La filosofia della paura

La filosofia della paura

Chi ha seguito questo Blog nei suoi molti articoli sul tema “libertà di scalare, libertà di sciare fuori pista, ecc.” ha certamente notato che più volte abbiamo asserito che l’ossessione della sicurezza condiziona la nostra libertà.

Per questo motivo abbiamo riportato le note che seguono, in margine alla pubblicazione di un libro del filosofo norvegese Lars Svendsen, La filosofia della paura, che riteniamo essenziale per la comprensione di come la nostra società si stia ritrovando nella misera condizione di perdita (parziale o totale) della libertà per l’ossessione di sentirsi al sicuro.

Lars Svendsen, La filosofia della paura (traduzione di Eleonora Petrarca), Edizioni Castelvecchi, Collana Le Navi, 2010
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Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l’indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà rinforzando sempre di più la società sicuritaria. È una convinzione che non possiamo non condividere.

Nella presentazione del sito dell’editore Castelvecchi si legge: «Crisi economica e terrorismo, influenze, criminalità, droga, pedofilia, hanno un elemento in comune: la paura che incutono. Spesso smisurata e contagiosa, questa paura è in grado di condizionare le nostre esistenze: spinge a minimizzare i rischi, a limitarsi – a non viaggiare, non uscire, non mangiare ciò di cui non si conosce l’origine, in breve, a non fidarsi – e ad accettare sempre più sofisticate forme di controllo pur di sentirsi “al sicuro”. Ma al sicuro da cosa? Le nostre vite sono talmente protette che possiamo permetterci di focalizzare l’attenzione su pericoli soltanto potenziali, che nella vita non si realizzeranno mai.
La paura è un sottoprodotto del benessere, e ha un potere tale che può, addirittura, «affascinare»: è questa la tesi sostenuta dall’autore nella sua battaglia contro quella che considera una delle principali limitazioni di libertà dell’uomo moderno. Attraverso documentati esempi, Svendsen sottolinea come il peso della paura dipenda soprattutto dal ruolo che noi le permettiamo di avere, e prospetta la possibilità di un futuro più vivibile attraverso il semplice recupero di valori come speranza, ottimismo fattivo, fiducia nelle capacità dell’uomo di risolvere problemi, migliorare se stesso e la società in cui (vorrebbe) vivere
».

Scrive Leonardo Caffo in www.mangialibri.com: «“L’unica passione della mia vita è stata la paura”, diceva Thomas Hobbes. Che poi uno lo ammetta è poco importante, il dato rimane: la paura è riuscita a colonizzare le nostre vite. L’11 settembre 2001 s’inserisce come evento terribile di un quadro già complesso, l’uomo sociale – oggi inserito nella categoria “sistema politico” – ha bisogno di protezione. Per ottenere questa protezione abbiamo accettato tacitamente di essere rinchiusi nel Panopticon, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e a opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici rendeva in grado un unico guardiano d’osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione di un’invisibile onniscienza, che li avrebbe condotti a osservare sempre e comunque la disciplina. Il problema in una situazione del genere non è tanto come viviamo ma perché abbiamo scelto di vivere così, da cosa dobbiamo essere protetti? La sicurezza di cui godiamo oggi è sicuramente meglio di uno stato di paura; ma se l’ossessione del rischio e la troppa protezione fossero un pericolo maggiore di tutti i rischi messi insieme? Questa domanda – e la riflessione dalla quale scaturisce – guidano il filosofo norvegese Lars Svendsen in un saggio che indaga come la società della paura abbia contribuito alla perdita delle condizioni di possibilità dell’uomo, anzi per dirla con Martin Heidegger “Nella paura si perdono dunque, di vista, le proprie possibilità”.
Percorrendo alcuni esempi noti come l’isteria che si scatena intorno ai vaccini per i neonati, il filosofo, getta le basi per una riflessione più profonda, che nel caso appena citato potrebbe essere sintetizzata come segue: la stessa tecnologia medica che ci guarisce ci rende più ansiosi
».

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Liberamente tratta da www.macrolibrarsi.it, riportiamo una breve panoramica del contenuto dei sette capitoli che compongono il libro.

Nel primo, La cultura della paura, Svendsen ricorda che la vita umana è sempre vulnerabile, e che quindi la paura è una reazione normale. Ciononostante, negli ultimi anni la ricorrenza di parole come “rischio” e “paura” è decisamente aumentata, nei media, con effetti fastidiosi: e questo a dispetto che “la reale pericolosità della maggior parte di certi fenomeni è sostanzialmente diminuita (p. 19)”. Cosa ha implicato tutto questo? Lo sviluppo dell’industria della “sicurezza”. Pericoli potenziali vengono mostrati come pericoli “attuali”. Qual è il paradosso? “Tutte le statistiche indicano che soprattutto noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo (p. 24)”. L’età media è cresciuta, in una nazione come la Norvegia, di 23 anni in un secolo (dai 59 anni per le femmine e 56 per i maschi nel 1910 si è passati agli 82 per le femmine e 77 per i maschi nel 2010).

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Nel secondo capitolo, Cos’è la paura?, Svendsen spiega che la paura non è nata senza ragioni: è un fenomeno evolutivo, serviva a garantire adeguate condizioni di sopravvivenza e di riproduzione. Tuttavia, nella nostra specie ha un potenziale diverso da quello delle altre specie animali: siamo un animal symbolicum. Un pericolo avvertito – per quanto lontano un continente intero – viene percepito come una minaccia diretta (p. 36). La paura contiene sempre “una previsione, una proiezione del futuro, riguardante dolore, danneggiamento o morte” (p. 46); e assieme, come insegnava Tommaso d’Aquino, “ogni paura deriva dal fatto che amiamo qualcosa” (p. 48). Sostiene il filosofo norvegese che la paura stia diventando una sorta di visione del mondo, incentrata sulla consapevolezza della propria vulnerabilità. Questa visione del mondo potrebbe diventare un’abitudine. È un errore da combattere.

Nel terzo, Paura e rischio, Svendsen – meditando su Rumore bianco di Don DeLillo, spiega che “Un tratto di base della società del rischio è che nessuno è fuori pericolo, assolutamente tutti possono essere colpiti, a prescindere dal domicilio o dallo status sociale (p. 59)”. Caratteristica cardine di questa società, è che per dominare i rischi scegliamo mezzi peggiori del problema: “Si stima che circa 1.200 americani morirono dopo l’11 settembre 2001 perché avevano paura di prendere l’aereo e sceglievano quindi di prendere la macchina (p. 64)”. La SARS (Sindrome Acuta Respiratoria Grave) ha fatto 774 morti nel mondo: il panico da SARS è costato 23 milioni di euro. Con una spesa del genere, si poteva debellare – per dire – la tubercolosi. Dal mondo.

Lars Svendsen
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Nel quarto capitolo, L’attrattiva della paura, il filosofo prende in esame cosa spinga gli esseri umani a cercare nei libri, nei film o nei videogiochi proprio quel che li spaventa nella vita reale. “La spiegazione è semplice: queste esperienze in un modo o nell’altro ci danno un sentimento positivo e soddisfano un bisogno emotivo (p. 89)”.

Nel quinto, Paura e fiducia, Svendsen si ritiene convinto che in una cultura della paura in cui “la fiducia sembra diminuire molto, essa ha bisogno di una motivazione e di una giustificazione (…). La ragione di ciò è che una persona a cui si mostra fiducia formalmente farà del suo meglio per mostrarsene meritevole (p. 113)”. Secondo il filosofo, la paura e la sfiducia sono autoconservative: la paura è capace di disgregare la fiducia, spezzando i legami di solidarietà sociale e incrinando l’amore per l’alterità e per le diversità, in generale. Serve, quindi, avere un approccio di “fiducia ragionata” (p. 117).

Nel sesto capitolo, La politica della paura, Svendsen spiega che la lotta alle cause della paura produce, necessariamente, nuova paura (p. 142). Questo sesto blocco è quello sicuramente più politico e attuale: com’era facile e onesto prevedere, si concentra sull’attentato delle Torri Gemelle, sul suo significato reale e sulle sue non sempre sensate conseguenze (cfr. aggressione all’Irak).

Nel settimo capitolo, Oltre la paura, il filosofo sintetizza il senso del suo volume: “Dovremmo essere coscienti del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno (p. 144)”.

Lars Svendsen
Professore associato del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bergen e opinionista del maggiore quotidiano norvegese, Aftenposten. Autore di numerosi volumi e tradotto in una ventina di lingue, in Italia è conosciuto per i due libri editi da Guanda, Filosofia della Noia (2004) e Filosofia della Moda (2006).

La sceneggiatura di Minority Report, tratta dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick, propone il tema classico del rapporto libertà-sicurezza e la sua possibile declinazione in una società della sorveglianza nella quale il sistema detiene informazioni complete sui comportamenti dei propri cittadini. Dando forma alla storia della Precrime e del suo capo operativo, il capitano Anderton, Dick si chiede quanto sia desiderabile una società in cui la Polizia può fermare il crimine prima che sia commesso, quale sia il prezzo da pagare in termini di libertà e giustizia e se, in definitiva, una vita nel sistema disegnato da Precrime possa ancora dirsi pienamente umana
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