La gabbia tecnologica 1

La gabbia tecnologica 1
di Giuseppe Popi Miotti

Ricordo d’aver letto, su La Stampa, un articolo che magnificava la messa a punto di una sorta di “scatola nera” per le attrezzature alpinistiche, tramite la quale si avrebbe un costante monitoraggio dell’usura e quindi del grado di affidabilità dei materiali. Credo sia stata questa notizia a stimolare le considerazioni che leggerete di seguito circa il nostro rapporto con la tecnologia applicata alle attività sportive outdoor, alpinismo ed escursionismo in primo luogo.

GPS
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Indiscutibilmente viviamo in una società in cui, pur di stimolare i consumi, tutto è lecito, compreso un certo sottile terrorismo che, se si guarda con attenzione, è percepibile ovunque e a volte raggiunge livelli notevole comicità. Basta accendere la TV per scoprire che non avere i denti bianchi è un problema: occorrerebbero una decina di spazzolini e altrettanti dentifrici. Lo stesso vale per il bucato o le piastrelle di casa che vanno “igienizzati” con inutili prodotti sterminanti e sterilizzanti, pena chissà quali malattie: ma noi stessi siamo cosparsi di miliardi di acari che lasciamo a destra e a sinistra, e che dire dei batteri? L’unica sarebbe una bella bomba atomica.

Sempre di più ci troviamo imprigionati nella gabbia dorata di una finta sicurezza che ci viene paternamente “consigliata” dall’alto, dallo Stato, dalle multinazionali, dalla pubblicità; e sempre più facilmente, per spirito di disciplina o pigrizia mentale, ci facciamo prendere da questa logica, dimenticando che uno degli ingredienti principali della vita è dato proprio dall’incertezza.

Il campo delle attività all’aria aperta non sfugge a queste dinamiche, anzi, proprio perché ha per teatro luoghi al di fuori della rassicurante cerchia della casa o della città, ancor più si presta al gioco. Così, oggi, chi si cimenta con l’ambiente naturale ha a disposizione una notevole scelta di apparati che, per come se ne parla, e per come sono presentati, sono in grado di azzerare o quasi tutti i rischi. Il GPS, l’ARTVA, il telefono cellulare, l’APP del Soccorso alpino che permette di rilevare la tua posizione, e adesso magari la Scatola nera…

Non voglio demonizzare a tutti i costi queste meraviglie tecnologiche di cui riconosco a volte l’utilità, ma avendo avuto la fortuna di fare alpinismo quando ancora non c’era neppure l’elicottero per il soccorso e le previsioni del tempo erano un optional, mi rendo conto che se da un lato abbiamo guadagnato qualcosa in termini di sicurezza, dall’altro abbiamo perso quasi del tutto alcuni degli aspetti più caratterizzanti di questa attività: l’incontro con l’ignoto e quindi con l’avventura e il senso di libertà che deriva dall’essere noi stessi responsabili fino in fondo di ogni nostra azione, di ogni nostro passo. Senza contare che la cieca fiducia in questi strumenti ha fatto venire meno un’altra importante qualità, forse la più importante: la capacità di studiare e valutare il terreno con umiltà, mettendo in conto anche la possibilità di una rinuncia.

Purtroppo, la facile disponibilità dei mezzi tecnologici fa credere a molti che basta averli con sé per potere affrontare imprese anche di un certo impegno, magari superiori alle loro reali capacità. Si tralasciano, quindi, l’allenamento e la consultazione delle carte geografiche (che magari non si sanno neppure orientare), si perde l’abilità di agire in maniera flessibile ed elastica adattandosi all’imprevisto. L’idea diffusa, almeno fra i meno esperti, è che il GPS non può sbagliare, che l’ARTVA ti protegge sempre dal morire sotto una slavina, che col telefonino si è sempre in grado di chiedere aiuto. Ecco il lato oscuro di questi aggeggi: instillano un falso senso di sicurezza che spinge ad andare spesso oltre i propri limiti con conseguenze potenzialmente pericolose. Basta che la batteria si scarichi, che per qualsiasi motivo un urto danneggi l’apparecchio ed ecco che improvvisamente ci si trova soli con la Natura “ostile”, e privati di quei semplici strumenti che sono la saggezza ed il buon senso derivati dall’esperienza.

Gamma di ARTVA
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La domanda non facile da farsi è: questi strumenti, come del resto i bivacchi sulle vette delle montagne, hanno migliorato il bilancio degli incidenti in montagna o l’hanno peggiorato? Avere la certezza che sulla vetta troverò un bivacco, credere che con una telefonata mi verranno a prendere o che con l’ARTVA in pochi minuti mi troveranno sotto la slavina, sono considerazioni che subdolamente portano ad osare di più, aumentando inevitabilmente l’esposizione diretta al fattore di rischio: alcuni tragici episodi accaduti negli ultimi anni sembrano avvalorare questa mia ipotesi.

Ad esempio, ho il forte sospetto che il gran numero di incidenti scialpinistici sia dovuto più alla leggerezza con cui, grazie alla predetta finta sicurezza, si affronta la montagna invernale piuttosto che all’aumento degli appassionati. Un tempo lo scialpinismo aveva la “sua” stagione che andava da marzo a maggio, periodo in cui i pendii sono percentualmente più stabili e assestati; oggi questa stagione si è estesa a tutto l’inverno e ormai, dopo un’abbondante nevicata, neppure si prende in considerazione l’antica sapienza di lasciare che per qualche giorno i pendii si consolidino almeno un poco.

Tutto ciò non aumenta la nostra sintonia con gli elementi naturali, ma ci allontana da essi, rendendoci passanti distratti, anziché elementi stessi del contesto in cui ci troviamo; soggetti che non dovrebbero mai perdere quel senso di rispetto e timore che, contrariamente a quanto vorrebbe insegnare una certa informazione, sono una parte non secondaria del piacere di affrontare una gita o un’ascensione.

Lungi dal propugnare teorie radicali e oscurantiste, quanto scritto in questo breve spazio, vorrebbe suggerire un modo diverso di rapportarsi con l’ambiente. Un modo certamente più lento, fatto di silenzio, di partecipazione vera, dove sensibilità, esperienza, intuizione, timore, diventano i nostri strumenti principali e quelli fornitici dalla modernità, tutt’al più degli optional.

Se poi vi sentite disposti a sperimentare fino in fondo questo modo “diverso” e antico di percorrere valli e montagne o altri spazi d’avventura, vi invito a fare una prova. Affrontate una gita che già ben conoscete, magari anche facile e breve, lasciando a casa la “tecnologia”; se d’inverno provate a fare lo stesso, seguendo con ancora maggiore attenzione i ritmi della stagione, gli eventi metereologici, la morfologia del terreno e siate disposti, già a casa, a rinunciare a un’uscita. Una volta in azione vi accorgerete immediatamente che il vostro atteggiamento sarà completamente diverso e un volta tornati, anche l’escursione più banale vi avrà lasciato impressioni fortissime; ricordatevi che raggiungere una cima o la fine di un percorso sono sicuramente elementi di soddisfazione, ma non sono essenziali, perché «il viaggio è la meta».

Invece di affidarci comodamente a falsi idoli, forse dovremmo puntare ad assumere maggiormente la responsabilità delle nostre azioni nella consapevolezza che ogni attività comprende un rischio che non si può azzerare. Conoscere il “dilettevole orrore del camminare sull’orlo dell’abisso”, aiuta invece a gestire il rischio residuo e valutarne l’accettabilità o meno. Ma quel che più inquieta è che, dolcemente, e senza accorgercene, stiamo perdendo la capacità di essere liberi.

L’APP per il soccorso
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