La questione del Finalese – 2

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La questione del Finalese – 2 (2-2)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

La posizione di Roberto Capucciati
di Roberto Capucciati (2 maggio 2018)

Ieri ero a Finale Ligure quando, come un macigno, mi hanno colpito gli strilloni dei quotidiani: “Free climbing: invasione a Finale, ore servono regole”, “Assalto selvaggio alle pareti di roccia”. Lì per lì ho pensato ad un’azione dei black bloc, il lancio di un nuovo iPhone o uno sbarco di vichinghi.
Leggo invece che tutto nasce da un comunicato del CAI di Finale Ligure (qui il podcast di Climbing Radio con l’intervista al presidente), e tiro un sospiro di sollievo. Fino a qui tutto nella norma.
Ormai è chiaro che, dalla nascita dell’arrampicata libera, il CAI sta sempre meno dalla parte di chi va in parete. È un’associazione che risente sempre più del mancato ricambio generazionale, dell’età dei suoi membri, che spesso non scalano. Un’associazione che si nota più per i cori alpini e le camminate, ovviamente con debite eccezioni.

L’ultima guida del Finalese (Marco Tomassini, Versante Sud, 2017)

Il problema è che la palla è stata presa al balzo dalla stampa locale, che ha enfatizzato i toni costruendone un caso, andando decisamente oltre e mettendo tutti apparentemente d’accordo con il proclama del CAI: Crazy Idea di Finale, Finale Climb, Salewa Store, Sindaci di Finale e Calice, tutti apparentemente in linea con il proclama del Club Alpino.
L’arrampicata a Finale Ligure sta “riducendo/degradando/snaturando ad un anonimo parco di divertimento sportivo” il territorio, quindi il CAI, il WWF, Finale Outdoor Resort “chiedono che cessi l’apertura indiscriminata di nuove vie di arrampicata”. Siamo alla follia.

1- Apertura indiscriminata? Ma perché, oggi i chiodatori attivi a Finale chiodano indiscriminatamente?
Il CAI è a conoscenza del fatto che il percorso progettuale verso la richiodatura delle vecchie vie come precedenza sulle nuove falesie, è già stato digerito dai chiodatori da svariati anni? Il CAI sa che a Finale è stato quasi completato in tre anni l’imponente lavoro di richiodatura della valle di Rian Cornei (a eccezione del Tempio del Vento che è in procinto di essere sistemato)?
Quali sarebbero le regole infrante?
Le nuove aperture sono tutte nel rispetto delle zone di nidificazione e sotto tutela ambientale. Dove sono le chiodature indiscriminate e le falesie abbandonate alle quali si riferisce il comunicato?

2- Prima di questi proclami non sarebbe stato giusto sentire i chiodatori? e magari, in seconda battuta, anche chi da anni finanzia il materiale (chiodatori stessi in primis, poi Rock Store, Versante Sud con il progetto Books for Bolts, Outpost e certamente tante altre realtà private)? È stato tentato un dialogo? Nessuno dei chiodatori da me interpellato se ne è accorto.
Un paese che si definisce Capitale Europea dello Sport Outdoor e che lo è diventata sulle spalle del volontariato di pochi privati cittadini e di qualche piccola realtà economica illuminata, così li ringrazia: chiedendo la galera per il loro lavoro “indiscriminato”, volto a “degradare e snaturare il territorio”.
È incredibile, invece di far loro un monumento e accoglierli al banchetto da loro stessi preparato e offerto, invece di far ciò gli si da un calcio per rispedirli in cucina, illudendosi che il banchetto prosegua all’infinito, anche sputando in faccia al cuoco.
A me non risulta che il CAI abbia mai speso un euro per un fix, una catena o un resinato, e se non erro l’amministrazione pubblica ha iniziato a finanziare parte del materiale da solo un paio di mandati, non di più.

3- Il territorio del Finalese è già da tempo un parco di divertimento sportivo, non “anonimo” (e non si capisce perché dovrebbe esserlo), ma unico. Uno dei parchi outdoor più belli e completi che esitano in Europa. Se il sindaco se ne accorge solo ora è un problema, perché significa che non esiste pianificazione economica e ambientale. Se il percorso che ha portato Finale a questo meraviglioso parco giochi è invece voluto, come credo, che il Sindaco prenda posizione e dica al CAI che si sono persi qualche puntata.

4- Infine il problema di sostenibilità ambientale a Finale esiste e come!
Ma non trova origine nel numero di Falesie o di linee di discesa in mountainbike, ma nella cronica insufficienza di infrastrutture per il flusso sportivo che queste pareti e questi sentieri sono in grado di generare.
Una vera Capitale Europea dello Sport Outdoor farebbe dei parcheggi seri (all’alpe Devero, in Ossola, c’è un tre piani sotterraneo, e siamo a 1600m slm), organizzerebbe bus-navetta alle principali e congestionate aree di accesso per evitare ai climber di entrare in attrito con gli abitanti, o di perdere in rabbia da parcheggio quello che si guadagna in una giornata all’aria aperta.
Una vera Capitale Europea dello Sport Outdoor farebbe dei servizi igienici nei punti principali di accesso alle pareti, in modo da permettere a chi scala di far giocare i bambini senza correre il rischio che tornino imbrattati di escrementi, o più semplicemente di non scalare nella puzza cronica, come accade a Boragni o a Monte Sordo quando non piove da più di una settimana.
Una vera Capitale Europea dello Sport Outdoor prima di parlare di controllo e rispetto delle regole dovrebbe mettere le persone nella condizione di poterlo fare.

Alessandro Grillo

Alla fine di questa lunga considerazione mi sento quasi in dovere di ringraziare il CAI di Finale per quel proclama un po’ approssimativo che, come ha sostenuto il suo presidente durante l’intervista a Climbing Radio, non voleva essere così aggressivo, come d’altronde spero di non esserlo stato io con questo articolo.
Vorrei ringraziarli innanzitutto perché il problema messo in luce con un po’ di approssimazione porterà altri e ben più consistenti nodi al pettine, e in secondo luogo perché sarà (spero) lo stimolo definitivo a far sì che i chiodatori si associno anche ufficialmente, per guadagnare un peso politico che oggi purtroppo non hanno, ma che assolutamente meritano e devono avere, per il bene di tutti.

No, a Finale Ligure non c’è una guerra fra ambientalisti e climber
di Fabrizio Goria
(pubblicato su www.alpinismi.com il 2 maggio 2018)

Per parafrasare Luca Sofri de Il Post, ci sono notizie che non lo erano. È questo il caso della querelle mediatica nata dopo il comunicato/appello lanciato nei giorni scorsi dal CAI Finale Ligure, Finale Outdoor Resort, l’Istituto di Studi Liguri sezione di Finale Ligure, WWF sezione di Savona e Liguria Birding. No, come abbiamo scritto nel titolo, non c’è una guerra fra ambientalisti e climber. No, non si vogliono mettere i tornelli alle montagne, o alle falesie. No, non si tratta di una presa di posizione contro il turismo arrampicatorio. Si tratta invece di un esempio di giornalismo poco zelante, da un lato, e di preservazione della wilderness, dall’altro. Ed è doveroso fare un passo indietro, per capire cosa è successo.

Finale Ligure, così come le zone circostanti, è considerato uno degli spot europei di maggiore qualità per l’arrampicata sportiva. Falesie splendide, un calcare fra i migliori al mondo, e una grande passione dei locali, fin dal principio di tutto, ovvero dal 1968. Il nostro amico Michele Fanni, insieme a Gabriele Canu, non a caso hanno realizzato Finale ’68, presentato anche al Trento Film Festival di quest’anno, per raccontare la meravigliosa storia di come un borgo di poche anime sia diventato una delle mecche mondiali della scalata (vedi http://gognablog.com/finale-68/). Eppure, in questi giorni non si parla di Finale come si dovrebbe. Non si parla di calcare. Non si parla delle bellissime vie possibili. Si parla di presunte lotte fra climber e associazioni ambientalistiche. Si parla di giochi di potere. Si parla di tutto tranne che di roccia. E tutto nasce da un comunicato che è assai difficilmente equivocabile.

Il comunicato dal quale tutto ha avuto origine non lascia spazio a interpretazioni malevole. In apparenza, però. I quotidiani generalisti hanno tradotto queste parole con un mero “ambientalisti contro climber” o “stop alla chiodatura nel Finalese”, alimentando le discussioni sui social media e inasprendo il dibattito. Vogliamo quindi tentare di fare chiarezza. Quello che si chiede è che si sfruttino le “vie già esistenti”. Vale a dire migliaia di vie. Vale a dire migliaia di vie in meno di 20 chilometri, che poi è la distanza, percorrendo l’Aurelia, fra Albenga e Finale. Seriamente, di cosa si sta discutendo? Di aria fritta, verrebbe da scrivere. Perché quanti altri luoghi ci sono, in Europa e nel mondo, dove si può trovare una cotanta abbondanza di vie d’arrampicata? Nonostante ciò, il patatrac è stato compiuto lo stesso.

Già. Perché di colossale casino bisogna parlare, e nel nostro caso scrivere, se perfino il Telegraph è intervenuto sul tema con un pezzo che racconta quanto sta accadendo. Si tratta dunque di una rivolta degli “ambientalisti” contro gli scalatori o si tratta di una richiesta nell’interesse proprio degli arrampicatori? La seconda, senza alcun dubbio. Peccato che sia passato il messaggio sbagliato. Perché nell’epoca delle notizie sempre più veloci e dei titoli sempre più urlati, è cruciale evitare di commettere errori. Lo ripetiamo, non è una guerra fra ambientalisti e climber. È invece il tentativo che il Finalese non diventi un incubo. Non solo per fauna e flora presenti nell’area, ma anche per gli scalatori.

Due sono i punti cruciali dell’iniziativa finalese. Il primo punto è la rimessa in ordine degli spot esistenti e dimenticati. Come spesso accade – gli esempi sono numerosi, dal Trentino al Vallone di Sea – alcune falesie vengono tralasciate. Vuoi perché la passione per l’arrampicata va a ondate, vuoi perché le generazioni che avevano prima arrampicato in quel determinato spot poi si sono spostate, e le nuove generazioni lo hanno dimenticato. Possono essere centinaia le variabili per le quali ci si scorda di un luogo. Non è questo il punto. Il vero punto è che in questo Nuovo Mattino che l’arrampicata sta vivendo si stanno riscoprendo aree che non si pensava esistessero. Aree nascoste, lontano dall’antropizzazione, spesso scomode per ciò che riguarda l’avvicinamento, ma di qualità assoluta.

Il secondo punto è la preservazione della wilderness. Non si tratta, lo ripetiamo, di mettere i tornelli alle falesie. Si tratta di quello che gli americani descriverebbero come “common sense”. In italiano, buonsenso. Possiamo fare un esempio per chiarire subito di cosa si tratta. La chiodatura di nuove vie è un’operazione molto invasiva, per natura. E nella zona di Finale, oltre a importanti siti archeologici, ci sono anche numerosi rapaci, come il gufo reale e il falco pellegrino, che nidificano. È proprio per tale ragione che si è deciso di agire. Sulla base di questo si è pensato ad un comunicato che riportasse l’attenzione sul tema “territorio”, con il punto fermo di prevenire che una zona così caratteristica diventi non più così unica. Perché se gli appassionati di calcare, così come quelli di mountain bike, vogliono godere di questa parte di wilderness al fianco dei palazzoni tipici dell’edilizia balneare degli anni Sessanta e Settanta, bisogna agire. E bisogna agire subito. Proprio come si fece negli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso, quando ci fu la prima grande girandola di iniziative a favore della creazione di National park e National monument. Il motivo che spinse Washington a spingere in quella direzione era più o meno lo stesso che sta muovendo i finalesi di oggi: dato che abbiamo questo importante patrimonio fra le mani, e dato che vogliamo che i nostri nipoti possano goderne così come ne possiamo godere noi, allora si deve fare qualcosa. E quel qualcosa non significa porre dei meri paletti, bensì valorizzare ciò che già esiste ed è presente.

Marco Pukli, agosto 2007

Bisogna dunque fare una crociata contro il CAI di Finale, il WWF e di tutti gli altri firmatari dell’appello? Basterebbe l’analisi logica del comunicato per comprendere che non vi è nulla di cui indignarsi. Nessuna polemica eccessiva, solo basterebbe fermarsi e controllare cosa accade. Si scoprirebbe che il problema di fondo è proprio che si desidera salvaguardare la vocazione arrampicatoria di Finale, non brutalizzarla. È quindi comprensibile che sia infuriata una leggenda come Andrea Gallo, tra i più importanti scalatori a contribuire alla nascita della destinazione turistica Finale nell’ambito dell’arrampicata. Basti pensare che moltissime vie sono state letteralmente pagate dal suo portafoglio e da quello del suo negozio (il celebre Rockstore di Finale). Sui social – ancora una volta – lo sfogo di Gallo è stato perentorio e ha causato una lunga scia di polemiche, con oltre 300 commenti a seguito del suo post su Facebook. Ma è il frutto di una interpretazione fallace dei fatti che è stata fornita da alcuni colleghi giornalisti, i quali hanno travisato le reali intenzioni di coloro i quali sono poi diventati “gli ambientalisti”. Lo sottolineiamo ancora una volta: non si tratta di ambientalismo, si tratta di buonsenso. E riteniamo che sia questa l’unica chiave di lettura possibile per una proposta che ha uno spirito nobile e un obiettivo socialmente utile.

Infine, una piccola chiosa. Sui social, e non solo, in molti si sono domandati perché i firmatari del comunicato non hanno contattato la comunità dei climber finalesi. La verità è che non esiste una vera e propria comunità di climber finalesi. Ed è una peculiarità comune a molti siti di arrampicata in Italia. Forse, alla luce di questa iniziativa – una volta che si saranno comprese a fondo le ragioni di essa – potrà crearsi l’occasione per riuscire, prima o poi, a formare una comunità. Per preservare Finale e le sue falesie.

 

Intervista ad Andrea Gallo
(pubblicata il 3 maggio 2018 su www.pareti.it)

Se Il Secolo XIX e La Stampa escono in contemporanea con un pezzo contro ai climber in cui si spiega del perché le chiodature di nuovi itinerari va assolutamente fermata, vuol dire che a monte degli articoli c’è un preciso disegno politico da parte di qualcuno che di politica ci vive. E’ così che funziona l’Italia e Finale è in Italia. Nell’articolo di cui mettiamo il link a fondo pagina si parla chiaramente di arrampicata fuori controllo, in un luogo dove i climber sono sempre stati molto attenti a non esagerare, autolimitando le chiodature nelle zone più sensibili per le nidificazioni. Quindi significa che qualcun altro vuole prenderne il controllo, perché il controllo che ne ha adesso non porta abbastanza soldi o abbastanza voti. Come avrete capito, non stiamo nemmeno a verificare che si sia superato un certo limite o meno, non cerchiamo di capire se questi articoli di stampa, sbucati “dal nulla”, abbiano un fondamento oppure no. E’ politica. E come politica va trattata, protestando, contestando, facendo capire che anche i climbers sono tanti e votano.

Comunque, al di là delle nostre opinioni di profondi conoscitori dell’arrampicata ligure (e meno della politica ligure), abbiamo intervistato Andrea Gallo, che è stato il primo a fare tante cose a Finale, dal primo negozio d’arrampicata alle prime vie dure alle prime guide (questo non è corretto: le prime due guide del Finalese sono state scritte da Alessandro Grillo, NdR). E che ora, probabilmente, guiderà la prima associazione globale di chi si occupa di arrampicata a Finale.

Andrea Gallo su Hyena (1985), difficoltà 8b, Alveare

Allora, Andrea, come arriva questo fulmine a ciel sereno sull’arrampicata finalese?
Ecco, appunto, a ciel sereno. Perché qui siamo sempre andati d’accordo con gli ambientalisti, ci siamo sempre parlati, confrontati. C’era e c’è una zonazione, come quella che riguarda tutto il Finalese, che è sempre stata condivisa.

Magari da voi chiodatori e operatori sì, ma magari c’è sempre qualcuno che fa il furbo…
Sicuramente sarà capitato, ma a quel punto non sta a noi far rispettare i divieti, noi facciamo già tutto il resto: lavori, manutenzione, logistica. Chi sgarra, che poi saranno una piccolissima minoranza va multato da chi può fare le multe. Tra l’altro i parcheggi di quelle zone sono chiari e a un minuto dalle pareti: se vuoi beccare il trasgressore lo becchi.

Ma ci sono delle nuove chiodature che hanno fatto arrabbiare qualcuno in particolare?
Si parla di un paio di grottini di cui uno è proprio una zona di terzo livello, la Pollera, e poi la grotta di “Da Berlino non si scappa” che è andata un po’ di moda ultimamente. Praticamente due brufoli se paragonati al finalese. Sa molto di pretesto. E comunque non erano e non sono zone soggette a divieto.

Continuo a fare l’avvocato del diavolo: ci saranno pure delle criticità dovute alla super frequentazione…
Certamente ci sono dei luoghi che andrebbero gestiti meglio, ma siamo noi stessi climber che da anni chiediamo una regolamentazione. Per esempio della valle di Monte Sordo… non ha senso che un non residente ci possa arrivare in macchina e magari buttare la tenda per la notte. Sono anni che sostengo che un parcheggio a valle e una navetta di collegamento risolverebbe ogni problema. Ma faccio anche notare che sono piccole cose se paragonate all’enorme indotto che i climbers e i ciclisti portano al finalese…

Mi sembra anzi che cerchino di imitarvi…
Certo. I comuni limitrofi che hanno anche loro un po’ di roccia stanno cercando di ricevere pure loro un po’ di luce, come per esempio Pietra Ligure. Hanno capito che i climbers e i ciclisti portano un turismo nella stagione altrimenti morta per una località di mare. Ed è anche un turismo pulito, sano, di cui nessuno si lamenta. Meno che meno gli operatori turistici, ai quali non sembra vero di poter guadagnare tutto l’anno.

Eppure a “stimolare” i quotidiani nazionali sembra non siano stati solo quattro ambientalisti, ma anche tale FOR, Finale Outdoor Resort…
Che ti devo dire… pure il sindaco, giunta di centro sinistra; fino all’altro ieri tutto bene. Adesso non riesce a prendere una posizione univoca sulla vicenda, dicono che i giornalisti hanno travisato, esagerato, ma io non credo che i giornalisti dall’oggi al domani si accorgano da soli di un eventuale problema ambientale a Finale…

L’ultima guida di Andrea Gallo, Finale 8.0 (dicembre 2011)

Ma non è vero che il comune stesso ha finanziato delle chiodature in passato?
Appunto. Anche se stiamo parlando di cifre ridicole se paragonate a quanto uscito dalle tasche dei singoli climbers chiodatori o dal Rockstore e ultimamente anche dagli altri negozi. Voglio dire che poche migliaia di euro sono una goccia nel mare di quanto è stato investito qui a Finale. Comunque era una buona cosa che anche il comune, seppur quasi simbolicamente, facesse la sua parte… Poi ti faccio notare che tra i malpancisti che sicuramente hanno stimolato questi articoli di giornale ci sono gli stessi che sono carichi per la preparazione dei festeggiamenti del 50° della scalata finalese…

Come possono reagire i climbers a questa aggressione?
Come non sono stati mai abituati a fare, perché siamo sempre così naif: Insomma associandoci, ed è quello che faremo qui, sotto il nome storico di “Finaleros”, un movimento fatto di persone, ma con personalità giuridica. Tanti iscritti, tante voci, tanti voti, non so se mi spiego. E non saranno solo i climbers a farne parte, ma anche tutti gli operatori che hanno goduto e godono dell’onda dei climber che tiene su l’economia del turismo locale nella stagione morta delle spiagge.

Chi sta facendo la figura peggiore in questa vicenda?
Volendo scegliere… il CAI. Che ha appoggiato inspiegabilmente questi articoli. Anche se penso che sia più una questione di persone più che di istituzione.

Considerazioni finali
(a cura di Alessandro Gogna)

A me sembra che si siano scatenate partigianerie e insofferenze di schieramenti inesistenti fino a quel momento.
La polemica probabilmente non è del tutto inutile, in quanto sono emerse forti e chiare le emergenze vere del territorio, la mancanza di strutture igienico sanitarie, di infrastrutture minori (parcheggi, acqua, bagni, trasporti e altro ancora). Vi è molto da fare per le indicazioni stradali, la sentieristica, l’ubicazione delle falesie, zone di divieto e altro. Si è parlato anche di gratuità contrapposta all’obbligo di un qualche contributo, come pure di totale libertà opposta a qualche forma di inquadramento normativo. Questi sono temi veri, non polemici, sui quali occorre ragionare e dove tutti, nel rispetto dei ruoli e nel riconoscimento dei meriti, potrebbero fare la propria parte.

Hanno ragione Fabrizio Goria e Riccardo Negro a sostenere che il comunicato, senza alcun attacco, voleva diffondere un’idea molto diversa da quella che invece poi è passata.
Cosa vuol dire chiedere “che cessi l’apertura indiscriminata di nuove vie di arrampicata nel Finalese”? A mio avviso con questa richiesta si vuole semplicemente mettere l’attenzione sui “luoghi sensibili” (Grotta dell’Edera, Grotta della Pollera, Rocca degli Uccelli e altri effettivamente oggi assai compromessi) che fino a pochi anni fa erano stati difesi e protetti. Forse non basta più il buon senso o forse è sufficiente una più decisa presa di posizione dei climber stessi verso chiodature che potrebbero essere definite “indiscriminate”?

Introduzione alla guida di Andrea Gallo Finale 8.0 (dicembre 2011)

La stessa introduzione all’ultima guida di Andrea Gallo Finale 8.0 (edita nel 2011) cita alcuni concetti base del comunicato, arrivando perfino alla medesima conclusione “che con 2000 vie di arrampicata si poteva tranquillamente rinunciare a qualche via”.
E’ purtroppo vero che, con l’aumento vertiginoso a 4000 vie, qualcosa ha deviato dalla vecchia via. Purtroppo la strumentalizzazione di cui è stata oggetto il comunicato e la successiva caccia alle streghe hanno portato lontano dall’unico vero problema: la conservazione del valore del territorio, ovvero ciò che ci accomuna tutti.

Matteo Felanda, agosto 2007

Il comunicato è criticabile anche perché, pur partendo da risultati ottenuti nelle decadi, non propone nulla di nuovo. Intanto ci si doveva rivolgere ai chiodatori, quindi a coloro che sono stati gli artefici del risultato: già questo sarebbe stato un riconoscimento… Matteo Felanda racconta che “anni fa Gerardo Gerry Fornaro si adoperò per riunire i chiodatori in attività nel Finalese attorno a un tavolo (di un bar), c’erano pure le Guide Alpine; si voleva organizzare qualcosa di strutturato, ma la cosa non andò in porto, tutti poco propensi alla congregazione associativa. Ma fu un bel momento di confronto, si parlò dei progetti di ognuno, libri dei sogni, tutto autofinanziato, ovviamente. Sarebbe stato dunque doveroso, prima di fare comunicati, interpellare i chiodatori.

E come se non bastasse il comunicato chiede che venga richiodato l’esistente. Ci si rende conto del lavoro che ciò comporta? Ci sono i quattrini necessari? Non se ne parla, si chiede solo di richiodare. Un consiglio doveroso agli enti promotori: la prossima volta affidatevi a un consulente della comunicazione, perché dal punto di vista tecnico-comunicativo avete fatto flop…

Infine la fauna, che giustamente deve essere rispettata. Su facebook, pur nella sua veemenza, non c’è stato alcun commento che negasse questa verità elementare. Dunque tutti d’accordo. Ma è importante che la regolamentazione, una volta fatta, non sia statica e abbia continui aggiornamenti, con cartelloni e post in rete. Altrimenti sarà considerata come una serie di norme che, più che costituire una reale protezione della fauna, sembra un divieto tout court.

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