Le colpe della comunicazione alpina

Le colpe della comunicazione alpina
di Roberto Serafin
(già pubblicato su www.mountcity.it l’8 aprile 2016)

The medium is the message (Il mezzo è il messaggio), come sostenne il sociologo canadese Marshall McLuhan (1911-1980). E il messaggio dei blog purtroppo è spesso sguaiato, inaffidabile. Ciò vale anche per i siti, talvolta, che si occupano di montagna. Non tutti. Non siamo nel ruttodromo sboccato del calcio (espressione di Massimo Gramellini): noi amici della montagna viviamo da e tra gentiluomini o presunti tali. Tuttavia, con i tempi cupi che corrono, il mettersi rudemente in gioco nel web può procurare fastidi a tutte le quote. Ma spesso occorre sporcarsi le mani. E’ un argomento scottante quello dei rapporti tra le pubbliche istituzioni e il web scostumato. Si salvi chi può. C’è sempre il rischio che una polemica diventi virale. Il tema lo affronta animosamente in Gogna blog (http://www.banff.it/torti-vs-valoti/) uno dei due aspiranti alla massima carica del Club alpino, istituzione che recentemente ha censurato con un “foglio d’ordini” o un equivalente sistema (che rimanda, detto inter nos, ai tempi del fascistissimo Centro Alpinistico Italiano) i soci che esprimono dissenso attraverso blog di “privati cittadini” anziché affidare il loro pensiero alle strutture a ciò ufficialmente delegate.

Il sociologo canadese Marshall McLuhan
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I panni sporchi si lavano in famiglia, si sa. Ma se la famiglia è anche un ente pubblico, può darsi che per decenza s’imponga un briciolo di trasparenza anche nelle questioni scabrose. C’è qualcosa di sconveniente in ciò che viene reso noto nei blog di montagna a proposito delle politiche del Club alpino? Il fatto è che non sempre si può e si deve, se si fa del giornalismo serio, essere in sintonia con le istituzioni. Dire che tutto va ben madama la marchesa è come dire che tutto va male. Che critica cinematografica è mai quella che dà cinque pallini a tutti i film che escono sugli schermi? Può darsi che MC come altri confratelli non sia sempre ben visto lassù. Ma è dalla biodiversità che derivano importanti arricchimenti.

Per fortuna non è in gioco la libertà di stampa. In gioco sono le opportunità, gli equilibrismi, i giochi occulti di potere, la corsa alle poltrone in cui ogni bravo “competitore” eccelle o è meglio che cambi mestiere. Ora c’è chi impugna lo staffile come Sant’Ambrogio contro gli infedeli per affermare che nei vituperati blog circolano “parole in libertà” mentre la libertà di parola e di cronaca “dovrebbe essere sempre legata ai valori di etica, gratuità e trasparenza, come quelli praticati nella comune passione per la montagna”. Ma non possono certo essere “parole in libertà” quelle di chi denuncia l’asservimento al mercato florido delle moto fuoristrada o all’impiantistica più devastante o all’eliski praticato ormai soltanto sul versante italiano delle Alpi dove il Club alpino dovrebbe fare da sentinella e invece talvolta preferisce lasciar perdere. Senza i Panama papers, tanto per intendersi, la più grande fuga di documenti della storia, non si sarebbe saputo che negli ultimi quarant’anni centinaia di persone tra le più potenti del mondo hanno nascosto le loro ricchezze nei paradisi fiscali. Anche questo è oggi il giornalismo. Prima di dare lezioni di etica, i competitor del Club alpino dovrebbero chiedersi verso quali frontiere sta andando il giornalismo che con tanto livore stigmatizzano. Nuove sono oggi le modalità di comunicare l’informazione in un mondo sempre più globalizzato: fact-checking, data journalism, explanatory journalism, robot journalism, citizen journalism, social networks… Esiste anche una Carta dei diritti in rete, di cui è ispiratore il giurista Stefano Rodotà, che offre una serie di parametri concreti per consentire di fare un test di democraticità. La materia è complessa e non si presta ad analisi sbrigative. “Oggi purtroppo etica e informazione”, sentenzia invece il competitor che tanto si dice amante della democrazia, “non sempre camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop”. Massimi sistemi a parte, sarebbe più corretto non uscire dal seminato. Di che cosa si stava parlando? Della nebbia che calò quando giunsero al pettine proprio attraverso i blog, questo compreso, i nodi di un accordo sciagurato tra il Club alpino e la Federazione motociclistica italiana. Quanto di più inopportuno le fervide menti di via Petrella avrebbero potuto escogitare mentre sempre più difficile risulta mettere un freno al dilagare impunito dei fuoristrada per boschi e prati. Chi scrive se l’è dovuta vedere sui sentieri dell’Ossola con motociclisti che hanno cercato anche di mettergli le mani addosso visto che non cedeva il passo e aveva deciso d’immortalarli mentre si facevano beffe di lui, costringendolo a rivolgersi ai carabinieri.

Angelo Manaresi (a destra), podestà di Bologna e presidente del Club Alpino Italiano, assieme a Guglielmo Marconi, si reca al Littoriale (ora stadio comunale Renato Dall’Ara) per l’inugurazione della Fiera, Bologna 5 maggio 1934
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E ancora. Traslocare una parte delle attività del Club Alpino Italiano in una “struttura parallela”? Di questa oscura ipotesi si è discusso nei blog “privati” sulla scorta del Congresso nazionale del CAI sul volontariato, considerato che l’associazione appalta lavori all’esterno. Con trasparenza, si spera. C’è forse da stupirsi se un socio parla, al di fuori degli organi istituzionali, dell’eccessiva “e ormai insopportabile” burocratizzazione di questa antica associazione, così palesemente in contrasto con l’aria frizzantina che si respira nella stragrande maggioranza delle sezioni? E’ da censurare chi afferma che sempre più in via Petrella si tenta di trasformare il Club alpino in un’azienda? Altro argomento. Non poteva dilagare che nei blog e, probabilmente, nei social network, l’anacronistica discussione sul volontariato femminile nel CAI al 100° Congresso. Una turbolenza conclusasi a furor di socie con una revisione del documento programmatico. Anche qui i blogger di “privati cittadini” hanno voluto metterci il becco dal momento che le fonti ufficiali tacevano. “Oggi”, argomenta con enfasi l’aspirante alla massima carica del sodalizio, “sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore”. Bella scoperta. Al Redattore, quello con la R maiuscola, il Club alpino chiedeva agli inizi del secolo scorso anche competenze in materia di geologia e botanica e altri requisiti a livello accademico. Un bagaglio notevole. E oggi come si scelgono gli addetti alla comunicazione?

Una copertina della Rivista Mensile del CAI in tempo fascista
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D’accordo. “Bisogna riuscire a informare e comunicare in tempi rapidi, utilizzare il maggior numero di strumenti possibili, farlo sempre con senso di responsabilità ed etica”. E tuttavia, aggiungiamo, bisogna anche che istituzioni importanti e paludate si sappiano aprire in modo responsabile alle richieste dei privati cittadini senza lasciare colpevolmente che i problemi s’incancreniscano. Ci si degni almeno di controbattere pubblicamente, se si hanno validi argomenti, a “privati cittadini” come il professor Marco Vitale, illustre economista e alpinista, che in una recente intervista al sito “Dislivelli” definisce il CAI “conservatore mummificato con una capacità di innovazione sociale e culturale prossima allo zero”. Finora nelle stanze del potere la soluzione scelta in questo specifico caso è stata quella, noblesse oblige, di voltarsi dall’altra parte. Non vedo, non sento, non parlo. Tornando alla dottrina di McLuhan, il mezzo crea il messaggio ma a condizione che si abbiano messaggi da offrire e non solo vibranti proclami in politichese.

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