La via ferrata delle Aquile in Paganella

La via ferrata delle Aquile in Paganella
(con il contributo essenziale di Giovanni Groaz)

Annunciata già nell’ottobre 2015 e inaugurata il 26 giugno 2016, la Ferrata delle Aquile alla Paganella ha visto nel 2017 l’apertura di una spettacolare” correzione che l’ha resa ancora più “mozzafiato”: la variante del Volo dell’Aquila.

Variante Il Volo dell’Aquila, Paganella

Lettera al quotidiano L’Adige di Giovanni Groaz – Povo (TN), 3 luglio 2016:
[…] Quella montagna, assai modesta rispetto alle fronteggianti Dolomiti di Brenta, ha rappresentato per cinquant’anni, dai primi anni ’20 ai primi anni ’70 del Novecento, un fondamentale banco di prova degli arrampicatori di Trento, dove i vari Fabbro, Bianchi, Detassis, Pedrotti, Stenico, Gabrielli, Pisoni, Maestri, Baldessari, Tabarelli de Fatis, Cestari, Loss, Marchiodi, Bonvecchio, Destefani, Zeni, Steinkötter e numerosi altri, hanno tracciato itinerari alpinistici, talvolta di modesto impegno, talaltra di grande difficoltà, per la maggior parte poco noti, degni comunque di essere salvaguardati in quanto rappresentativi di un’epoca particolare dell’esplorazione alpina di bassa quota.

Palma Baldo Groaz e Giovanni Groaz ricevono il Chiodo d’Oro della Sosat, 2013

Dal punto di vista ambientale la Paganella, celebrata enfaticamente dalla nota canzone come “la più bella”, merita di essere tutelata innanzitutto per l’incredibile vista che si gode tutt’attorno, spaziante dalle Alpi di confine, alle Dolomiti, e financo agli Appennini in condizioni di eccezionale limpidezza atmosferica. Anche le secolari distese di pino mugo, sovente fittissime, che ne rivestono in parte le sommità rocciose, orlandone leggiadramente i margini superiori, hanno un fascino particolare, non esclusivamente estetico: chi s’avventura nelle loro labirintiche e flessibili estensioni, tentando d’attraversarle, ne ricava sicuramente un ricordo intenso e incancellabile.

La “proposta” è diventata realtà, variante Il Volo dell’Aquila

Ebbene, tutto ciò è stato irrimediabilmente sfregiato e svilito. Il contrafforte noto come Spaloti di Fai, situato a mo’ d’avancorpo a oriente della Roda della Paganella, ha subito un triplice, sconsiderato affronto: tredici (!) vie alpinistiche del versante ovest sono ora “sgozzate” dalla nuova via ferrata che taglia illogicamente l’intera parete; due nuovi sentieri, uno dei quali definito “botanico” (sic) attraversano impietosamente le distese di mughi, fino a oggi intonse, previa, ovviamente, un’incisiva e deturpante recisione arborea; infine, a onta del toponimo storico, gli stessi Spaloti di Fai risultano ora trasformati, con spirito amaramente “lunaparkizzante”, nell’improbabile Trono dell’Aquila! Il tutto pagato, seppure indirettamente, tramite il “lungimirante” e sostanzioso finanziamento pubblico alle Società funiviarie, dal solito, cornuto e mazziato Pantalone.

Eduino Gabrielli

All’accorata lettera di Groaz segue la pronta risposta (7 luglio 2016) di Eduino Gabrielli, presidente della società funiviaria Paganella 2001 S.p.A., finanziatrice dei lavori.
Con il titolo La Via delle Aquile rispetta la montagna Gabrielli richiama che, dopo i necessari sopralluoghi, assieme ai realizzatori (la guida Elio Orlandi e l’ideatore Franco Giongo) si convenne di “rispettare quello che si può definire il «tempio» storico delle più importanti vie alpinistiche tracciate dai noti arrampicatori ricordati nell’articolo, nel cinquantennio ’20/’70 del secolo scorso, per orientarci sul lato sinistro del Canalone Battisti contraddistinto dalle rocce un po’ meno compatte e suggestive e meno ricche di ascensioni denominate «Spaloti di Fai», che peraltro nel corso degli ultimi anni ha rappresentato il settore meno frequentato, se non addirittura quasi dimenticato, anche dagli arrampicatori”.

Sostiene che, se si ha avversione in generale per le vie ferrate, allora vanno smantellate tutte quante… “a cominciare dalla Via delle Bocchette del Brenta che tanto ha contribuito a far conoscere agli alpinisti ed escursionisti le più belle montagne del mondo e a sviluppare importanti flussi turistici nell’interesse dell’economia del nostro Trentino”.

Ricorda che la società si è mossa per “creare ulteriori occasioni di attrazione per amanti della montagna in cerca di nuove emozioni a sostegno dell’economia del comparto turistico” e ritiene “di aver consentito a molti di avvicinarsi e vedere da vicino quelle straordinarie pareti sulle quali gli alpinisti evocati hanno compiuto le loro nobili imprese evitando che queste rimanessero solo egoistici ricordi di chi le ha compiute”.

Conclude precisando che il sentiero 602 esisteva in precedenza (si sono limitati a ripulirlo, segnalarlo e caratterizzarlo come “botanico”), che la società non ha usufruito di alcun contributo pubblico in quanto i suoi conti sono in ordine da anni.

La vecchia funivia, ora smantellata, che collegava Lavis con la vetta della Paganella

Domande: come fa Gabrielli a sostenere di aver rispettato le tredici vie? Occorre proprio essere alpinisti per capire che se si crea una via di fuga prima inesistente si cancella la quasi totalità del valore di una via alpinistica? Che la si priva dell’isolamento, la si inscatola in una ridicola gabbia? Proprio quella gabbia che consente, come lui stesso dice, di “vedere da vicino quelle straordinarie pareti sulle quali gli alpinisti evocati hanno compiuto le loro nobili imprese”. Come può Gabrielli far finta di non capire che sta paragonando una tigre in gabbia con una tigre in libertà? Come può non capire che togliendo “egoismo” e solitudine all’avventura la si riduce alla solita baracconata da Gardaland?

Rimane il discorso economico, ma lo vedremo alla fine.

Franco de Battaglia

Il 30 aprile 2018 Giovanni Groaz spedisce una lettera personale al giornalista Franco de Battaglia: in essa Groaz riporta un lungo brano tratto da http://gognablog.com/arrampicata-sostenibile-una-questione-di-stile/ evidentemente spronando de Battaglia a riprendere il tema su L’Adige.

Il 5 maggio 2018 effettivamente de Battaglia riprende il discorso nella sua rubrica Sentieri, aprendo il dibattito con la lettera di Groaz che cita le parole di Gogna: «gli itinerari senza logica alcuna, costruiti per fare scena, per il vuoto (… e non c’è stato alcun rispetto per nulla». Il problema, relativamente alle ferrate moderne di tipo atletico-adrenalinlco qual è? Risposta: sono pericolose per come noi ci rapportiamo con l’ambiente. Parlo della ricerca della verticalità, perfino dello strapiombo, nel più completo disinteresse verso le linee di debolezza suggerite dalla montagna». «Sono convinto – continua Gogna – che sia la ricerca della sensazione del vuoto a basso costo a determinare la terribile omogeneizzazione degli itinerari. Stiamo andando verso il McDonald delle ferrate. È stile andare alla ricerca del più “difficile” attaccati a dei ferri? E non importa dove si è, non importa se sei sulla Paganella, un luogo sacro per l’alpinismo trentino. A me, invece importa, e non vorrei essere il solo. (…) Non si può calpestare storia e ambiente, e rischiare che queste ferrate moderne siano tutte uguali, come i supermercati o i luna park, dalla Lapponia al Portogallo, dall’Australia a Los Angeles».

L’Arco di Tito

De Battaglia in seguito risponde partendo da lontano e rievocando il “messaggio” di Bruno Detassis. Poi:
“[…] La montagna si apre a tutti, ma non deve diventare un «selfie» autoreferenziale. Sulle ferrate da sempre il discorso è aperto […] però è anche ormai assodato, al dì là dì ogni valutazione e polemica, che le «ferrate» si sono sdoganate, che danno gioia a chi le percorre con misura. Bisogna tenerne conto. Quella della Paganella, che taglia la parete, gli Spaloti di Fai e le classiche vie di risalita è nata – lo si è percepito – con le migliori intenzioni, per rilanciare una montagna che, anche sotto il profilo delle emozioni alpinistiche, era stata trasformata in una capsula marziana dalle antenne televisive e telefoniche sulla cima, ridotta a terminale di impianti e piste di discesa. È nata per mostrare che anche località come Andalo e Fai potevano avere una montagna di alpinismo estivo […]. Al riguardo delle tredici vie “sgozzate” scrive: “Le vie ormai pochi le ripetono, ma non è tagliandole e facendo risalire chi percorre la via attrezzata in una spirale metallica che si promuovono le «mani sulla roccia». E possibile fare qualcosa?”.

Non si può non notare il dialettico spostamento dell’attenzione sulle antenne televisive, come se quello fosse il vero problema. Prosegue con la classica serie di colpi “alla botte e al cerchio”:
– “La ferrata delle Aquile – va detto – è stata un successo, percorsa la scorsa estate da ottomila persone (cerchio)”.
– “La lettera di Groaz richiama però ad un maggior senso di responsabilità da parte dei Trentini. La Paganella, per così dire, è stata di fatto «occupata» e appaltata alle APT, ma non si possono lasciare a se stesse, disinteressandosene, certe montagne storiche che sono nel mito («la pu’ béla») e nell’identità. Gli alpinisti devono riappropriarsene (botte)”.
– “Che le APT, cui non mancano certo i mezzi, si occupino anche di sentieri va bene, ma una dimensione di stile deve ritornare a caratterizzare anche la Paganella, se non altro nel ricordo di Bruno Detassis, di Luigi Pigarelli e della sua canzone, della magia che era quel mare di mughi su una sorta di tetto del mondo (botte)”.
– “Nulla è irreversibile, gli errori possono essere rimediati, i responsabili del turismo di Andalo e Fai hanno dimostrato intelligenza, pur dopo un avvio di interventi disinvolti (cerchio)”.
– “Va ripristinata la pulizia del canalone che scende all’attacco delle vie classiche e alcune salite possono essere rilanciate (cerchio, perché ben si guarda de Battaglia dal chiedere apertamente lo smantellamento)”.
– “La lettera vuole essere un richiamo a non abbandonare le montagne vicine alla città, considerandole banali o perdute. Vale anche per il Bondone. Sono montagne capaci di adattarsi a una frequentazione di massa, ma non sono luna park (botte)”.

Ferrata delle Aquile, cengia Terlago

Il 16 maggio 2018 L’Adige riprende l’argomento con il titolo Paganella da non abbandonare. E’ ancora Gabrielli a intervenire, richiamando che il punto di vista dei Comuni, dell’APT, del vari Consorzi e Organizzazioni turistici, degli operatori economici e dei loro collaboratori è unanime: “la ferrata è bella e lo attestano senza equivoci le migliaia di persone che l’hanno percorsa ogni anno dal 2016 in avanti, rilasciando, sui tre libri di vetta finora completati, commenti di plauso e di ringraziamento”.

Sottolinea poi come l’iniziativa non sia isolata ma faccia invece parte di un “disegno complessivo, orientato a recuperare e valorizzare dal punto di vista ambientale e culturale la Paganella estiva, sia per i tanti turisti che frequentano l’Altopiano, che per i trentini che, come ho sentito più volte in passato dire dal già Presidente SAT Claudio Bassetti, hanno abbandonato la montagna di casa”.

Richiama che “In pochi anni, senza chiedere, né ottenere incentivi pubblici, con la preziosa opera di coordinamento dell’APT, si è messo mano ai sentieri, si sono individuati e in parte realizzati i percorsi per i bikers, regolamentandone la percorrenza, è stata costruita dal Comune di Fai una nuova malga/fattoria didattica, sono stati ricostruiti, con criteri ecologici, rifugi e punti di ristoro, attrezzati soprattutto per le famiglie con bambini, dove si svolgono diverse attività di divulgazione ambientale e di promozione delle tradizioni locali, è stato attrezzato un “bike park” per downhill, è stato aperto, con un notevole successo di pubblico, il Biblioigloo, la prima biblioteca in quota in Europa, dove si organizzano numerose iniziative culturali. Lo stesso «Bus del Giàz», che tanto clamore aveva suscitato tanto da finire nelle aule giudiziarie, è stato ripristinato e sta per tornare alle sue originarie funzioni di «frigorifero» e produzione di ghiaccio sulla base di un progetto di collaborazione coordinato dal glaciologo del Muse Christian Casarotto”.

Sullo Spigolo del Vento della via Ferrata delle Aquile

Non perde occasione di ribadire che tutte queste iniziative sono state concepite e realizzate nel rispetto delle regole e dell’ambiente e che la società funiviaria è “disponibile ad accogliere suggerimenti e consigli nell’ottica di far conciliare aspettative e visioni che talvolta possono essere diverse. Ma che hanno tutte in comune l’amore per la meravigliosa Paganella”.

De Battaglia risponde dapprima elogiando la figura del Gabrielli (cerchio), poi afferma: “Forse alcune scelte sono un po’ sfuggite di mano a Paganella 2001 (il Bus del Giàz, la «spirale» della ferrata…) (botte), ma il fatto che i promotori si siano resi conto di certe forzature e la disponibilità al confronto rendono Gabrielli un interlocutore affidabile con cui cercare di recuperare una “nuova visione” anche di ripristino e rilancio delle montagne attorno a Trento (cerchio). Le montagne che «sono state lasciate andare», e che devono ritrovare un equilibrio tra modernità, turismo (che è ormai di massa, ma va educato, non blandito nelle sue volgarità), storia e natura. Ci mettiamo la Paganella, fra queste montagne “lasciate andare”, con la selva delle antenne più violenta e respingente di piste e ferrate, ma ci mettiamo anche il Bondone, con lo stradone micidiale, e il piastrone-posteggio delle Viote, ché è inutile almanaccare sul suo futuro se non si sana questa ferita (cerchio, si svia l’attenzione dalla Paganella al Bondone). Ognuno ha le sue colpe. Ora si tratta di non lavarsene le mani in un rimpallo di responsabilità, ma di rimettersi insieme e trovare un accordo di compatibilità. È possibile in Paganella ripulire il canalone che scende agli attacchi e rilanciare certe vie? Non deve essere impossibile (cerchio, ancora una volta de Battaglia evita di nominare un’eventuale smantellamento). È possibile un sentiero SAT, uno almeno, che torni in Paganella senza diventare tratturo di discesa per le bikes? Vale la pena provare, senza ritirarsi in “aventini perdenti”. Sarebbe un segnale forte, forse l’avvio di una nuova stagione”.

La selva di antenne in vetta alla Paganella

Considerazioni finali
(a cura di Giovanni Groaz e Alessandro Gogna)

L’infame ferrata delle Aquile e più ancora la sua variante a “spirale” hanno sfregiato gli Spaloti di Fai della Paganella con il “taglio” delle 15 vie, di cui alcune molto belle e su roccia buona (ad es. la Cher Lionel, l’Aurora, il Pilastro Luciano… Peccato. Più della metà di quegli itinerari avrebbero potuto essere puliti e richiodati, per avere un’alternativa estiva alla torrida Valle del Sarca. La ferrata potevano farla passare sotto alla Roda (dove ci sono altre 7-8 vie meritevoli di richiodatura), poi sotto agli Spaloti (e in tal modo la ferrata avrebbe costituito un comodo approccio alle vie di entrambe le pareti), per poi salire al Becco di Corno lungo il versante est (dove non ci sono vie) e magari passare dalla bellissima Grotta Battisti, evitando le distese di mughi degli Spaloti di Fai.

Dalla Guida alpinistica delle Prealpi Trentine di Cesare Paris, le vie della parete sud-est degli Spaloti di Fai. In arancio la Ferrata delle Aquile con la variante del Volo dell’Aquila.

Dalla guida Il Gruppo della Paganella-Guida alpinistica delle Prealpi Trentine di Heinz Steinkoetter, le vie della parete sud-ovest degli Spaloti di Fai. In arancio la Ferrata delle Aquile.

Senza voler indagare sulla maggiore o minore possibilità di scariche di sassi (a tratti gli Spaloti sono friabili, e il percorso li traversa quasi per intero) rispetto ad altri itinerari, ci piacerebbe che chi ha finanziato l’”opera” esibisse il rilascio di tutti i permessi, che dimostrasse di non aver fornito un progetto “addolcito” per poi modificarlo in corso d’opera senza le debite autorizzazioni.

Riteniamo che in questo caso sia ridicolo sostenere il “rispetto delle regole e dell’ambiente”. Quando non si rispetta la cultura e soprattutto la storia non c’è speranza né per le regole né per l’ambiente.

Come se un parroco, preoccupato perché la Messa e la Chiesa sono sempre più deserte, invece di parlare di Dio in un modo efficace che vada diritto al cuore, offrisse ai fedeli un lussuoso banchetto tutte le domeniche. Non ci sarebbe da meravigliarsi che le presenze duplichino o triplichino, e con loro le elemosine. La Chiesa non è più la casa di Dio, ma questo è solo un danno collaterale.

Se un ente amministratore di un territorio o una società funiviaria hanno dei quattrini da spendere, che facciano attenzione a come li impiegano! Non scelgano la prima facile soluzione offerta da miopi consiglieri mal consigliati o professionisti interessati! La preoccupazione della maggior parte delle amministrazioni è quella di dimostrare che i soldi sono stati spesi per qualcosa di immediatamente concreto, cioè, nella loro ottica, bene. Non è questo il “bene”. La maggior parte dei danni fatti riguarda le strutture fisse, per eventi o per “migliorare” la fruizione.

Si può invece spendere parecchio di più per la manutenzione di ciò che si ha: pochi lo fanno. I tedeschi ci accusano, giustamente, che alla nostra bravura creatrice fanno seguito di solito una pessima amministrazione e un’inesistente manutenzione. Nessuno si sente gratificato a mantenere qualcosa, perché in realtà la manutenzione è un dovere. In questo meccanismo cadono tante amministrazioni, che o fanno il minimo necessario o neppure quello. Invece la manutenzione deve essere ineccepibile, e bisogna vantarsene, comunicarlo, sbraitarlo ai quattro venti. Il dato di fatto della manutenzione trascurata deve rivoltarsi nel suo contrario, è una forma mentis nuova che dobbiamo predicare. L’ottica della manutenzione è più importante dell’ottica della creazione. La manutenzione, in un paese come il nostro, farebbe la differenza, dunque  lo stile.

Come si potrebbero spendere le risorse economiche? La risposta deve indagare nel campo dell’educazione e della comunicazione, quella vera e incisiva, non il cartello sbattuto lì con il design del grafico di turno o la ferrata “mozzafiato”.

Riteniamo che sia altamente diseducativo assecondare i gusti di chi in montagna va per provare emozioni a buon mercato: costoro dovrebbero essere educati a ben altre attività che andare a tirarsi su per delle funi di acciaio, senza logica, senza rispetto.

Il pubblico va educato. Anche se c’è ormai una certa attenzione all’ambiente, è anche vero che molti non hanno idea di quanto, anche solo con la propria presenza, contribuiscano a variare (più spesso ad avariare) un ambiente. La nostra presenza comunque ha un impatto.

La formazione dunque dovrà essere il nostro investimento, ciascun luogo dovrà farla e l’obiettivo sarà quello di valorizzare le proprie caratteristiche, dunque il proprio stile. La Paganella è, a dispetto delle antenne, un luogo, naturale, selvaggio e storico. Gestiamolo con questo tipo di rispetto, essendo fieri di farlo e intendendo continuare per altri dieci, venti, quaranta anni. Poi c’è tutto il resto. Di cosa ha bisogno il turista? Di campeggi, di bar giusti, di negozi di articoli sportivi, di appartamentini, di B&B, di agriturismo. Il più delle volte questi sono inadeguati, come numero e qualità. Facciamo una rete. Introduciamo i label, inventiamo qualunque forma di incentivo per qualificare gli esercizi aderenti. Costringiamoli a migliorare il loro livello qualitativo, dove qui per qualità non s’intende il numero di “stelle”. Occorre rendere fieri gli esercenti di fregiarsi di quel titolo e, in precedenza, concedere loro questo privilegio solo se lo meritano o se presentano un piano pluriennale di miglioramento dei propri servizi. Non considerare gli ospiti come clienti da spennare ma come ospiti che possibilmente ritorneranno, perché lo stile di quel luogo li ha definitivamente sedotti. Gli interventi e le politiche di questo tipo sono magari facili da realizzare, ma in genere sono poco costosi: ed è per quest’ultimo motivo che qualcuno non sceglierà questa strada.

Riteniamo che il discorso economico, che alla maggior parte suona come la motivazione salvifica dell’obbrobrio realizzato in Paganella, vada rivisto da menti un po’ più illuminate che non considerino la montagna un proprio supermercato da abbellire con opere di tristissimo consumo. Probabilmente giorno verrà che ogni montagna avrà la propria ferrata delle Aquile e, nell’appiattimento di qualunque differenza e di qualunque storia, se ne consumerà il definitivo olocausto tramite il disinteresse più totale.

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