La disponibilità a sbagliare

La disponibilità a sbagliare
(intervista)

Qual è l’esperienza che più ha segnato la tua attività di alpinista?
La prima ascensione al Naso di Zmutt del Cervino da me compiuta nel 1969 con Leo Cerruti è indubbiamente l’impresa che più mi ha dato il pieno appagamento delle mie aspirazioni d’avventura; la morte dello stesso Cerruti, avvenuta all’Annapurna mentre dormiva al Campo 2, è stata la tragedia che più mi ha fatto pensare ai reali pericoli dell’alpinismo. Da allora monitoro le mie motivazioni interiori: mi interrogo sulla mia serenità, in modo da prevenire incidenti che credo sempre provocati da un malessere psichico.

Discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita, 14 settembre 1988
A. Gogna, 14.09.1988, discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita 1988, Dolomiti.

Quale virtù ti attribuisci?
Ho sempre vissuto le cose belle della montagna senza limitarmi all’emozione per il successo: guardarsi dentro e inserire il proprio agire nell’attività di tutta la comunità alpinistica è un qualcosa in più che arricchisce senza dubbio un’esperienza. Evita pure l’eccessivo orgoglio.

E quale difetto ti riconosci?
Non aver mai voluto allenarmi. Trovavo l’allenamento fisico noioso e ho sempre snobbato la cura del muscolo. Oggi invece credo che, se non si eccede nel ritenerlo la cosa più importante, l’allenamento sia davvero necessario, non solo per rendere di più nell’attività, ma perché è un’ottima scuola psicologica.

Che cosa invidi alle precedenti generazioni? E alle prossime?
Invidio le enormi possibilità che avevano i padri e sono tentato di dispiacermi per le prossime generazioni: in ogni caso però credo che queste sapranno trovare, nella loro esperienza, tutte le motivazioni per un alpinismo in continua evoluzione di fantasia.

Che cosa rappresenta per te la montagna?
È un vero tempio religioso, in cui entrare in silenzio e con rispetto. A volte penso che il tempio non dovrebbe ospitare un certo tipo di «fedeli»: poi però mi dico che non ho alcun diritto di giudicare.

Ti preoccupa il futuro dell’ambiente alpino?
Sì, e molto. Turismo e relativa speculazione sono i nemici. La mercificazione cui l’ambiente alpino è soggetta è decisamente preoccupante per l’ecologia dell’ambiente come per l’ecologia dei frequentatori. Quando i frequentatori sono definiti “fruitori” occorre cominciare a preoccuparsi. Frequentatori e ambiente sono un binomio ormai indissolubile e ciò che è nocivo per gli uni lo è anche per l’altro.

Ci puoi indicare tre cose da fare subito per la sua salvaguardia?
a) un’attenzione maggiore da parte di tutti (media, gestori e frequentatori) ai danni provocati dalle infrastrutture turistiche, per arrivare a una pianificazione oculata e a lunga portata;
b) una progressiva autocritica dei frequentatori della montagna (perché ci vado, cosa voglio, quanto la montagna è sottofondo alle mie aspirazioni e quanto invece è protagonista della mia esperienza). Un corollario a queste meditazioni sarebbe il progressivo disinteresse per la competizione di qualunque tipo;
c) istituire una sorta di codice non scritto ma ben presente che imponga nella stesura delle relazioni di un’impresa il resoconto di come si è trattato l’ambiente che ne è stato teatro, per arrivare a un «bravo» collettivo che includa anche il rispetto ambientale.

E tre cose da non fare?
a) non andare tutti a far gite o ascensioni negli stessi posti solo perché non si ha voglia di documentarsi o solo per dire «anch’io ho fatto quello». Questo è valido anche e soprattutto per gli organizzatori di gite sociali;
b) non pensare mai in termini di «questo nessuno l’ha fatto prima», bensì in termini di «quanta gente prima di me ha fatto questo?»;
c) non pensare che sicurezza e ambiente possano andare sempre d’accordo. La sicurezza deve prima di tutto passare attraverso la nostra serenità poi, e soltanto poi, attraverso le strutture di sicurezza di cui avremo voluto dotarci (dal semplice cordino di assicurazione allo spit, dal semplice scrivere la propria destinazione sul libro del rifugio all’avere con noi il satellitare).

Sei d’accordo con chi parla di imbarbarimento e banalizzazione dell’alpinismo?
Non capisco in che senso si usi la parola imbarbarimento. Per la banalizzazione son d’accordo solo se consideriamo che il pericolo di banalizzazione è sempre stato presente in tutte le epoche. Banalizzazione si ha nel momento in cui si dà eccessiva importanza al nostro operato. Spesso la cronaca riporta di imprese come fossero chissà cosa, poi la storia fa giustizia: la storia è la migliore arma contro la banalizzazione.

Arrampicatori e alpinisti sono sempre due categorie da tenere separate?
Non necessariamente. Sì, se vogliamo capirci mentre ci scambiamo delle informazioni sulle varie attività; no, se vogliamo interpretare personalmente il nostro alpinismo/arrampicata senza seguire schemi di alcun tipo.

Che cosa distingue fondamentalmente un alpinista da uno che pratica sport in montagna?
La disponibilità a sbagliare. Negli itinerari d’alpinismo (facili e difficili) siamo liberi di sbagliare e di interpretare perché l’attrezzatura presente in loco non ci comanda cosa dobbiamo fare. Negli itinerari di arrampicata sportiva e nelle vie ferrate questa libertà non c’è perché l’attrezzatura presente esclude qualunque possibilità di variante. La disponibilità a sbagliare evidentemente incide sulla nostra sicurezza. Si è più sicuri quando si è disponibili a sbagliare che non quando si crede che ogni possibilità di errore sia esclusa. Ma nell’opinione comune sembra che sia il contrario.

Conferenza di A. Gogna a Castellanza, 8.04.2011


Quali nuovi exploit ti aspetti nel futuro?

Ho imparato a non fare più alcun tipo di previsioni.

È possibile coniugare tradizione e sviluppo?
In teoria certamente sì, è sempre stato fatto in passato; l’ostacolo maggiore a questo matrimonio è la velocità attuale dello sviluppo che crea sovrapposizione invece di accostamento alla tradizione.

C’è un messaggio che vorresti rivolgere ai governi dei paesi alpini?
Sì, quello di attuare al più presto le risoluzioni da loro stessi prese in sede di Convenzione delle Alpi, per sistemare molte cose ora negative.

Che cosa vorresti dire ai giovani che si avvicinano alla montagna?
Di fare quello che si sentono di fare, purché cerchino la loro strada e non seguano miti precostituiti. Io da bambino sognavo la montagna e la vivevo come parte di me, in seguito ho corso il rischio di metterla da parte mentre cercavo la gloria, poi di nuovo l’ho rivissuta e la vivo come un tempio sacro. Questa è stata la mia strada e non tornerei mai indietro.

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