Lentamente, anche solo per guardare

Lentamente, anche solo per guardare
di Toni Farina
(scritto il 18 settembre 2017)

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Dunque si corre. Anche in montagna. Soprattutto in montagna. In inverno con gli sci e d’estate con le scarpette. Attrezzature iper-tecniche e leggere consentono performance un tempo impensabili. Al resto pensa l’allenamento. Regolare, scientifico.

Impressiona scorrere sul sito web dedicato (www.corsainmontagna.it/) il fitto calendario di gare che si svolgono in ogni settore dell’arco alpino. Trail, ultra trail, skirunning, lunghi percorsi e vertical race in ogni dove, dalle località note a quelle anonime. In Piemonte si va dal Bettelmatt Trail ossolano alla tradizionale Tre Rifugi sciistica nelle Alpi Liguri, al lato opposto della regione.

E in Valle d’Aosta c’è il Tor des Géants (Tour dei Giganti). Massacrante prova non competitiva (si fa per dire) con partenza e arrivo a Courmayeur. L’intero periplo della Vallée lungo le alte vie 1 e 2: 330 km, 24.000 metri di dislivello.

“Si è concluso alle ore 18.00, come previsto, il primo periodo di iscrizioni al Tor 2017. A partire da lunedì mattina verranno selezionati i nomi dei corridori che potranno iscriversi in sostituzione di coloro che non hanno confermato la propria partecipazione in questi 15 giorni di tempo. A ogni corridore selezionato verrà inviata una mail. Invitiamo tutti a controllare la lista pre-iscritti del proprio paese in caso di mancato ricevimento della comunicazione. I nomi dei corridori selezionati appariranno evidenziati in verde. Il sistema di selezione tiene conto delle quote paese, come da regolamento. Ad oggi si sono iscritti 615 corridori provenienti da 65 nazioni. Al raggiungimento dei 750 corridori iscritti non si faranno più ripescaggi dalla lista dei pre-iscritti (dal sito web del Tor des Geants www.tordesgeants.it/, prima dello svolgimento della gara, 10-17 settembre 2017)”.

Corridori provenienti da 65 nazioni. Fa una certa impressione. Ma, come il Trofeo Mezzalama conferma, la corsa in montagna non è certo un’invenzione d’oggi. Però oggi è diventata un vero fenomeno. Che genera economia. Una gara, in particolar modo se inserita nel circuito internazionale, attira frotte di partecipanti, senza contare gli addetti alla macchina organizzativa. Per le località prescelte la ricaduta in termini promozionali è innegabile. Senza tralasciare il benefico effetto sulla rete di sentieri toccata dal percorso, oggetto di interventi di sistemazione a opera delle motivate squadre di volontari arruolati nella logistica.

Le competizioni di corsa in montagna stanno dunque diventando un fenomeno sportivo importante. Ufficializzato, sdoganato, è ora in procinto di diventare disciplina olimpica. Un forte un elemento di aggregazione e, allo stesso tempo, un vero fenomeno culturale. Perfettamente in sintonia con i tempi. In un mondo dove tutto è rapido, dai cambiamenti climatici all’evoluzione tecnologica, perché mai la montagna dovrebbe essere esentata?

Già, perché mai?
Bernard
e Martin Dematteis, montanari di Rore, frazione di Sampeyre, in Valle Varaita, l’8 settembre 2017 hanno battuto il record di velocità nella salita al Monviso lungo la via normale dal Pian del Re. Record “vecchio” di 31 anni: il 6 settembre del 1986, Dario Viale, atleta di Limone Piemonte, impiegò 1h 48’54”. Si è trattato di un vero evento, enfatizzato dalla loro figura: gemelli, montanari, portacolori della nazionale di corsa in montagna.

“Abbiamo un sogno, e vorremmo realizzarlo insieme a tutti voi”. Ci stiamo allenando duramente, in questo periodo, puntando ai mondiali di fine mese, ma per noi, nati e cresciuti sulle pendici del Re di Pietra, il record di salita sul Monviso ha un richiamo ineguagliabile. Speriamo quindi di poter contare sul sostegno di tutti, in questi due mesi oltre al giorno dell’evento, per poter vivere davvero insieme questo sogno, diventando tutti protagonisti dell’impresa, con un cuore solo”.

Così hanno postato su facebook a luglio. La valanga di “Mi piace” ne ha fatto un caso mediatico prima ancora che sportivo. Potenza dei social, la sfida al Re di Pietra è stata la realizzazione di un sogno collettivo, un rito condiviso e partecipato, anche come sostegno materiale, vista la raccolta fondi con il sistema del crowdfounding. E l’8 settembre davvero in tanti si sono ritrovati lassù, sulle ripide chine di detriti del Re di Pietra. E hanno corso con Bernard e Martin. Per scrivere tutti insieme “Una nuova pagina di Storia della Montagna”.

Bernard Dematteis, subito dopo l’arrivo in vetta al Monviso, 8 settembre 2017

Un’ora, 40 minuti e 47 secondi
… per superare i 1821 metri di dislivello che separano il Pian del Re dalla cima del Viso. La straordinaria performance atletico-sportiva di Bernard Dematteis, seguito a breve distanza dal fratello Martin, si è svolta in un parco naturale (http://www.parcomonviso.eu/), nonché riserva della biosfera (http://www.monviso.eu/). Certo a loro, giovani sensibili e informati, la cosa non è sfuggita. E certamente hanno pensato che l’evento stesso potesse servire alla causa della tutela:
“Per noi il Monviso rappresenta molto di più di una semplice montagna, rappresenta il simbolo della nostra terra, fa parte delle nostre radici. Da alcuni anni nutriamo dentro di noi il sogno di poter battere il record di ascesa su questa magnifica montagna stabilito ormai 31 anni fa da un mito come Dario Viale. Grazie a nostro fratello Miculà, e ad altri amici che hanno curato l’organizzazione, quest’anno cercheremo di realizzare quel sogno.
Sappiamo che sia il parco naturale che la riserva della biosfera sono particolari, unici nelle Alpi, e proprio per questo il nostro sarà un tentativo di record incentrato sull’ambiente. Alla partenza da Pian del Re la mattina dell’8 settembre verranno organizzate attività sportive e di intrattenimento per ragazzi e bambini al fine di sensibilizzarli sul tema del recupero e riciclo dei rifiuti, cosa che anche in montagna è fondamentale. Si occuperanno di questo i volontari della cooperativa ERICA coordinati da Roberto Cavallo, sportivo e attivista in tal senso.
Questa collaborazione non è casuale, perché noi siamo molto legati al tema dell’ambiente e dell’ecologia. Sovente quando andiamo a fare una corsa o un allenamento sulle nostre montagne, torniamo a casa con rifiuti di ogni genere trovati lungo il percorso. Nulla di eccezionale certo, ma è il nostro piccolo contributo per cercare di mantenere puliti i nostri sentieri.
Ma tornando al tema della velocità in montagna, ci tenevamo ad esprimere il nostro personale parere in merito. Non siamo d’accordo che la montagna vada vissuta solo lentamente, la montagna è di tutti e in quanto tale ognuno dev’essere libero di viverla come più crede. Purché sia rispettata a fondo e ci sia sempre una specie di timore reverenziale nei suoi confronti.
Noi quando corriamo in montagna la viviamo profondamente e si crea un rapporto vero, autentico tra noi e le rocce, i pendii e i sentieri che accarezziamo, è come se volassimo e planassimo sopra di essi come aquile oppure balzassimo come agili stambecchi tra un sasso e l’altro, ma andare piano o forte non fa differenza perché in ogni modo noi ci sentiamo parte integrante di questa montagna, al pari di un albero o di un animale che lì ci vive, noi in quel momento siamo in un allegra sintonia con essa, siamo in totale armonia con tutto lo scenario naturale che ci circonda. La montagna ci conferisce una forza incredibile ed in essa viviamo a pieno.
Questa forte dimensione spirituale e di attaccamento alla montagna ci ha sempre accompagnato fin da quando eravamo ragazzini, e questo tentativo di correre e cercare di battere il record di ascesa al Monviso lo viviamo alla stessa maniera.
Il Re di Pietra è come un fratello maggiore, lo rispettiamo profondamente e che si riesca a stabilire il record o meno, lui resterà sempre la nostra montagna, alle pendici della quale siamo nati e cresciuti e per esso nutriremo sempre senso di ammirazione e rispetto. Comunque vada il Monviso e lo spirito di questa montagna saranno sempre presenti nel nostro cuore
(Martin e Bernard Dematteis)”.

One man show
Anche se preceduta dal battage social e dal tifo, quella dei gemelli Dematteis https://www.recordmonviso.it/ è stata in fin dei conti una sfida “uomo solo” contro la montagna, come altre che l’hanno preceduta.

Valerio Bertoglio, guida alpina e guardiaparco del Gran Paradiso. Uomo stambecco: nei poster promozionali appare in corsa a rotta di collo su un pendio affiancato all’ungulato simbolo del parco. Uomo e stambecco in gara…

Nella sua corsa al Cervino (4 ore) passa leggero in scarpette di fianco alle cordate, marziano tra alpinisti comuni. E così sul Rocciamelone: 24 ore no stop, 3 volte e mezza da Susa alla vetta. E poi le corse sul Gran Paradiso e sulla Grivola, salite dal fondovalle in tempi strabilianti.

Il parco, suo ambiente di lavoro, un lavoro fatto di certosina osservazione (guardaparco), diventa palestra di performance atletica.

Valerio Bertoglio

La corsa? È pura interpretazione
Lorenzo Facelli
ha salito il Gran Paradiso, il Monte Bianco e il Monviso in giornata: partendo da casa, a Caselle torinese, in bicicletta. Fa impressione solo pensarlo. Ma lui che pensa?

“Che sia lentamente, oppure “rincorrendo” un cronometro, il teatro degli sport di montagna è più di altri, pura interpretazione. Vado in montagna da quando ero bambino, quando mi ci portava il mio papà. Spesso la voglia non era molta, ma una volta in vetta il senso di pienezza e di libertà erano immensi, una vera linfa per la quotidianità. E così è ancora oggi, anche se è cambiato l’approccio, l’essenza stessa del gesto, che ha preso un senso volubile, assolutamente mutevole.
Oggi, a trent’anni, vado in montagna spinto da una grande passione: un qualcosa di mio, di grande, che vivo in libertà. Con intensità e leggerezza quando lo suggerisce la mente. Oppure, quando me lo chiede il cuore, con passi scanditi da un ritmo blando per osservare il paesaggio meraviglioso che mi circonda. Altre volte, durante gli allenamenti, il ritmo è frenetico. Quando rincorro qualcuno in gara lo sforzo è durissimo. Il ritmo si fa ossessivo.
In ogni caso per aver il meglio dalla corsa, occorre avere un approccio mutevole. Si può ad esempio vivere la corsa come un gesto rilassante, a “bassi giri”. Oppure affrontare qualche “sfida” in più, trovare lo spunto per correre veloci, anche solo per migliorarsi.
La corsa, e in genere lo sport, sono anche e soprattutto perseveranza. Se affrontati con un approccio più severo possono farci diventare persone più resilienti. La resilienza d’altronde è una tra le doti migliori che possiamo acquisire in montagna, per poi trasporla nella quotidianità.
Divertitevi, correte, ma non dimenticatevi di sfidare voi stessi a fondo. Fatelo, almeno una volta
.

L’alpinismo? Non è uno sport
“Io credetti e credo la lotta con l’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede (Guido Rey)”. La frase appare sulla tessera del CAI.

“Le montagne non sono stadi dove soddisfo la mia ambizione di arrivare. Sono cattedrali, grandiose e pure, i templi della mia religione (Anatoli Boukreev, fortissimo alpinista kazaco)”.

“La velocità in montagna può essere utile, addirittura fondamentale, ma pure deleteria. Lo stesso si può dire della lentezza. La velocità dev’essere un mezzo, non un fine. Arrampicare veloci e leggeri su una cresta minacciata dal temporale significa la salvezza. Scivolare veloci sulla neve in piena consonanza con gli elementi della natura può essere un momento unico, frutto di anni di iniziazione. Muoversi veloci e coordinati sui piccoli appigli di un masso o di una parete a strapiombo è condizione necessaria per vincere la gravità e assaporare il piacere dell’arrampicata su roccia. Per essere veloci occorre però prima aver indugiato a lungo, unico mezzo utile in montagna ad attivare conoscenze. La velocità fine a se stessa può essere un acido corrosivo (Michele Comi, guida alpina valtellinese) ”.

“Interpreto l’alpinismo di velocità come il modo più semplice ed economico (a parte il costo del cronometro) per non esporsi al pericolo di essere innamorati della montagna. Se sei innamorato, vorresti che il tuo rapporto durasse il più a lungo possibile. Se non sei innamorato, la sveltina è il massimo.
Con questo non voglio affatto dire che chi corre non abbia un suo rapporto di amore con la montagna: dico che il tempo impiegato è il miglior sensale che ci sia per un adulterio, quindi occorre stare attenti a quello che si fa se si vuole che la montagna, “arrabbiata”, non ci si rivolga contro
(Alessandro Gogna, noto alpinista, gestore dell’apprezzato blog inerente montagna e ambiente. gognablog.com/)”.

Tor des Géants, premiazione 2017. Foto: Stefano Jeantet

L’alpinismo non è uno sport, ma la montagna per sua dimensione è luogo di sfide. Oggi come al tempo di Rey. Luogo di ricerca dell’estremo. E l’alpinismo è, per sua intima natura, un’attività estrema. Manifestazione estrema è stata la salita di Walter Bonatti alla Nord del Cervino, prima invernale con cui ha chiuso in via ufficiale la sua straordinaria carriera. Nella quale la ricerca dell’estremo è stata la costante.

Sono poi arrivati gli enchaînement, les grandes courses. Patrick Berhault, Christophe Profit, ma anche Hervé Barmasse che concatena d’inverno le quattro creste del Cervino, la sua Gran Becca.

Dove prima occorrevano giorni si passa in poche ore. Sempre meno ore. Che vuol dire più sicurezza, e niente incertezza sull’evoluzione della meteo. Quel modo lì di salire non sarà sport, ma certo si avvicina alquanto.

Slow mountain
Alberto Paleari
, guida alpina ossolana, organizzò negli anni ’80 due salite al Monte Bianco con partenza da Aosta. E al Monte Rosa con partenza da Domodossola e rientro ad Alagna. Proposte controcorrente, per clienti non frettolosi. Proposte per molti versi estreme.
“Sono state belle esperienze… Continuo a credere che l’alpinismo non sia uno sport e che la montagna non sia uno stadio per fare gare. Così come credo che il primo sia un’attività contemplativa e le seconde il più importante spazio di natura (quasi) incontaminata che ci resti in Europa.
Tuttavia in montagna ognuno è libero di fare ciò più che gli piace nel rispetto della natura e degli altri. Però non m’interessano i record e quando mi vengono riferite cose strabilianti dico sempre: buon per loro se si divertono, ma a me non interessa. Così come non mi interessa la mountain bike perché ho notato che nella maggior parte dei suoi praticanti prevale l’aspetto sportivo su quello contemplativo”.

Lunghi cammini e tutine
I Percorsi Occitani, la GTA e i lunghi cammini. Forme di frequentazione della montagna (e della collina, e della pianura) molto diverse, antitetiche rispetto alle performance atletiche dei runner. Forme di frequentazione che possono certo convivere senza problemi. L’una accanto all’altra, un saluto e via verso la meta. Ma, qual è la meta?

Siamo drogati di adrenalina, non c’è dubbio. Propongo viaggi a piedi nei quali il programma stabilisce con chiarezza che si cammina per contemplare, ritrovare se stessi e rallentare i ritmi frenetici del vissuto quotidiano. Tuttavia di rado i partecipanti riescono a scalare le marce. Assisto a partenze a schioppo di fucile, sono costretta ad attirare l’attenzione dei frettolosi, che passano e vanno, ignorando, nell’ordine: orchidee spontanee, funghi, chiese romaniche, sorgenti di acqua freschissima, insetti rari, punti panoramici. Devo insegnare a vedere cose che nessuno guarda, obbligare alla sosta, intimare di posare lo zaino in quei luoghi che ti fanno sentire padrone dell’universo, proprio per il fatto di essere arrivato lì, a quell’ora del giorno, con quella luce irripetibile. Devo dire tutto: fermiamoci semplicemente a respirare, tiriamo il fiato, sentendoci vivi nell’ozio, e godendo della bellezza del mondo. Ecco, tutto questo a molti (non a tutti, ma a troppi) sfugge, presi dalla foga di arrivare, del raggiungimento della meta che segna la fine della fatica. La domanda ricorrente è: quanto manca? Che vuole anche dire: quando si ritorna ai luoghi della civiltà, al rassicurante consorzio umano, ai comodi marciapiedi e all’aria condizionata dei bar? (Roberta Ferraris, guida escursionista ambientale, specializzata nei lunghi cammini).

“Sono uno sci-alpinista attestato sui canonici 400 metri di dislivello all’ora, uso a fermarmi per osservare l’intorno, coglierne le sfumature cromatiche e gli orizzonti. E per questo mi fanno a volte un po’ sorridere le “tutine” (come sono amichevolmente definiti per via dell’abbigliamento tecnico essenziale gli sky runner) che mi scivolano accanto in perenne allenamento. E se da un lato invidio la loro verve, dall’altro (mi perdoneranno) non ne condivido l’atteggiamento al limite del patologico.
Quest’inverno ho incontrato un gruppo di ski runner su una cima, alcuni dei quali mie conoscenze, e approfittando dei pochi istanti in cui si sfilavano le pelli di foca (operazione che fanno al volo, senza togliere gli sci), li informai su una manifestazione in difesa dell’ambiente programmata il week end successivo. Mi ascoltarono certo, ma nessuno di loro partecipò. Vuoi mica perdere l’allenamento…
(scialpinista anonimo)”.

Partenza 2015 del Tor des Géants

Qual è il messaggio?
No limit, è il messaggio. Andare oltre, corse più lunghe e tempi più brevi. La montagna è un piano inclinato, la distanza fra un punto di partenza e un punto d’arrivo.
No limit in un pianeta limitato. Dove diventa sempre più necessario porre “limiti allo sviluppo (Aurelio Peccei, manager FIAT, 1961)”. No limit in montagna, “maestra del limite (Annibale Salsa, past president del CAI, in un convegno a Lanzo a febbraio di quest’anno)”.

Si corre dunque. Anche nei parchi
No limit anche laddove, al contrario, il limite dovrebbe essere la regola. Anche nei parchi naturali, templi della natura protetta, si consumano in fretta sentieri e pareti. E la gara diventa elemento di promozione. E gli enti di gestione sono spesso partner dell’evento… In un parco naturale la gara diventa un elemento di uniformità. Può diventare un elemento di perdita di identità. Nel Gran Paradiso, all’Alpe Veglia e Alpe Devero, nel Marguareis. E nel Parco del Monviso.

È giusto? È opportuno? È sostenibile? No, non lo è. Senza essere talebani dell’ambiente (definizione orribile, ma utilizzata) non è superfluo ribadire che un parco naturale è nato per altro. È una questione di principio, e i principi contano.

Nei parchi naturali la lentezza è necessità. Di più, è un obbligo
Oltre al compito primario della tutela degli habitat naturali (quel che ne rimane), un parco non può abdicare al suo compito di luogo dell’educazione.

Educazione alla lentezza
In un parco si cammina per osservare, per conoscere, per imparare. Per acquisire sensibilità, e, perché no, per acquisire affettività.
Conoscenza e affettività sono premesse necessarie all’impegno per la tutela. E, sa il cielo, quanto ci sarebbe bisogno di impegno per la tutela.
Per cui, giovani e meno giovani runner, un giorno all’anno sacrificate l’allenamento, sono certo che la forma fisica più di tanto non ne patirà. E dedicate quel giorno a qualche forma di volontariato per la tutela dell’ambiente naturale della montagna.
Un giorno, anche solo per guardare.

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