato anche su questo blog, nella seconda parte, provando a tracciare alcune linee di lettura di attività che non è sempre semplice ricondurre ai precetti del diritto vigente.

(continua)

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