Le pareti precluse

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Le pareti precluse
di Giuliano Stenghel

Ho la convinzione che tutto ciò che fai per te dopo la morte scompare, ma che ciò che fai per gli altri rimane. Quindi non chiudere… a se stessi e ai propri interessi, ma aprire… aprirsi al bene comune.

C’era una volta…
Quasi tutte le favole iniziano con “C’era una volta”, ma anche le storie più vere possono iniziare in questo modo. E allora, c’era una volta…

Una ridente cittadina a due passi dal lago di Garda con le sue viuzze, i suoi portali in pietra lavorata, le piazze pavimentate in porfido e le fontane, eleganti palazzi in stile liberty che ci raccontano la storia e i fasti di questo luogo frequentato dall’alta nobiltà: Arco, famosa per il suo clima ideale per chi soffre di problemi respiratori e malattie polmonari, per le sue bellezze direi da incorniciare, insomma un’accurata e ricercata armonia di ingredienti che ne hanno espresso e soprattutto diffuso la fama. Ma ciò che colpisce veramente di questo borgo è la sua rigogliosa e lussureggiante vegetazione, con il parco e piante addirittura endemiche che ne testimoniano la privilegiata posizione climatica e la maestosa rupe che lo sovrasta con il suo castello che domina e caratterizza tutto il paesaggio: residenza nel Medioevo dei conti d’Arco.

Arco quindi, era una stazione di soggiorno tranquilla ed elegante, con la peculiarità di ospitare e soddisfare il turista, persino il più esigente. Poi, all’improvviso, è accaduto un qualcosa di impensabile, di imprevedibile, un fatto che ha completamente stravolto la tranquillità del posto, ma, intendiamoci non in peggio: siamo ai primi degli anni Settanta, quando i cugini Mauro e Ugo Ischia con Giuliano Emanuelli e Fabio Calzà scalano la verticale parete est di Cima Colodri e successivamente aprono altre due vie che in breve tempo, soprattutto per la qualità della roccia, l’esposizione, il clima ideale, divengono delle grandi classiche. Anch’io in quei anni, dopo la prima solitaria alla via Barbara, mi sono misurato con queste rocce aprendo itinerari di grande impegno assieme a intrepidi compagni di corda come Franco Monte, Giorgio Vaccari e Renzo Vettori: assieme abbiamo partorito l’Agostina, la Katia, la Micheluzzi e la Stenico. Successivamente queste vie vennero prese d’assalto da una moltitudine di alpinisti, alcuni di grande fama del calibro di Andrea Andreotti, Roberto Bassi, Marco Furlani, Gigi Giacomelli, Giovanni e Palma Groaz, Manolo e molti altri. Per farla breve, in pochi anni le pareti vicinissime ad Arco del Colodri, della Rupe Secca e della Mandrea diventarono la meta di alpinisti di tutta Europa e nei bar, nelle piazze e negli alberghi cominciarono ad arrivare strani personaggi, dall’aspetto un po’ trasandato, alcuni somiglianti agli hippy con infradito e zoccoli ai piedi e i capelli lunghi, ma con un bagaglio composto prevalentemente da zaino, corde, moschettoni.

La Rupe di Arco: a sinistra, via Stenghel-Sartori-Diana; a destra, via Città di Arco (Stenghel-Groaz-Palma, 1983)

Mentre sul lago esplodeva il fenomeno del windsurf, ad Arco c’era l’invasione degli arrampicatori e dei turisti sportivi. Da allora la piccola cittadina a nord del Lago di Garda è diventata uno degli indiscussi punti di riferimento dell’arrampicata mondiale: decine e decine i negozi di abbigliamento sportivo e soprattutto alpinistico, molti i ristoranti, gli alberghi e le agenzie di Guide alpine offrono la loro professionalità a centinaia di migliaia di ospiti, insomma gran parte dell’economia del borgo (e non solo) è sostenuta prevalentemente dagli amanti delle scalate e dell’avventura.

Suppongo che la cittadina di Arco, a noi pionieri dell’arrampicata a bassa quota, a noi che per primi ci siamo dedicati, impegnati, avventurati e soprattutto donati alla nostra passione nel percorrere tante rocce inviolate, affascinanti e pericolose, debba qualcosa. Tuttavia, mi sento appagato: ho avuto la soddisfazione di aprire un centinaio di vie nuove su quasi tutte le pareti più famose nella valle del Sarca e sulle scogliere del Garda e sono stato testimone di molti cambiamenti ed evoluzioni. Ho vissuto in primis lo sviluppo dell’alpinismo in valle e vi posso assicurare che per quanto possano contare il Climbing stadium, le palestre e le scalate in falesia, la vera forza del boom turistico ad Arco e dintorni è stato soprattutto grazie alle tante, alcune sconfinate, pareti rocciose e alla marea di vie aperte. Credo che pochi posti ne abbiano un tale concentrato. E’ doveroso quindi ricordarsi dei primi valorosi che hanno avuto il coraggio di metterci su le mani e hanno reso tale il grande alpinismo attorno ad Arco e, per liberarmi di una spina nel fianco, non è onesto e, probabilmente anche legale, impedire l’accesso di pareti e di vie che ci raccontano grandiose avventure, insomma che sono la storia e quella vera non raccontata. Sì, perché i meriti in montagna si misurano con l’attività e le vie rimangono, firme indelebili.

Intendiamoci, di tante pareti vietate, ne faccio una questione morale, culturale e politica e rimprovero agli amministratori pubblici la colpa di certe scelte: infine auspico, con tutto il cuore, che vi pongano rimedio.

C’era una volta… la parete sud del Colodri
Una fascia rocciosa molto bella e al sole, molto interessante sia per l’esposizione che per la moltitudine di vie aperte negli anni. Per fare un esempio chi non si è cimentato sullo Spigolo della Goletta: un esposto, magnifico itinerario di difficoltà inferiori alla miriade di vie aperte in zona e che ha raccolto l’interesse di una moltitudine di arrampicatori, specialmente alle prime armi. Sfruttato anche come via di discesa dalle più difficili vie della Rupe Secca, una vera perla tra le tante vie.
Da qualche anno non si può più salire e nemmeno gli altri itinerari perché la parete all’improvviso è stata vietata.
Viene spontaneo chiedersi il perché e se non era opportuno lasciare almeno lo stretto passaggio – perlopiù già esistente – per permettere ai rocciatori di affrontare le belle, storiche e frequentatissime vie?

Maja Vidmar su Zacha, 7c. La falesia del Laghel è attualmente proibita. Lo spigolo in fondo, di fronte al Castello di Arco, è lo Spigolo della Goletta cui si accenna nel testo. Foto: Damiamo Levati.

C’era una volta… la Rupe di Arco
Ai piedi della strapiombante parete della Rupe del castello di Arco: “L’idea è quella di vincere quella gialla e strapiombante fascia rocciosa proprio sotto la grande grotta”, esclamo, tentando di rendere reale sulla parete una linea immaginaria, disegnando con un gesto del dito la via da aprire.

I miei compagni di corda: Fabio Sartori e Mauro Diana sono in apprensione, ma si fidano di me e non voglio, non posso deluderli. Come tutti gli alpinisti che si avventurano su una via nuova, mi afferrano tanti dubbi e strane paure che paralizzano, ma non devono sopraffarmi e così metto le mani sulla roccia e inizio il mio viaggio verticale nella direzione dei miei sogni. Dopo un lungo traverso, molto difficile, che riesco a vincere con un’entusiasmante e aerea arrampicata di sesto grado, i miei compagni, uno dopo l’altro, precipitano in un lungo pendolo. Ambedue penzolano pericolosamente in un vuoto infinitamente profondo, sospesi, incapaci di risalire. Sotto di me un baratro. Brutti pensieri m’ingorgano la mente e mi prende una fitta allo stomaco: m’invade la paura che crollino dalla fatica e dalla tensione e non riescano più a rimontare sulla parete, oppure che le corde si rompano. Forzatamente i miei occhi si fermano sui chiodi di sosta e sulle corde tese come quelle di un violino. Improvviso una carrucola per issarli almeno fino a rimettere le mani sulla roccia. Tutto procede nel migliore dei modi e dopo un po’ si ricongiungono a me totalmente spossati dalla fatica e dal caldo: fradici di sudore, ansanti, stremati e senza energie hanno dovuto lottare su un tratto che ha messo a dura prova i loro avambracci e le loro dita. Ora sono anche sfiduciati per ciò che li attende sopra.

Per spronarli: “Un altro tiro e ci facciamo uno spuntino…”.
“Uno spuntino?”, chiede Mauro.
“E con che cosa? Se non abbiamo nulla”, replica Fabio quietamente.
“Era un modo per dirvi che presto saremo in vetta e poi in un buon ristorante a festeggiare la nostra vittoria”.

Giuliano Stenghel sulla via Agostina, Colodri

A Fabio ritorna il sorriso: lui adora sedersi e rilassarsi a tavola, è un amante della buona cucina e del buon vino, ma soprattutto dell’allegra compagnia. Mauro invece guarda in alto con gli occhi che non nascondono una certa preoccupazione.

Mi alzo in verticale su una placca e su piccolissimi appigli e con l’aiuto di alcuni chiodi raggiungo l’agognata caverna. Per aiutare i miei compagni attrezzo una sosta a prova di bomba e comincio a tirare le corde come un forsennato. Li osservo un po’ salire: sembra abbiano superato la crisi e abbastanza velocemente mi raggiungono soddisfatti.

Appollaiati nell’anfratto roccioso, sotto di noi la cittadina di Arco. È un’emozione ammirare una vista unica, un panorama molto romantico che si estende fino al lago di Garda con di fronte il sole che ne illumina le acque e i tetti delle case sottostanti. Con questo paesaggio ci sentiamo in armonia e ci rassereniamo.

Sorseggiando del tè freddo, mi rivolgo a Fabio: “Ricordi questa grotta la notte che ci siamo vestiti da fantasmi?”.

“E come posso dimenticarla”.

Poi, rivolgendosi a Mauro, Fabio inizia a raccontare: “Dopo che il nostro Stenghel, in cordata con Palma e Giovanni Groaz, ha violato la parete del castello aprendo la via città di Arco, rumori misteriosi si sentivano da quelle rocce. Soprattutto di notte, li hanno sentiti alcuni turisti presenti nel vicino campeggio di Prabi”. Questo riportava un articolo di giornale che così continuava: – … Probabilmente i primi scalatori della parete hanno risvegliato lo spirito inquieto della contessa – “.

Lo interrompo: “Si diceva che la spelonca collegasse i sotterranei del castello e permettesse ai nobili d’Arco di avere un naturale e segreto rifugio all’interno della montagna sulla quale era stato costruito il maniero, oppure che servisse per gettare i prigionieri, attraverso una voragine, nel vuoto. Leggende raccontavano che nei sotterranei ci fossero addirittura i resti dei Signori”.

Mauro comincia a vagare con gli occhi nell’anfratto: “Ma… ma è soltanto una grotta naturale senza sbocchi”.
“Ma noi non lo sapevamo, anzi Giuliano sosteneva che c’era la possibilità di trovare gli scheletri dei signori forse anche con un bell’anello al dito”, afferma Fabio con una battuta.

Intervengo: “Comunque, le nostre intenzioni non erano queste”. E proseguo a mia volta: “Con Franco Nicolini, Felice Spellini e Fabio, la sera prestabilita, all’imbrunire ci calammo dalla Rupe. Ben presto raggiungemmo questa grotta. Incuriositi dall’anfratto che aveva attirato la nostra attenzione per la sua singolarità e per la sua stranezza, alzammo la luce della lampada frontale per vederci meglio e notammo subito che si trattava di una cavità naturale e che, con grande delusione, terminava dopo pochi metri. Altro che sotterranei, scheletri, tesori, ecc. Lo scopo però non era soltanto quello di esplorarne l’interno, di scoprire, bensì quello di fare uno scherzo alla popolazione: volevamo illuminare l’antro roccioso con la luce di alcune torce, indossare delle lenzuola e, armati di grosse catene, fare un gran baccano. Insomma, dovevamo prendere le sembianze di fantasmi veri”.

Le vie di Stenghel sul Salto delle Streghe. La via Serenella è la seconda da destra

M’interrompe Fabio, indicando con il dito: “Proprio lì, trovammo un’antica freccia, probabilmente di balestra”. Con un cenno del capo di assenso riprendo a narrare… “Dopo esserci preparati, a notte fonda, rischiarammo la grotta a giorno. Indossammo le lenzuola. Le fiaccole bruciavano tra i sassi e giochi di luce creavano ombre e riflessi incantevoli. Così iniziò la burla: cominciammo a rumoreggiare sbattendo le catene contro la roccia. Non passò tanto che sotto la parete si formò un gruppo di spettatori, attirati dallo strano fenomeno. Dopo un brevissimo spazio di tempo, c’era molta più gente”. “C’è sempre una folla straboccante ad assistere a simili spettacoli?”, si affretta a considerare Fabio.

‘Mi sa che la stavate combinando grossa!’, soggiunge Mauro divertito.
“Arrivarono le Forze dell’ordine e persino i Vigili del fuoco con un potentissimo faro per dar luce alla parete e spiegare il singolare evento. La strada principale era bloccata, insomma, non avevamo previsto tanta confusione. Il divertimento però era proprio come lo avevamo immaginato”.
“Ti ricordi quanta gente?”.
“Era prevedibile e scontato che ci fosse una tale moltitudine, ma, lo spettacolo era unico”.

Campione. A destra, il Salto delle Streghe

Nel frattempo continuo: “Poi cominciammo a impensierirci per il chiasso fatto e per non farci scoprire, dopo aver spento le torce, cominciammo a risalire lungo le corde. Ci nascondemmo nei boschi sotto le mura del castello e ci rimanemmo fino a notte fonda”.

Fabio: “Abbiamo intrapreso la nostra ascesa con addosso ancora le lenzuola; di tanto in tanto, il faro dei vigili del fuoco ci catturava con la sua potente luce, sospesi nel vuoto e sembravamo realmente dei fantasmi capaci persino di levitare lungo la strapiombante parete. Non ricordo quanto rimanemmo nascosti, ma lo scherzo, direi, riuscì molto bene”.

“Il bello venne dopo: i giornali dettero grande spazio all’avvenimento. I fantasmi avevano simboleggiato le fantasie nascoste di molti e arrivarono ad Arco persino degli esperti per studiare a fondo lo strano fenomeno…”.
“… Di alcuni alpinisti che dopo aver violato la strapiombante Rupe del castello ne avevano risvegliato gli spiriti”, interrompe Mauro con una risata.
“Quante ne abbiamo combinate, però che tempi!”, concludo soddisfatto.

Campione. A destra è il Salto delle Streghe. Ben visibile, il crollo del Pilastro della via Anurb

Nel frattempo, guardo in alto: ora non abbiamo le corde che scendono dalla cima e devo proseguire nella mia scalata. Rimetto le mani sulla roccia e con grande attenzione raggiungo il bordo superiore della grotta, dalla quale esco in forte esposizione. Mi volto verso il basso: la vista è incomparabile, l’esposizione fa impressione e provo un senso di vuoto e di smarrimento. Dopo un po’ afferro e abbraccio la prima pianta e razionalizzo di essere alla fine delle difficoltà. È un’emozione scalare le mura del castello e una gioia impagabile quella che provo in vetta.

Durante la discesa tra gli ulivi, Fabio mi sussurra con grande tranquillità: “Certe cose si possono vedere soltanto con il cuore”.
E Mauro: “Godiamoci questa vittoria sulla Rupe del castello e speriamo che la nostra via venga presto ripetuta”.
“Ne dubito molto!”, conclude Fabio.

Inutile dire, che questa è stata una sorta di profezia, che si avverrò e andò ben oltre: la splendida Rupe del Castello venne chiusa e l’alpinismo interdetto! Eppure, come più volte ho denunciato, il versante est dove si sviluppano le due prime vie alla parete, in particolare la via Città di Arco, è stato disgaggiato, ai suoi piedi ci sono delle mura e una barriera paramassi e soprattutto, non vorrei sbagliarmi, non ci sono abitazioni. Mi chiedo: perché la necessità di impedire l’arrampicata anche su questa splendida, magica parete, cancellandone la storia alpinistica e sopprimendo nuove possibili realizzazioni?

C’era una volta… la parete Serenella
Sul lago di Garda c’è una via che si svolge in orizzontale: un traverso di quasi trecento metri a pelo d’acqua. Un vero capolavoro che ho voluto chiamare Poesia d’estate sulla scogliera intitolata a Serenella. La roccia è bellissima quasi sempre strapiombante, ma molto appigliata. L’arrampicata si rivela costante, ma sei sempre in fuori; nonostante ciò è sicura, piacevole e divertente, consapevoli che, nella peggiore delle ipotesi, in caso di caduta, si fa un desiderato bagno rinfrescante. Immaginate un paradiso di roccia e acqua dove si arrampica senza corde e moschettoni in libera con l’unico vincolo del periodo caldo e naturalmente con quello di saper nuotare o di assicurarsi con un giubbotto salvagente.

Ma anche qui c’è un problema: pochi sanno come raggiungere il punto per scendere all’attacco sull’acqua. La vecchia strada gardesana da dove ci si cala è stata volutamente interrotta e la galleria chiusa e data in uso a un Residence, quindi off limits. C’è un’altra possibilità per raggiungere l’attacco, ma molto più difficile da individuare. In conclusione, forse la più bella arrampicata del lago rimane parzialmente interdetta.

C’era una volta… il Salto delle Streghe a Campione
Il rumore del vento era interrotto dal suono forte provocato dal martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo in una placca strapiombante e senza fessure. In basso, i ragazzi giocavano, piccoli piccoli, con le loro vele sul lago, dondolando allegramente, trasportati dalle onde, come in una danza. Non immaginavo dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Stavo arrampicando sopra le loro teste, consapevole che per alcuni anni avevo dimenticato l’aspetto della felicità! E riflettevo che la vita è stata dura con me. Ero tutto proteso verso l’alto, eppure sentivo dolore alle gambe e ai piedi che non riuscivo a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. “Luca, mi raccomando, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”, furono le mie ultime parole prima di trasformarmi in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Ho riprovato ad arrampicare ma il piede mi faceva terribilmente male e inoltre le mani si aprivano per lo sforzo. Un gabbiano mi è passato accanto e con un battito d’ali è volato oltre la cima del monte. Soltanto più tardi e con i piedi per terra, il mio sguardo si è portato sulla strapiombante parete e, osservando il volo leggero e armonico di altri gabbiani, ho pensato a quanto sarebbe bello volare, ma poi mi sono detto che sarebbe anche un peccato, perché non sarei un alpinista con l’immensa gioia e soddisfazione della cima. 

Campione e il Salto delle Streghe

Il Salto delle Streghe, spettacolo della natura e, con le sue vie, ardita proposta alpinistica sul lago, ora purtroppo non esiste più: è stato annichilito, cancellato dalle mani dell’uomo. Infatti, su una delle pareti più belle del lago di Garda, dove nidificavano gabbiani e altre specie, qualcuno ha deciso di investire centinaia di migliaia di euro (speriamo non pubblici) per, dapprima fare un disgaggio e, in seguito, per avvolgerlo interamente con delle reti, piastre, fittoni. Per fare un esempio: chiudete gli occhi e provate a figurarvi una parete come la Roda di Vaèl improvvisamente invasa di cavi. Immaginate le vie cancellate, la stessa storia alpinistica, il disastro ecologico e turistico e ancora molto molto di più. È una tristezza: nel mio cuore ci sono tanta amarezza e anche tanta malinconia.

Allora mi viene spontaneo chiedermi il perché, capire se tutto ciò era proprio necessario. Quando negli anni Ottanta avevo scalato con Walter Vidi la prima via sulla parete, mi ero preso a cuore la situazione di Campione e dei suoi abitanti: “Non è giusto che se una fabbrica muore, tutto il paese debba morire”. Ritenevo cosa buona l’idea di rilanciare il paese puntando sulla ristrutturazione, sulla realizzazione di un porto turistico, sul riattamento della zona della vecchia fabbrica, ma evitando di ergere nuove e moderne costruzioni come lo stesso mega parcheggio e l’università della vela, in un’aerea che mi limito a definire “poco adatta”. Infatti, le cose non sono andate come in molti speravano perché il borgo di Campione è stato posto quasi interamente sotto sequestro dalla magistratura bresciana: ne è uscito un paese irriconoscibile e pieno di brutture edilizie. Il sogno di trasformare il vecchio centro operaio in un esclusivo villaggio turistico, di fare di uno degli angoli più suggestivi del Garda una nuova Montecarlo si è dimostrato sproporzionato. Si è voluto ostentare esageratamente le proprie capacità, forze o possibilità economiche, insomma un qualcosa di megalomane: un resort a cinque stelle pubblicizzato dappertutto e a tutt’oggi rimasto un cantiere abbandonato, un desolante insieme di cemento destinato a marcire. A Campione si sono susseguite molte imprese, l’ultima la Coopsette, che gestiva il cantiere, è naufragata con il rinvio a giudizio dei vertici del colosso edile, indagati nell’indagine per abusi edilizi. Sono seguiti altri imputati ex amministratori del comune di Tremosine e i provvedimenti messi a cantiere sono stati dichiarati “illegittimi”. Le accuse vanno da lottizzazione abusiva all’abuso di ufficio. Vorrei rendere noto che l’intera area è sottoposta a vincolo paesaggistico e si trova su una zona protetta e adiacente a due aree d’interesse comunitario: il Monte Cas-Cima di Corlor e il Parco Naturale Alto Garda Bresciano.

La prima falesia di Arco ad essere proibita. Anche ora lo è. Motivo? Gli arrampicatori fregavano le mele al proprietario…
L’immagine è tratta dalla guida di Roberto Bassi
Arrampicare in Valle di Sarca, Zanichelli, 1984.

Tuttavia ciò che grida vendetta sono le costruzioni proprio ai piedi della parete come, in particolare, il grande parcheggio e l’università della vela. Non sono un esperto in materia, ma forse là sotto era meglio non fabbricare! Infatti, magari per puro caso e, nonostante il disgaggio dell’intera parete, è franato l’enorme pilastro della via Anurb: lo stesso che avevo scalato tanto tempo fa e dove sono state girate alcune scene alpinistiche del cortometraggio della RAI Il Salto delle Streghe e del quale, con Franco Nicolini ero protagonista. Un crollo di 15 mila metri cubi ha sovrastato e distrutto una parte del parcheggio sottostante, fortunatamente di notte e nella stagione non turistica, altrimenti sarebbe stata una strage.

Probabilmente serviva una strategia migliore: fare qualcosa prima per evitare il danno poi, o meglio, non fare cose che avrebbero potuto provocare un’alterazione dell’ambiente, magari con un disastro naturale. E’ lecito chiedersi se l’interesse personale contribuisca veramente al bene comune o porti a una catastrofe, ma la storia italiana spesso c’insegna il contrario: tutti conosciamo i disastri ecologici e ambientali nel nostro paese, per lo più come conseguenza di opere di escavazione.

“Morale della favola”: la decisione recente d’imbrigliare tutta la parete nel nome della sicurezza, con il magnifico Salto delle Streghe coperto interamente dalle reti metalliche (non è stata risparmiata nemmeno la statua della Madonna poggiata sotto la cima).

Roberto Bassi sulla terza lunghezza di Mago Volante, Nuovi Orizzonti. L’immagine è tratta dalla guida di Roberto Bassi Arrampicare in Valle di Sarca, Zanichelli, 1984.

Si poteva sottrarsi dal deturpare, sfigurare, devastare, con tutte le conseguenze sull’ambiente – ora il gabbiano reale del Garda non credo potrà nidificare sulle reti – una delle più belle e grandi falesie del lago? Era possibile scongiurare la fine dell’alpinismo a Campione? A oggi, nella situazione in cui si trova il paesino e la gente, la mia risposta è incerta e dubbiosa. Ma di una cosa sono assolutamente sicuro: non si doveva arrivare a tutto ciò.

Voglio raccontarmi, esprimere le mie perplessità, la mia profonda amarezza e delusione per ciò che è accaduto. Vorrei evitare che, nel nome del business, vengano fatte altre brutture e profanazioni all’ambiente come è stato fatto, a mio giudizio, a Campione del Garda.

In Italia esistono migliaia di borghi, paesi e città situate a ridosso di grotte naturali aperte su pareti rocciose che rendono i luoghi, già di per se, unici e di rara bellezza; e credo sia impossibile e comunque molto dispendioso e dannoso per l’ambiente eliminarne i pericoli di crolli avvolgendole di una ragnatela di goffe reti di ferro: ne andrebbe anche dello stesso bilancio – già duramente provato – dello Stato. Mi viene spontaneo un ragionamento: ai piedi delle montagne, in particolare dove possono esserci rischi di frane, forse sarebbe meglio creare un’area di sicurezza e non costruirci. Ci tengo a sottolineare che i miei sono soltanto leciti interrogativi di cittadino e di alpinista che sulle rocce del Salto delle Streghe ha lasciato una parte della sua vita. Mi dispiace constatare come quello che avrebbe dovuto essere un centro unico per la vela e magari anche per l’alpinismo a bassa quota, con la bella spiaggia sul lago in un ambiente naturale di rara bellezza, si trovi oggi in una situazione ingarbugliata: Campione è diventata una comunità isolata e impaurita, devastata dalla cementificazione, da una ristrutturazione fallimentare e incompleta, ma soprattutto minacciata dalla fragilità della montagna che la sovrasta. Il tutto grazie alla speculazione edilizia e forse anche, permettetemelo, al malaffare. Chissà se, in un futuro, ci sarà un dissequestro del villaggio e molte storture migliorate, tuttavia il Salto delle Streghe non potrà mai più essere scalato, non sarà mai più il regno indiscusso del gabbiano reale del Garda e tantomeno lo spettacolo della natura che mi ha fatto sognare prima, e realizzare poi, le vie più difficili della mia carriera alpinistica. Con una metafora: “Molti alpinisti non potranno toccare il cielo con un dito” al raggiungimento della radura erbosa sovrastante. Un vero peccato!

Concludendo: non voglio solo puntare il dito, ma offrire degli spunti di riflessione, auspicando una maggiore sensibilità per quanto è accaduto. Non voglio esser citato come parte del muro contro muro, ma di una testimonianza che possa essere, nel futuro, costruttiva per tutti. Sì, perché l’ambiente è patrimonio comune dell’intera umanità e responsabilità di ognuno di noi; bisognerebbe scavalcare interessi specifici a favore di interessi collettivi compresa la natura: una natura abitata, tra le tante specie, anche dall’uomo. Mi piacerebbe pensare a riprogettare un mondo basato su valori dove l’ambiente conta. Sono delle considerazioni e delle domande che credo di potermi porre, per tutto ciò che ho dato e vissuto sulle rocce del Salto delle Streghe: per i miei compagni di corda, tra i quali il fortissimo e indimenticabile Andrea Andreotti di cui voglio onorare la memoria. E come me, credo che molte altre persone, nonostante tutto, amino quella lingua di terra sovrastata da maestose sculture di roccia non per schiacciarla, ma per proteggerla.

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