Le solitarie per Maurizio Giordani

Le solitarie per Maurizio Giordani
di Barbara Holzer
intervista del 7 giugno 2014

Come ti è venuta l’idea delle solitarie?
Forse è una cosa che arriva dall’ambizione. Se cerchi un buon punto di arrivo per la tua ambizione, ti metti a confronto con le cose che pensi siano difficili. Penso che nell’alpinismo, nell’arrampicata, ma non solo nell’arrampicare, penso un po’ dovunque, si cerca il confronto diretto con la difficoltà, con il problema, con l’ostacolo, il confronto diretto e soprattutto un confronto onesto, un confronto pulito: questo ti permette di superare la difficoltà, l’ostacolo e di arrivare all’obiettivo con grande soddisfazione personale. Naturalmente se questo confronto è appunto pulito e libero da tanti aiuti. Il fatto di trovarsi da solo ad affrontare un grande ostacolo è il sistema più diretto, diciamo, per ottenere una grande soddisfazione, se tu riesci di superare l’ostacolo. Un conto è fare un esame di qualsiasi tipologia, dando ti te stesso il massimo, un conto è farti aiutare dal computer, dal professore, dall’amico, da tante cose. Cioè qualsiasi obiettivo ottieni, dà più soddisfazione se lo ottieni con meno aiuto possibile e dando quindi il massimo di te stesso. E questo anche in alpinismo. Io credo che la soddisfazione che ti arriva da quello che fai nell’alpinismo sia un po’ come una grande scala con tanti scalini. E lo scalino più alto è quando sei a confronto con te stesso, senza aiuti, con un grande obiettivo, con un grande ostacolo. Se riesci a superarlo, per la tua ambizione è il massimo.

Quando hai iniziato a fare solitarie?
Credo proprio subito. Ho cominciato ad arrampicare nel 1979 facendo il corso di roccia e poi sono andato a militare. Già durante il militare tornavo a casa e non trovando compagni, andavo a farmi le scalate solitarie sulle pareti di Rovereto, sulle Piccoli Dolomiti, ad Arco. Ho cominciato nel ’79 e ‘80. La Renata Rossi ai Colodri l’ho fatta da solo nel 1980, appena è stata aperta. Avevamo appena fatto la prima ripetizione con Giuliano Stenghel e dopo l’ho fatta da solo. Mi è sempre piaciuto, perché mi sentivo sicuro.

Lo fai anche adesso?
Sì, su livelli diversi, ma se sono ad Arco a lavorare, e ho due ore libere, prendo le scarpette e vado a fare una via di Heinz Grill, su e giù…

Maurizio Giordani

I tuoi compagni facevano solitarie?
C’erano pochi che facevano solitarie a quei tempi, i miei amici non lo facevano. Avevo cominciato a scalare con Sergio Martini, anche con Giuliano Stenghel, con Toni Zanetti, però loro non andavano in solitaria. Con loro facevo le vie invernali, andavo sempre a cercare le avventure strane, quindi poi si andava in inverno, si andava a fare vie nuove. Mi è sempre piaciuto fare cose diverse, ma la solitaria è una cosa mia, intima, qualcosa di speciale. Uscivo ogni tanto, quando era il momento giusto: allora mi lasciavo andare verso obiettivi vari. Come uno stimolo interiore a fare qualcosa di perfetto, ecco. Io lo chiamo così: andare alla ricerca della perfezione nell’Alpinismo.

Come ti vedevano gli altri?
Non c’erano problemi. Non ho dato mai peso al CAI e alle opinioni di altri. Facevo la mia strada, secondo quello che ritenevo giusto per me.

Non c’erano polemiche. Anzi, questa ricerca del massimo obiettivo in solitaria, era una grande soddisfazione perché io mi ponevo degli obbiettivi e dicevo: “qual è la via più difficile che potrei fare?” E dicevo: “guarda, mi piacerebbe fare questa via, perché secondo me è un percorso di ricerca importante. E negli anni ‘80 avevo proprio l’ambizione di fare le vie più difficili degli alpinisti più bravi di allora e di poterle fare da solo, o da solo d’inverno, diciamo la via più difficile, fatto però in un confronto solitario, diretto, pulito. Allora facevo le vie di Mariacher, di Manolo, di Koller, andavo a fare le cose più difficili che avevano fatto loro.

Quindi erano vie di settimo grado?
Anche di più, anche perché andavo quasi sempre senza corda.

Che cosa portavi con te?
Il massimo era per me di riuscire a salire senza niente. Quindi le salite mie più belle, che ricordo come massimo in assoluto, sono quelle che ho fatto senza materiale. Solo scarpe, casco, sacchetto di magnesite e basta.

In questi casi, per esempio Tempi Moderni (Moderne Zeiten) in Marmolada e tante vie così, la Stenico sul Colodri, la Martini sulla Cima alle Coste. Tantissime vie ho fatto senza portare neanche un cordino o un moschettone. Solo in pochissimi casi ho portato materiale: d’inverno, sulla Ezio Polo in Marmolada, perché sono stato su quattro giorni, allora bisognava portare lo zaino e allora ho anche portato la corda. Era una via impegnativa, ci volevano già due giorni per andare solo all’attacco con gli sci; era impegnativo, quindi portavo lo zaino. Per il Pesce ho portato la corda; l’ho usata solo in pochi tiri, però c’e l’avevo. L’avevo anche su Supermatita al Sass Maor, una via di Manolo, lunghissima, allora difficile, l’ho salita d’inverno. Ho avuto la corda, usata solo su un tiro, però ho utilizzato un aiuto, questo era un piccolo aiuto. Quando riuscivo andare senza aiuto per me era il massimo. Gli aiuti per me sono un po’ un compromesso, quando sceglievo di portare la corda, scendevo uno scalino. Non ero sullo scalino più alto, ero sotto; quando invece riuscivo a fare una bella salita, una salita importante che mi piaceva, senza nulla, mi sentivo sullo scalino più alto.

In rosso, il tracciato della via dei Tempi Moderni alla Marmolada

Ti sei preparato per le vie?
Non tanto, è una cosa molto spontanea. Quando riuscivo ad arrampicare tanto, mi sentivo veramente preparato, a mio agio, soprattutto di testa. È una cosa che ti senti dentro.

Quale vie hai fatto?
La più bella scalata credo che sia stata proprio la Moderne Zeiten in Marmoada nel 1985. Insomma era considerata allora una via molto, molto difficile e questa sono riuscito a scalarla proprio nel modo migliore. Senza portare nemmeno un cordino, un moschettone, nulla, ero molto veloce e sicuro e quindi è stata la più bella scalata della mia vita, posso dire. Era come arrampicata pura. Quando sei perfetto come testa, senza peso, senza la corda, senza nulla, leggero, perfettamente libero, ma sei sicuro, questo è il massimo della scalata.

Ti sei sentito sicuro?
Ti senti perfetto e quindi, mentre scali, hai una bella sensazione di gioia.

Quali erano le esperienze?
È un piccolo momento di perfezione diciamo, come mi piace dire. È un momento in cui ti dici: va bene, sono sullo scalino più alto della scala. Più di così probabilmente non riuscirei a fare, però quando sei al massimo, è una grande gioia. È qualcosa che ti arriva da dentro, una grande soddisfazione per quello che fai.

Che cosa dà la gioia?
Non è solo la prestazione. Forse è anche una visione romantica nel senso che tu sei a posto con il fisico e quindi quando scali non fai fatica. Quando sei a posto anche con la testa, perché non hai paura, non hai limite dovuto alla paura. In più ti trovi anche nell’ambiente migliore per te, sei nella montagna, quindi una bellissima via, una bellissima roccia, una bellissima giornata. Questo si aggiunge alla difficoltà della scalata, ma quella nemmeno la senti; non pensi al grado, alla difficoltà, pensi proprio solo al salire, al movimento e a quello che hai intorno. Tutto questo costruisce l’esperienza migliore che puoi avere in scalata, per me sono state le esperienze migliori queste.

La descrizione potrebbe essere quella di una bella musica. Tu hai una bella parete con una bella roccia, una successione di appigli che non conosci, però cerchi e li trovi. In solitaria è simile, proprio come in una bella musica c’è una successione di note che sono giuste, che si legano fra di loro e fanno una bella musica. L’arrampicata è uguale: tu prendi gli appigli, i movimenti sono talmente perfetti come una bella musica, arriva naturale.

Arrampicare è per te un’arte?
Sì, per forza, tu scegli la via in base alla linea che può essere più o meno bella. Va anche detto, prima ho fatto l’esempio di Moderne Zeiten, ci sono stati anche gradini più alti per me. Ho fatto anche vie nuove da solo come anche Heinz Grill in alcuni casi, lui ha fatto delle varianti e altre cose. Il massimo è proprio l’opera d’arte dell’aprire una via. Se tu riesci a costruire la via, senza aiuto, questo è il massimo, ancora di più, in solitaria. In Marmolada ho aperto diverse vie in solitaria in un’ora. C’era la parete, e io sono andato a salire su una via nuova, seguendo appunto gli appigli, senza materiale. Queste vie sono riportate nella mia guida.

 Avevi materiale?
No, non ho portato niente. Sono vie che ho aperto in un’ora, in alcuni casi.

E’ difficile trovare un percorso nelle prime ascensioni? Perché, appunto, non c’è niente.
No, segui la roccia. Appiglio dopo appiglio. Io salivo, ma ero anche sicuro di poter scendere, se non riuscivo a passare, quindi mi sentivo sicuro… se mi sento sicuro dove salgo, scendo. Quindi il materiale non era utile, era utile la velocità. Sono state tante volte senza materiale: la via dell’Ideale in Marmolada, Tempi Moderni, anche tante vie nuove senza materiale.

La via più difficile che ho fatto era Medusa, questo pilastro l’ho fatto da solo. Qui c’è un passaggio proprio sul tetto; si sale e si attraversa il camino e qui, a 20 metri dalla cima, c’è uno strapiombo, molto, molto, molto difficile. Sono arrivato lì e non avevo nulla, né un chiodo, né un cordino o moschettone, niente insomma. Ho pensato: se non riesco a passare o torno giù, 1000 metri, oppure provo. Ho provato ed ero sicuro: sono riuscito. Non so quale difficoltà è, perché non l’ho più ripetuta. Quando faranno una prima ripetizione, troveranno la difficoltà. Dovrebbe essere un 6b, 6c, non lo so. A 20 metri dalla cima.

Se arrivi a un punto difficile senza niente, cosa fai?
Come dicevo prima, bisogna partire sapendo che, dove sali, puoi scendere. Questa è un’attenzione che ho sempre usato: però, se arrivava la paura, e in alcuni casi mi è successo, tornavo giù, verso casa, perché se arriva la paura, allora diventa pericoloso. Poi sono ritornato in un momento migliore per fare la salita e farla bene. La sicurezza è il conoscere bene se stessi e il sapere sempre quando è il momento di andare avanti e quando è il momento di tornare indietro. Questo è l’equilibrio importante, di non andare nell’azzardo, nel rischio, nel rischio totale. Specialmente se sei da solo, quando non hai materiale e non hai protezioni, non puoi sbagliare. Allora devi conoscere bene te stesso per poter dire: vado sicuro. Questo deve essere l’atteggiamento, perché altrimenti sarebbe un suicidio, altrimenti vai a morire e in montagna. E non bisogna morire, bisogna vivere. La sicurezza è una cosa che senti dentro, perché è una cosa tua. Quando c’è l’equilibrio di testa e di forza e riescono ad essere allo stesso livello, allora è il momento giusto per fare una buona solitaria.

Il tracciato della via Supermatita al Sass Maor

Puoi descrivere ancora l’esperienza?
Armonia… si può chiamare l’esperienza così. L’ho chiamata sinfonia, perché è comunque una sequenza di note che è come una sequenza di bei movimenti. La nota può essere stonata o può essere intonata. La musica bella è quando le note vanno d’accordo fra di loro. È lo stesso nella scalata: quando con il tuo movimento riesci a seguire la forma della roccia in maniera ideale, allora è un’armonia perfetta. L’armonia perfetta non la trovi sempre, la trovi, quando tante cose vanno d’accordo fra di loro, soprattutto anche la tua propria armonia – quando sei in armonia con il mondo che ti circonda, quando non hai paura. La paura è un grandissimo ostacolo. La paura è insicurezza e questo vuol dire pericolo. Vuol dire di non sapere prendere le decisioni giuste nel momento giusto, di poter sbagliare. L’armonia invece aiuta a non sbagliare.

E’ sempre anche una sfida; queste non sono cose facili da fare. C’è sempre la possibilità di non riuscire a fare la salita. Quello che dico io è che il limite non è il rischio, il pericolo, la caduta, è invece il dire: non riesco a passare, allora torno indietro, è una rinuncia. Io non ho mai scelto di fare qualcosa con il rischio di morire. In questo caso non sarei partito, perché non ho mai accettato il rischio della possibilità di non fare ritorno a casa. Ho sempre scelto di fare cose anche molto difficili, cose che nessuno aveva mai fatto prima, però sempre con la certezza di essere in grado di farlo. Io provo a fare questa cosa importante per me, ma provo a farla in maniera molto onesta, armoniosa e senza tanti aiuti, senza conoscere la via prima, questo era importante per me; non avere materiale, corda o aiuti ed essere nel momento giusto. Il momento giusto lo senti e lo senti dopo tre, cinque, dieci metri che arrampichi. Se dopo dieci metri non sei convinto, è meglio tornare giù e ritornare in un altro momento; se invece tutto è a puntino, allora vai avanti e la salita diventa una melodia perfetta.

Ti è successo di avere problemi nelle vie con la pioggia, i temporali?
Non è mai successo in solitaria, perché sono sempre stato molto veloce. Dipende anche un po’ dalla scelta del momento in cui il tempo è buono; anche d’inverno quando sono stato su tanti giorni è sempre stato bel tempo. Ripeto però che, se era inverno avevo le corde, dunque non sarebbe stato un problema tornare giù. Sulla Supermatita sono tornato giù perché non c’era bel tempo, poi sono tornato in una bella giornata e mi è riuscita. Sono però stato sempre veloce, il Pesce l’ho fatto in dieci ore, i Tempi Moderni in quattro ore, le altre vie facevo in tre-quattro ore, anche in due ore. Devi essere più veloce del temporale. Comunque brutto tempo ne abbiamo preso tantissimo, ma ero in cordata. La velocità in ogni caso è una grandissima sicurezza in parete.

Come hai scelto le vie? Hai delle preferenze?
In alcuni casi era proprio l’estetica della via: una bella via, una buona roccia. Ho sempre scelto vie con roccia buona, perché la roccia friabile è pericolosa e sulla roccia buona mi divertivo. L’ambizione mi ha sempre portato di scegliere le vie più difficili del periodo. Nel 1985 e nel 1986, quando ho fatto le solitarie più importanti, avevo scelto le vie più difficili di allora.

Che cos’è una bella salita per te?
Ci sono tante cose che formano una bella salita: la bellezza della giornata, se sei con te stesso e sei in armonia in solitaria, ma anche se sei con un amico o con la tua compagna, se fai bei movimenti; ma non solo questo, è un insieme di tante cose.

Che cos’è una bella via in roccia per te?
È una via al sole, su bella roccia, su una bella e grande parete, dove posso divertirmi a scalare, dove posso trovarmi in armonia con la roccia e con l’ambiente. Roccia e ambiente non sono due cose staccate. Sulla parete nord, all’ombra, al freddo e all’umido non mi diverto, non faccio una bella scalata. La faccio invece se la roccia è bella, aderente, e non scivola: quando c’è il sole, mi guardo intorno e dico che bello.

Che cosa hai imparato nelle solitarie?
Ho imparato a conoscere me stesso e ho imparato dove posso arrivare e quando devo rinunciare, quando è meglio che non vada oltre. Questi sono insegnamenti molto importanti perché se sei da solo e non hai aiuto, tutto dipende dalla tua decisione, e la decisione deve essere giusta, non può essere sbagliata. In questo caso devi avere fiducia in te stesso, devi conoscerti veramente bene, senza raccontarti bugie. Tanti di noi si raccontano bugie, bisogna riconoscere dove è il limite. Devi saper pesare dov’è il tuo limite, dove ti porta l’ambizione, se quello che stai facendo vale la pena e se non vale la pena è meglio rinunciare. Questo gioco fra rinuncia e progressione, andare avanti, è un gioco molto importante nell’alpinismo, ancora di più in solitaria, perché non hai aiuti, non hai supporti o protezioni.
Nei tratti esposti servono giudizio e fiducia nella propria forza, nelle proprie membra.
Io non posso dire che potrei fare una qualsiasi solitaria in qualsiasi momento. Se qualcuno mi dice fai Il pesce, non vado, perché non ho la testa, non mi sento sicuro, non ho neanche la motivazione, la spinta da poterla fare. Ci vogliono tante cose d’accordo fra di loro per poter fare una cosa come una solitaria difficile e senza il rischio di non tornare a casa.

Bisogna sempre saper pesare e non è facile. Ma quando c’è la sintonia fra la testa e le mani, hai la sicurezza per muoverti, non senti più la difficoltà. Lo sai che in questo tratto arriva un appiglio giusto, lo cerchi, lo trovi, quando lo trovi, lo senti e vai avanti, se non lo trovi, torni, vai da un’altra parte. Questo lo puoi fare, se non arriva la paura, il panico, l’insicurezza, l’indecisione, questa uccide l’arrampicata solitaria, perché se hai il dubbio di te stesso, delle tue capacità, allora è meglio non partire, e non andare neppure un metro al di sopra. Il pericolo è quando sei in dubbio, ma se scalo e sono in sintonia non ho il dubbio. Ho la certezza di poter trovare l’appiglio o, se non lo trovo, di poter tornare indietro. Non è il dubbio che crea il pericolo, però non è sempre così. Se io adesso non ho sintonia e provo fare una solitaria anche facile, dopo dieci metri comincia a tremarmi la gamba. Comincio a non sapere cosa fare, comincio ad avere paura. Quando comincio ad avere un dubbio, comincio ad avere paura e allora sono a rischio di caduta. Questo è pericolosissimo e non deve mai succedere.

Il tracciato della via del Pesce in Marmolada

A volte ci potrà essere un punto da oltre il quale non puoi più ritornare… Trovi uno strapiombo e sai che dopo di quello non puoi più ritornare, non è così?
Non deve essere così perché allora azzardi. L’azzardo è fare qualcosa dove non sei sicuro, di andare oltre la sicurezza. Questo ho sempre cercato di evitarlo. Se arrivavo a un punto dove sapevo di andare avanti e di non essere capace di tornare indietro, non andavo avanti, piuttosto provavo a trovare un’altra strada. Mi è successo ancora, di trovarmi a un punto dove ho provato e riprovato: non sono riuscito, dunque tornavo indietro. Mi è successo sulla via dell’Ideale. Ho provato dove ci sono i chiodi a pressione: da solo non farei mai di aiutarmi con il chiodo, perché se il chiodo esce sei morto. Da solo ho sempre arrampicato sulle mani, sempre. Là non sono riuscito a passare, così sono sceso tre, quattro metri e ho provato in un punto dove non era mai passato nessuno: lì si poteva scalare. Ero sicuro che se andavo avanti tornavo anche indietro, perciò da lì sono passato, ho recuperato la via e ho proseguito. Questo mi è successo diverse volte. Non mi è mai successo di buttarmi su un tratto, dove non ero sicuro di poter scendere, se non avevo materiale. Perché, sai, con la corda puoi andare dove vuoi, hai la corda e scendi. Ma, se non hai un moschettone, se non hai un chiodo né la corda, se non hai niente, devi sapere arrampicare solo dove puoi scendere con le tue forze.

C’è sempre la domanda difficile: potresti raccomandare ad altri l’arrampicata in solitaria?
Non credo che ci possa essere nemmeno una raccomandazione, perché se la solitaria, l’andare slegato da solo, non lo senti, non sei neanche capace di farlo. È talmente difficile e rischioso che, se hai paura, non puoi arrampicare. Se hai paura, ti fermi subito, proprio non riesci.

È un po’ un concentrato di filosofia alla fine dire: l’ambizione mi porta a cercare qualcosa, mi porta un gradino più alto e il gradino più alto in assoluto è quello in cui non hai aiuti e quindi non devi scendere a compromessi. Però il gradino più alto lo riesci a toccare solo in poche rare occasioni. Ed è anche il bello, perché in queste poche rare occasioni hai la sintonia perfetta, hai toccato un momento della tua prestazione e questo è un bel regalo dell’alpinismo e poi per tantissime altre occasioni avrai altre cose ma diverse. In quel momento è bello anche toccare il momento più bello per te, per la scalata. Questo non lo puoi fare, se non conosci la solitaria, questa sensazione diciamo di sintonia non la riesci a sentire in cordata… è diverso, senti altre cose, anche queste importanti; però quello che riesci a vivere, nel momento di essere sul gradino più alto per te, questa è una sensazione che puoi provare solo lì.

Avevi qualcuno che ti ha ispirato particolarmente in alpinismo? Alcuni apprezzano Duelfer o Preuss o Comici, anche l’alpinista solitario Cozzolino, ci sono tanti personaggi.
No, per me non è stato così, è un richiamo mio. Non era per me così: faccio come Maestri, come Preuss, come Messner o tanti altri, assolutamente no, anzi, è stato proprio come fare una via nuova o di fare un’invernale, era la curiosità, la ricerca di emozione, l’avventura, è un’espressione di te stesso. Voler vivere un’esperienza completa che non puoi vivere in altri modi, tutto il resto è diverso. Ma quando sei tu, da solo, a mille metri da terra su una grande difficoltà, e ti senti sicuro, protetto, perfetto, questa sensazione non la puoi vivere in altri modi.

Solo in Marmolada ho fatto 50 solitarie, però anche queste erano sempre una ricerca dell’incognito. Una via nuova ha qualcosa che non conosci e quando scopri qualcosa che non conosci, per scoprirlo, devi metterci il tuo, devi avere una spinta importante per poterlo fare, perché ci vuole la preparazione, c’è il rischio, non sai cosa succederà, c’è la sfida. La via nuova prevalentemente è la sfida, è il riuscire a risolvere un problema.

Per me la solitaria non è risolvere un problema, scalare una grande parete non è un problema. Se hai il livello, la scali. È già stata scalata. E questo è una grande soddisfazione. E’ nel fare una nuova via che hai qualcosa di bianco per costruire un’opera d’arte.

Le vie dei diversi primi salitori portano l’impronta del primo salitore. Che ne pensi?
Certo, in ogni via c’è la personalità di chi l’ha aperta. E si legge anche bene di solito, che tipo di roccia, la linea seguita, quanti chiodi ci sono, come è stata scelta, queste cose parlano soprattutto di chi ha ideato la via.

In quali zone hai arrampicato da solo?
Gruppo di Brenta, Civetta e un po’ ovunque in Dolomiti, ma soprattutto in Marmolada negli anni ‘80. C’è la roccia più bella ed è tanto grande da offrire tante possibilità. È il massimo per una parete, è solare, c’è tanta luce, tanto caldo ed è bella. Non è una parete chiusa, ombrosa, ma è solare e questo a me è sempre piaciuto. È una parete molto difficile, ma ha la roccia solida e ha tutto per essere divertente.

Le prime vie sono sempre state ad Arco, però subito dopo sul Croz dell’Altissimo, in Brenta. Ma andavo anche all’estero, ho fatto un sacco di spedizioni. In Patagonia ho aperto tante vie nuove, in Karakorum sopratutto, in Pakistan tantissime volte, sempre andando a cercare non la parete famosa, ma la parete più bella, la parete più nascosta, più selvaggia, dove c’è l’avventura.

Sei anche stato in Medio Oriente?
Sì, sono stato in Giordania nel Wadi Rum, ho arrampicato in Egitto, in Oman, nel deserto del Sahara tante volte. Ho scalato un po’ dappertutto nel mondo, Madagascar, Mali, Nuova Zelanda, Cile, Messico, sono stati tantissimi i miei viaggi.

Come hai vissuto le diverse culture?
Il viaggio è una ricerca culturale, è lo scoprire quello che non conosci e non l’impari da un libro, lo impari dall’esperienza personale in questa ricerca di esperienze. Se ti senti povero di informazione e la vuoi avere dall’ambiente che ti circonda e quindi organizzi il viaggio.

Servono spesso portatori?
Sì, spesso sì. Specialmente nei paesi orientali come Nepal, Pakistan, India hai sicuramente bisogno del portatore, ma questo fa parte della bellezza dell’esperienza, perché è un po’ un immergersi nel contatto umano con chi vive là, con i locali. In effetti, abbiamo tanti amici con quali siamo andati tante volte, perfino a casa loro siamo stati. Siamo diventati amici con portatori, con guide che sono venute con noi, perché si crea un bel rapporto umano con queste persone. Questo fa parte della conoscenza e della cultura. Non conosci solo l’ambiente, la montagna nuova, la valle che non hai mai visto. Conosci anche una nuova religione, una nuova cultura, nuove persone tutte diverse, in ogni zona che vai c’è sempre qualcosa di diverso da scoprire. È come aprire una via nuova, come un appiglio nuovo, è tutto una ricerca, in fondo una fame di cultura, una fame di conoscenza. Quando scopri qualcosa di nuovo, è una grande soddisfazione. Conoscere quello che non sai.

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