La prova, per favore!

E’ stato o non è stato sulla vetta? Non poche ascensioni e drammi alpinistici rimangono a tutt’oggi grandi questioni di fede di cui si discute ancora molto. La tecnologia moderna potrebbe consentire di produrre una documentazione priva di lacune ed inconfutabile per qualsiasi singolo movimento sulle montagne. Questo servirebbe all’alpinismo?

L’incertezza della riuscita è il sale per la minestra dello sport. Per l’alpinismo ci si deve fare la domanda: “Cosa succede se si documentano ogni passo, ogni metro di dislivello, ogni pausa?”.

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La prova, per favore!
(quanto onesto può essere lo sport di montagna)
di Tom Dauer
(Illustrazioni di Ronja Scheidel)
Traduzione dal tedesco © Luca Calvi
L’articolo originale è stato pubblicato su All Mountain n. 3, 02-2015, per gentile concessione

La popolarità, come scrive il pubblicista Georg Frank “è la più irresistibile delle droghe”. Gli alpinisti, per poter arrivare a poterne godere, devono essere in grado di raccontare le proprie gesta. Questa però è un’arte che va ben al di là della produzione di selfies o di raccolte di dati.
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Bloemfontain, Sudafrica, 27 giugno 2010. Nei quarti di finale del campionato del mondo di calcio la Germania sta conducendo contro l’Inghilterra per 2 a 1. Al trentasettesimo minuto di gioco un tiro del centrocampista Frank Lampard va a colpire la traversa. Manuel Neuer si allunga, inutilmente: la palla schizza da sotto la traversa, va a rimbalzare oltre la linea di porta e poi rientra nel campo di gioco. Lampard alza le braccia al cielo, i suoi compagni sono pronti a festeggiare, e invece Jorge Larrionda fa continuare il gioco.

40.500 spettatori allo stadio e milioni di persone davanti agli apparecchi televisivi in tutto il mondo hanno visto distintamente la palla dietro la linea di porta. Solo l’arbitro uruguayano e i suoi assistenti non l’hanno vista. Le proteste della squadra inglese non servono a nulla: vale la decisione presa durante la partita. La squadra tedesca, poi, la vincerà per 4 a 1.

L’errore di valutazione in Sudafrica non è stato il primo e nemmeno l’ultimo a far scaldare gli animi nella comunità calcistica internazionale. Eppure, nonostante le strumentazioni tecniche che potessero ridurre tali errori a singoli e rarissimi episodi fossero già ampiamente presenti, per più di qualche anno non ci fu alcuna reazione. Solo con l’inizio della stagione 2015/2016 nella Bundesliga tedesca è stata introdotta la tecnica denominata “Hawk Eye”. L’”Occhio del Falco” consiste nel posizionamento in ciascuno dei diciotto stadi di sette telecamere fisse per essere in grado di poter stabilire con precisione in casi di dubbio, anche inferiori a un centimetro, se la palla abbia varcato o meno la linea di porta nella sua interezza. L’arbitro riceve quindi un segnale sul proprio cronometro da polso ed a quel punto può in tutta tranquillità e con la coscienza pulita decidere sul gol senza più pericolo di sentirsi definire dai media come il complice ignaro di un delitto.

Molti appassionati di sport sperano ardentemente che questa nuova tecnologia sarà mantenuta come avviene per altre discipline. Per l’hockey su ghiaccio già da tempo le telecamere poste sulla linea di porta e la prova video fingono da valido aiuto per gli arbitri; nel tennis le telecamere arrivano a indicare con una precisione pari a tre millimetri se la palla sia arrivata o meno dietro la linea. D’altra parte, però, non è che il calcio con questo “monitoraggio del gioco” – un osservatore della Süddeutsche Zeitung ci vede qualcosa di positivo – vada a farsi derubare delle sue storie più belle? I gol di Wenbley e la “Mano di Dio” non dovrebbero più esistere con l’avvento dell’Hawk Eye.

Sarebbe un peccato, perché nel profondo del suo cuore il tifoso di calcio è un romantico che si nutre di miti e leggende: ecco, per esempio, proprio del tiro dell’inglese Geoff Hurst che durante la finale del Mondiale del 1966 fu giudicato erroneamente come gol; oppure del gol di mano fatto da Diego Armando Maradona per l’uno a zero con cui si concluse il quarto di finale del mondiale vent’anni dopo. Tutte queste sono storie che si tramandano di generazione in generazione, sulle quali dopo decine di anni tifosi ed esperti stanno ancora a discutere, proprio perché lasciano spazio a più di una sola interpretazione del fatto reale.

Adesso, per quanto riguarda alpinisti e scalatori, va detto che questi non suscitano nemmeno lontanamente nel pubblico lo stesso interesse delle partite di calcio. Eppure i grandi dibattiti degli sport di montagna ruotano attorno allo stesso nucleo, per la precisione su cosa siano la verità e l’agire correttamente. Cesare Maestri, che afferma di essere salito sulla vetta del Cerro Torre nel 1959, non sarebbe altro che il Thomas Helmer degli scalatori, ovvero quel giocatore dell’FC Bayern che nel 1994 segnò al 1 FC Nurnberg il primo “gol fantasma” della Bundesliga, un gol che non era gol!

Dello svizzero Ueli Steck non si sa se sia mai stato un grande goleador o un grande stratega di gioco. In compenso, è uno scalatore ancor più grande che tra l’8 ed il 9 ottobre del 2013, in sole ventotto ore dal suo Campo Base Avanzato a circa 5000 metri di altitudine, è salito e disceso dalla mostruosa parete sud dell’Annapurna 8091 m. Per questa impresa, che fa passare in secondo piano tutto ciò che è stato raccontato sugli Ottomila fino a quel momento, Steck continua a essere celebrato a tutt’oggi. Da tutti, a parte quelli che mettono in dubbio il suo racconto sulla base di alcuni indizi, un gruppo piccolo ma non per questo non rappresentativo di esperti di montagna, attivi o osservatori.

Nella cosiddetta “Arena della Solitudine” (Reinhold Messner) non ci sono arbitri e tanto meno mezzi per il controllo rigoroso dei partecipanti. In compenso le macchie bianche sulla mappa offrono spazio per miti e saghe eroiche. Cosa succede, però, se questi spazi spariscono?
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Il loro dubbio scaturisce dal fatto che Steck non abbia potuto fornire una prova, ottica o di misurazione, del successo avuto dalla sua salita in solitaria. Lui del resto aveva perso la macchinetta fotografica ancora il primo giorno sulla parete, come descritto dallo stesso nel numero 45 della rivista Alpinist. “Stavo fotografando la parete per riuscire a farmi con quella foto una sorta di mappa, quando fui investito da una folata di pulviscolo ghiacciato e mi aggrappai subito alle picche. Uno dei guanti mi cadde, così lasciai andare la macchinetta, che cadde lungo la parete ad ampi balzi”. In una intervista con Andreas Kubin, all’epoca caporedattore della rivista Der Bergsteiger, Steck gli raccontò di non aver pensato di avviare la funzionalità GPS del suo computerino da polso per poter così tracciare l’itinerario da lui seguito: “Sì, in effetti, in retrospettiva, mi sono preoccupato troppo poco delle prove”.

Quando l’alpinista si convertirà a raccogliere una gran quantità di dati, cambierà la qualità dell’esperienza stessa: non solo quella dei protagonisti, anche quella degli affamati di avventura seduti in poltrona. Non ci sarà più fascino nelle storie imbottite di dati.
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La questione è se avesse dovuto farlo e la risposta per il futuro dell’alpinismo (sulle Grandi Montagne) significa molto di più di qualsiasi tentativo di andare a recuperare indizi e prove a favore o contro quanto raccontato da Steck.

In buona sostanza quanto viene rinfacciato a Steck può essere riassunto in due punti: 1) Ueli Steck mente 2) Ha trascurato il proprio dovere di documentare le sue imprese, nonostante sia proprio grazie a questo che si guadagna da vivere.

Per quanto riguarda il punto 1) Steck stesso ha già più volte dichiarato di avere realizzato un sogno alpinistico, di sapere perfettamente cosa sia successo sull’Annapurna e di poterne essere soddisfatto. Non ci si dovrebbe poi spingere oltre, perché con la ricerca della verità si entra in un ambito piuttosto distante e piuttosto confuso. In primis, perché durante la sua salita sulla parete sud dell’Annapurna in solitaria, nessuno per definizione ha accompagnato Steck e quanto da lui raccontato rimane l’unico riferimento diretto disponibile. In secundis, però, anche perché si dovrebbero portare la questione della verità nell’Alpinismo e della sua presentazione a un livello ben differente da quello dei lanci di redazione, degli atleti-modelli, degli articoli pagati, degli scatti inscenati, delle riprese cinematografiche riprodotte a posteriori e di strategie di marketing e di pubblicità sempre più sofisticate.

Evitiamo quindi di andare oltre nella questione della verità o della menzogna pe quanto riguarda Ueli Steck e la sua avventura sull’Annapurna perché è ormai una pura questione di fede.

Il punto 2), invece, merita una trattazione molto attenta. La discussione all’ordine del giorno in questo periodo è come un controllo basato sulla rilevazione di dati relativi alla salita e alla discesa possa andare a modificare l’alpinismo (sulle grandi montagne) e soprattutto la percezione dello stesso. Senza dubbio le funzioni di rilevazione GPS e di localizzazione degli smartphones possono portare un notevole contributo per la sicurezza nei deserti alpini, ma deve allora diventare lecita una domanda: non è che la comunità degli alpinisti andrebbe a farsi un autogol con la richiesta della documentazione priva di macchie bianche delle imprese alpinistiche, in forma di fotografie, di video o di altro?

Lasciamo da parte la prospettiva dei praticanti. Per questi la qualità delle loro imprese non andrebbe a variare di molto: un temporale in quota rimane sempre un pericolo per la vita, un seracco sarà sempre sul punto di cadere, la roccia sarà sempre marcia e la scorta di ossigeno sarà sempre ridotta al lumicino anche se uno potrà sempre essere tracciato col GPS e anche se dovesse poter inviare i propri dati biometrici via etere.

Tutt’altra cosa è quando dal di fuori si va a portare lo sguardo in quel modo di far alpinismo che viene di volta in volta definito “il limite del possibile”. Questo modo di guardare alla questione, che è poi anche il nostro, determina in buona sintesi anche a quale sistema di condizioni accetta di andare soggetto un atleta che viva del suo essere personaggio pubblico. Noi, con il nostro ruolo di consumatori di avventura, ci prendiamo la responsabilità di decidere se quanto avvenuto sulle montagne possa essere compatibile con quanto reso da un insieme di dati e di cifre.

L’alpinismo come alternativa alla quotidianità è da prendere sul serio solo quando non viene fatto per successo, vette o record, ma solo per l’avventura in sé.
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Possiamo però invece dedicarci a un’opera culturale che ci fornisca i più bei racconti di avventura dai tempi dell’Odissea di Omero, dedicati a una persona che va lontana, si sottopone a prove e vince pericoli per poi poter ritornar e in patria acclamato come un eroe. Oppure, come Martin Stern, professore di Sociologia del movimento e dello Sport all’Università di Marburg, possiamo dire: “Il racconto di una scalata vive del fatto che non tutto può essere chiarito senza alcun dubbio. Se ci soffermiamo troppo su dove quando e cosa abbia fatto il protagonista, la narrazione ne patirà. Si andrà a mettere in primo piano qualcosa che in realtà non è significativo per l’azione in sé”.

Se però non dovessero sorgere più miti, se non dovessero fiorire più leggende per chi è seduto al bar o attorno a un falò, se gli eroi dovessero diventare grandissimi raccoglitori di dati e le loro saghe dovessero divenire solo fatti, andremmo tutti a valutare l’alpinismo e gli alpinisti con un altro metro. E, con ciò, alla fin fine anche noi stessi.

L’alternativa alla società digitale, così spesso citata, del “Me ne sto fuori” sarebbe un’alternativa di vita da prendere sul serio solo se non fosse volta al successo, alla vetta e ai record. Si dovrebbe invece rivolgere l’interesse focale al Prima ed al Dopo, al Chi, al Come ed al Dove di un’impresa. “Ueli Steck è arrivato sull’Annapurna”? Chissenefrega! Altre domande, invece, come: “Come ha progettato la sua solitaria? Per qual motivo ha attaccato di nuovo la parete sud, sulla quale durante una spedizione precedente per poco ci lasciava la pelle? Su una montagna sulla quale già aveva provato inutilmente a salvare una vita? Chi è questa persona? Cos’è che lo spinge? A cosa crede e quali sono i suoi sogni?”. Ecco, queste, secondo me, sarebbero le domande giuste.

In conclusione” – scrive il sociologo Stefan Kaufmann nel saggio La tecnologia in montagna: per una strutturazione tecnica del rischio e dell’avventura -, “l’alpinismo è un atto di autonomia, una pratica autodeterminata. Non segue un cronoprogramma determinato e non viene motivato da ricompense estrinseche o da necessità materiali, no, è al di fuori degli schemi consuetudinari sociali”. L’alpinismo consente ai praticanti di dare a se stessi il diritto di definire il tutto sulla base delle loro capacità e di prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Adesso si tratta di capire se vogliamo offrire questo dono come sacrificio in nome dell’impegno autoimposto alla raccolta di dati che andrebbero a sminuire, se non l’avventura in sé, di certo il suo significato.

Naturalmente questa scelta di votarsi a raccontare storie non esime l’alpinista, soprattutto quello professionista, dal dovere di riportare la verità o quanto meno la propria verità sulle sue stesse azioni. Questo, però, non tanto per tradizioni o per una morale falsamente intesa che continuano a regnare nel sacro mondo della montagna. Una persona non mente come scalatore non perché stia rispettando un codice comportamentale prestabilito, oppure perché le montagne siano l’Eden della verità e gli alpinisti persone migliori. No, non mente perché è solito non farlo.

Del resto, sarebbe da ingenui credere che le montagne possano restare un’isola incantata nel meraviglioso nuovo mondo dell’informatica. Siamo già di fronte al suo esatto contrario, con i collegamenti online che consentono di inviare in modo continuativo la posizione, la direzione del movimento, la velocità e i dati corporei come il battito cardiaco, il consumo calorico, la temperatura corporea e la saturazione dell’ossigeno. L’invio di informazioni in tempo reale attraverso i network è diventato uso abituale anche tra valli, vette e malghe. Per un atleta professionista sarà dura sottrarsi alla riproducibilità informatica della propria esperienza individuale.

Per qualcuno dei grandi protagonisti, però, forse, varrebbe davvero la pena di esimersi coscientemente al rilevamento del proprio corpo. Se tutti quelli che girano per le montagne in un modo o nell’altro riportano il proprio andar per monti in forma di dati, a quel punto sarà proprio colui che lascerà qualche lacuna a diventare colui che davvero merita di essere seguito. Un vuoto nel flusso di dati è come un campo non compilato in un curriculum vitae, è quello che richiama a sé l’attenzione.

Uno scalatore che scriva le proprie storie in tempi di dispositivi GPS, Smartwatch, registratori di dati e microchip per le SIM sarebbe una vera attrazione per pubblico, media e sponsor. Questo sempre nella misura in cui viva davvero un’avventura… E la sappia raccontare.

Nota della Redazione di All Mountain:
“Questione di opinioni
Qual è il valore di una documentazione priva di lacune se la stessa viene controllata solo dal Protagonista e non da un’istanza neutrale? Ha forse senso mettersi a confrontare le imprese alpinistiche? (Vedi
All Mountain, n. 2, Il prezzo è giusto, articolo sul tema dei premi nel mondo dell’alpinismo). Dovrebbero esserci regole severe per gli alpinisti che si guadagnano da vivere con prime ascensioni, record di velocità e collezioni di vette tipo le “Seven Summits”? Da ultimo, le vette falsamente conquistate per l’alpinismo professionale non sono solo una questione di etica, no, si tratta di una truffa anche dal punto di vista giuridico. La questione se le imprese alpinistiche debbano essere documentate procura ferventi discussioni anche all’interno della redazione di All Mountain. Il punto di vista personale di Tom Dauer apre una nuova interessante prospettiva sulla questione ed è questo lo scopo di All Mountain, ovvero spingere a riflettere, lanciare discussioni e offrire una piattaforma per un ampio ventaglio di opinioni”.

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Tom Dauer
È nato nel 1969 ed è cresciuto tra Monaco di Baviera e Città del Messico. Ha cominciato a scalare all’età di 11 anni assicurato dal padre con una corda in vita e da allora ha praticato diverse forme di alpinismo. Ha studiato Scienze politiche e Lettere e ha intrapreso la carriera di giornalista frequentando la Deutsche Journalistenschule di Monaco di Baviera. Da tempo osserva la passione per la montagna e ne scrive. Oggi è redattore di Berge, una delle più importanti riviste di alpinismo, scrive per la Frankfurter Allgemeine Zeitung e per la Zeit e collabora come regista con la televisione bavarese. Il suo film sulla discesa libera più emozionante, Streif – One Hell of a Ride, ha fatto il giro del mondo. Ma Dauer è anche un frequentatore abituale delle montagne della Patagonia. Fino ad oggi è stato varie volte al Cerro Torre, al Fitz Roy e al Cerro Dos Cumbres, e ha partecipato a un tentativo di prima al Domo Blanco. Due suoi libri sono stati tradotti in italiano, Reinhard Karl, senza compromessi (Versante Sud) di Nel 2008 ha pubblicato con Corbaccio Cerro Torre, mito della Patagonia (Corbaccio, 2008). Gli piace portare suo figlio di 9 anni ad arrampicare, ma facendogli sicurezza come si deve. Per maggiori informazioni: www.beschreiber.de/tom-dauer.

Cima o no, successo o insuccesso, a stabilire i principi per la preparazione delle relazioni non è un codice comportamentale alpinistico, bensì una massima ben conosciuta dell’agire.
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