La Corte di Cassazione e la “naturale pericolosità” della montagna

La “naturale pericolosità” della montagna nella sentenza della Suprema corte che condanna il Club Alpino Italiano

Questo post è frutto della stretta collaborazione con Mountcity.

Non occorreva certo che fosse la Suprema corte a rammentarci un fatto di cui sono testimonianza fin dal XIX secolo gli scritti di Quintino Sella: andando in montagna rischiamo di metterci nei pericoli. Ma la sentenza con cui dopo 15 anni la Corte di Cassazione Civile di Milano ha condannato nel 2012 la Società Escursionisti Milanesi, storica sezione del Club Alpino Italiano, a risarcire un allievo infortunato durante un’uscita in ferrata, va ben oltre questo elementare concetto.

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Ai sensi dell’articolo 2050 del Codice civile, è spiegato nella sentenza, chi causa un danno nell’esercizio di un’attività pericolosa è tenuto al risarcimento “se non prova di avere adottato tutte le misure idonee per evitare un danno”.

Una vera doccia fredda questa condanna, arrivata dopo un tormentato percorso giudiziario, a conferma di precedenti sentenze del Tribunale di Milano e della Corte d’Appello di Milano.

Le ragioni contenute nella Sentenza della Corte di Cassazione Civile (n. 12900 del 24.07.2012 – Sez. III Civile) valgono dovunque, e la montagna, nella sua “naturale pericolosità”, secondo la Suprema corte non fa eccezione. Da due anni in qua le scuole del Club alpino non possono non tenerne conto e prendere le opportune misure precauzionali.

Ma una seconda doccia fredda è zampillata dalla sentenza. Nel condannare il sodalizio milanese, i giudici hanno infatti sentenziato che il regime del volontariato e l’assenza di fini di lucro non esime né attenua le responsabilità di presidenti di sezione, accompagnatori e istruttori.

A questo punto è obbligatorio cercare di inquadrare il clima che è venuto a crearsi dopo la sentenza in quel progressivo inasprimento del rigore con il quale legislazione e giurisprudenza si propongono di tutelare l’incolumità delle persone. Perché questa sentenza è un precedente che si riverbera negativamente sull’immagine che offriamo alla società civile ma soprattutto obbliga le Scuole di Alpinismo (e quindi le Sezioni) a misurarsi, in tema di sicurezza, non soltanto con nuovi marchingegni legali come l’obbligatorietà del certificato medico per gli istruttori titolati, ma anche con un “vizio” della società moderna: la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade.

Si sa per esempio che la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Per dirla con un concetto espresso dall’Osservatorio della Libertà in una sua apprezzata lettera aperta al PM di Torino Raffaele Guariniello, “il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel ‘mercato della sicurezza’ assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione”.

Simili comportamenti mettono effettivamente a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività e creano problemi di sopravvivenza alle stesse scuole di alpinismo del CAI alle quali la sentenza citata rende sì giustizia sottolineando “la lodevole e meritoria attività svolta dal CAI, con finalità sociali, di stretto volontariato, senza fine di lucro e non di impresa”: ma, al contempo, è minaccioso scoraggiamento sia per la Sezione, che per la Scuola e perfino per i singoli istruttori.

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Nel caso preso in esame dalla Suprema corte, si trattava di un corso di alpinismo CAI per principianti e un allievo, trentenne, nel percorrere una scala in ferro lungo una via ferrata ebbe a perdere la presa su di un piolo e a scivolare per la lunghezza del cordino cui era assicurato (poco più di un metro), riportando una storta al piede.
Niente di tragico, per fortuna.

Ma siamo certi che la responsabilità del comportamento dell’allievo fosse tutta degli istruttori? “E’ da ritenere”, argomenta l’avvocato Vincenzo Torti, vice presidente generale del CAI che in questa circostanza ha assunto le difese della SEM, “che qualora un allievo, adeguatamente attrezzato e assicurato alla corda fissa di scorrimento, puntualmente seguito dall’istruttore, nel salire una scaletta lungo una via ferrata perda la presa con un piede e scivoli, restando perfettamente attaccato alla corda e scivolando solo per lo spazio corrispondente al metro di lunghezza della stessa, ci si trovi in un’ipotesi di violazione esclusiva da parte dell’allievo dei doveri di attenzione cui è tenuto nel salire una scala, non potendosi, di ciò, far carico all’istruttore”.

Se a ciò si aggiunge”, spiega ancora Torti nel manuale del CAI Montagna da vivere, montagna da conoscere, “che la sussistenza del fatto colposo del creditore (la perdita di presa del gradino nell’esempio di cui sopra), da considerarsi o quale contributo o quale causa esclusiva del danno che ne è derivato, è rilevabile d’ufficio, vale a dire direttamente da parte del giudice, anche qualora non venga segnalato dalla parte, e non può condividersi la decisione per cui, essendo da considerare il corso di alpinismo per principianti una attività pericolosa ai sensi dell’art. 2050 c.c., si sia applicata la relativa presunzione di responsabilità, del tutto omettendo, però, di rilevare che nel caso in questione era stata la negligenza dell’allievo a porsi quale causa esclusiva dell’evento dannoso, circostanza che avrebbe dovuto far escludere, di per sé sola, la sussistenza del nesso di causalità e, quindi, la responsabilità dell’istruttore o della Scuola”.

Negligenza vera o presunta dell’allievo, resta inteso, come viene espresso nella sentenza, che “la pericolosità dell’attività andava valutata in concreto, ex ante, alla luce della considerata inesperienza dell’allievo e dell’unicità della lezione teorica impartita prima dell’escursione alpinistica”. E a questo proposito, nell’ottica di “una saggia e diligente prevenzione”, Giancarlo Del Zotto, avvocato e past president della Commissione nazionale scuole di alpinismo e sci alpinismo del Cai, con un Commento alla Sentenza invita a recepire il dovere “di ampliare una corretta e chiara informativa sui rischi che insidiano l’attività alpinistica”, suggerendo vari accorgimenti.

La Corte non sottolinea forse a carico dei responsabili dell’incidente di aver condotto gli allievi in parete – sia pure su terreno facile – dopo una sola lezione teorica? “E’ palese”, commenta Del Zotto, “la perentoria raccomandazione a fornire agli allievi un’adeguata informazione preventiva sui rischi e sull’adozione delle misure protettive”.

E quali sono i suggerimenti di Del Zotto? Segnalare all’esordio di ciascun corso i contenuti didattici, le modalità delle esercitazioni pratiche e i relativi rischi, responsabilizzando gli allievi alla diligente e scrupolosa osservanza delle prescrizioni impartite dagli istruttori, rammentando che in montagna “non esiste il rischio zero”.

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Ma soprattutto, a supporto dell’informativa orale, Del Zotto invita a inserire nella scheda di iscrizione di ciascun corso una clausola del seguente tenore: “Il sottoscritto dichiara di essere pienamente consapevole ed informato che la pratica dell’alpinismo in tutte le sue forme e specializzazioni comporta dei rischi. Dichiara pertanto di accettarli e s’impegna a osservare scrupolosamente tutte le prescrizioni che verranno impartite dal Direttore del Corso e dagli Istruttori”.

Dopo avere ricordato che la tradizionale dichiarazione dell’allievo che “esonera da responsabilità” la scuola e gli istruttori è nulla e inefficace ex lege (art. 1229 c.c.), Del Zotto alla luce della sua ultracollaudata esperienza d’istruttore spiega che la prima uscita in montagna dovrà essere preceduta da più lezioni teoriche di contenuto pratico (materiali ed equipaggiamento, la catena di assicurazione, l’orientamento, i pericoli della montagna, ecc.) coerenti con l’informativa sui rischi illustrata all’esordio del corso.

Infine, per Del Zotto, “non è di minore importanza semplificare al massimo formalità e regolamentazioni eccessive. In caso di incidente l’individuazione delle eventuali responsabilità muoverà da un esame dell’osservanza delle regole scritte che ci siamo dati… Più fitta e specifica è la regolamentazione e più è agevole per gli inquirenti individuare le “violazioni” commesse. Ben sappiamo che poche e funzionali regole possono essere sufficienti a disciplinare le nostre attività”.

Resta inteso che il dovere della prevenzione richiede il tempestivo adeguamento ai mutamenti del contesto sociale in cui operiamo, dove sempre più spesso si tende a ignorare che “la valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale (Osservatorio della Libertà, lettera Guariniello)”. Si può accettare da coscienziosi cittadini la Sentenza per la quale l’alpinismo è attività pericolosa nella sua essenza, ma certamente non condividerla; si può accettare che la Sentenza non prenda neppure in considerazione un’eventuale colpa dell’infortunato, ma anche questo possiamo e dobbiamo non condividere.

Semplicemente perché, se condividessimo, dovremmo smettere di lottare e rassegnarci a non insegnare più a nessuno l’alpinismo.

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