La libertà in montagna fa rima con autoresponsabilità

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La storia, il cui tempo è scandito da segnavia culturali che tracciano il cambiamento secolo dopo secolo. E poi c’è la narrazione, da quella epica e misconosciuta fino al giornalismo contemporaneo (più attratto dai lutti che dal racconto della montagna, in tutte le sue dimensioni). Infine c’è il diritto, che assume contorni controversi soprattutto quando si affronta il tema della responsabilità.

Storia, narrazione, diritto. Sono questi i tre elementi emersi con forza e profondità nel corso del convegno “Rischio e libertà in montagna. Volti della cultura alpinistica in 150 anni di storia del Cai”, organizzato dalla Sezione di Firenze del Club alpino italiano in occasione del suo mezzo secolo e mezzo di vita. “Mi complimento, perché questo incontro su temi tanto attuali va a vanto delle scelte fatte” sottolinea il Presidente generale del Cai, Vincenzo Torti, nella nobile aula magna del Rettorato dell’Università di Firenze, che un tempo fu sede delle scuderia granducali.

I complimenti sono rivolti al Cai di Firenze, che per celebrare questo importante anniversario ha abbandonato la scelta fin troppo facile della narrazione autoreferenziale regalando a un pubblico nutrito ed eterogeneo un’interessante e approfondita riflessione. In platea, tra gli altri, c’era un ospite nobile. Mieko Maraini, moglie di Fosco, lo scrittore – alpinista e poeta – che il Cai ha omaggiato con la pubblicazione del libro fotografico ‘Gasherbrum IV. La montagna lucente’. Torti, prima di rivolgere un ringraziamento pubblico (sottolineato con un applauso), si è intrattenuto a lungo con lei. “Quelle foto furono regalate da Fosco Maraini alla Presidenza del Club alpino italiano. Non al Cai, ma alla Presidenza” racconta Torti. “Un patrimonio inestimabile che è rimasto lì troppo a lungo. Quando ne sono venuto a conoscenza, ho subito espresso il desiderio che quel tesoro iconografico diventasse un patrimonio diffuso. E ne abbiamo fatto un libro”.

Il tema, però, resta quello del rischio e della libertà. Se Luigi Dei, Rettore dell’Università di Firenze, ha riconosciuto l’importanza della cultura alpinistica, Patrizia Giunti (Direttore del Dipartimento di scienze giuridiche), pur introducendo il tema del diritto (“Il rapporto tra rischio e libertà si lega in parallelo a quello tra libertà e autorità”, dice) ha tenuto a ricordare come la montagna possa insegnare “il rispetto di sé e degli altri, creando legami di fiducia e condivisione”.

“La montagna è il territorio dell’incertezza, senza la quale non ci sarebbe l’alpinismo” racconta deciso l’alpinista, giornalista e scrittore Enrico Camanni, che non risparmia una narrazione storica sui due secoli dell’alpinismo che era “sporadico” nel Settecento, “un fenomeno importante ma non di massa” nell’Ottocento, “innovativo” nel Novecento. Secondo Camanni, i tre protagonisti di questo rapporto tra libertà e responsabilità, seppur con voci e volti diversi, sono gli alpinisti (“per i qauli la montagna è libertà”), gli educatori (“che insegnano ai giovani come si va in montagna”), i giornalisti. “In duecento anni l’alpinismo è diventato famoso per le tragedie. Si trascina l’idea della ‘montagna assassina’, come se la natura fosse colpevole”. Rispetto alla percezione comune, lo spartiacque culturale resta quello della Grande Guerra. “Prima c’erano motivazioni romantiche, poi eroiche, infine la rottura”.

Insomma, non ci sono più personaggi come Walter Bonatti e Reinhold Messner. Come ha avuto modo di ricordare Camanni, oggi i grandi alpinisti sono poco conosciuti. E più la gente va in montagna, più crescono gli incidenti. I media? S’interessano solo alle tragedie. “Del resto il Cai rivendica il diritto al rischio, ma fa anche tutto quello che è nelle sue possibilità per mitigare questo rischio”, chiosa Stefano Ardito, giornalista e scrittore che ha da poco ricevuto un riconoscimento per i suoi 50 anni trascorsi come Socio del Club alpino. “Come possiamo trasformare la cultura della montagna in indicazioni utili per i territori?”, domanda alla platea e al Presidente generale.

Quando parliamo del desiderio di vivere l’avventura, il rischio è implicito. Proprio come la ricerca della libertà. Ma se parliamo di responsabilità, le implicazioni sono tali da rendere la faccenda più complessa di come sembrerebbe (o di come dovrebbe essere). Non è un caso, infatti, che proprio partendo da queste riflessioni il Cai abbia riattivato l’Osservatorio della libertà in montagna. Eppure ci sono dimensioni che si scontrano. E le criticità evidenziate, anche secondo il Presidente generale, “sono sempre più frequenti”. Torti si è soffermato a riflettere sul concetto di rischio, sulla formazione, sul diritto civile e penale, sulla responsabilità presunta, sulla casualità, sulle ricadute sociali. Lo ha fatto riportando casi concreti. “Pensiamo che la cultura della formazione sia utile a chi frequenta liberamente la montagna assumendosi il rischio connesso” spiega il Presidente. “Il Cai si inserisce in un meccanismo che può generare delle responsabilità. Ci poniamo a metà tra coloro che affrontano il rischio come una questione totalmente soggettiva e quelli che invece vogliono frequentare la montagna colmando le proprie lacune grazie all’esperienza di guide alpine o istruttori Cai”.

Per Torti il tema centrale, ancora una volta (e forse oggi più che mai), è quello dell’autoresponsabilità. “In una sentenza della Corte Costituzionale del 1999 riaffiora il concetto secondo cui nessuno deve comportarsi come se fosse sulle spalle o nello zaino di un altro” spiega il Presidenze. “Un tema, quello dell’autoresponsabilità, che ritorna anche in una sentenza della Cassazione del 2011. Di fatto si chiedere al frequentatore di comportarsi con impegno. Al punto tale che, se il suo comportamento fosse tale da rappresentare l’unica ragione che provoca l’evento dannoso, risponderà per se stesso. Insomma, dobbiamo cercare di recuperare non solo l’idea di rischio come avventura e libertà, ma anche il fatto che i rapporti che nascono dall’andare insieme in montagna possa corrispondere al recuperare della consapevolezza. Occorre pensare e ragionare, comportandoci in modo corretto e diligente. Sempre”.

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