Libertà, outdoor e disciplina

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Depressione caspica. Un luogo dal clima arido e continentale, avaro d’acqua. Uno spazio che dà il nome a una canzone dei Csi in cui Giovanni Lindo Ferretti canta una frase che negli ultimi tempi mi sono ripetuto più volte.

«La libertà è una forma di disciplina».

Mi torna alla mente ogni qualvolta, in contesti pubblici o privati, ho ascoltato persone che credono che la libertà sia sic et simpliciter fare quello che vogliono, quando vogliono, come vogliono e dove vogliono. E che tutto il resto non conti. E così nelle attività outdoor in montagna mettono se stesse e ciò che stanno facendo al di sopra di ogni cosa, come se l’ambiente, fisico e culturale, non esistesse. È questa l’estrema sintesi di un falso concetto di libertà che, a parer mio, merita di essere combattuto.

Come afferma Annibale Salsa, antropologo e Past President del Cai, «le voglie di consumo e di divertissement hanno contribuito a trasformare alcuni territori in aree loisir , in “terreno di gioco”.» Un terreno e una attività che si trasformano in prodotti da consumare senza responsabilità. E quando consumo in questo modo allora l’attenzione all’ambiente e alla sicurezza diventano fastidiosi orpelli. Male perché i danni provocati all’ambiente sono spesso irreversibili. E perché la gestione del rischio non può essere scissa dal concetto stesso di libertà.

Ho difeso più volte il diritto alla libertà in alpinismo e d’avventura. E di esplorazione che coniuga libertà e responsabilità di cui oggi si sente il bisogno. I tempi sono cambiati, e con loro anche il modo di vivere la montagna. Cresce infatti il turismo esperienziale che spesso, fortunatamente, è anche sostenibile e parallelamente crescono i numeri di coloro che, del tutto impreparati o quasi, vivono la loro vacanza come un momento di pura evasione. L’esperienza in outdoor, oggi più che mai, ha bisogno di regole.

Per sentirsi liberi di viverla occorre un certo senso del rigore che, se declinato, significa cultura del rispetto dell’ambiente e delle persone, conoscenza dei contesti (e dei propri limiti), accortezza e una buona dose di auto-responsabilità. Un concetto espresso anche dal Presidente generale del Cai Vincenzo Torti durante il convegno “Rischio e libertà in montagna”, organizzato dalla Sezione di Firenze per propri 150 anni.

Quello di cui stiamo parlando non riguarda solo questioni di principio, ma fatti concreti. Ci sono comportamenti avventati e atteggiamenti diffusi che stanno mettendo a rischio non solo le nostre montagne, ma tutto il sistema dei territori noti per i valori paesaggistici e ambientali. Come più volte ho ricordato su queste stesse pagine, sempre più spesso assistiamo a scene improbabili di chi vìola qualsiasi regola di sicurezza e di civile comportamento. L’altro riguarda territori in cui il turismo outdoor spinto anche dalle Amministrazioni ha raggiunto numeri tali da comprometterne la risorsa prima, cioè l’ambiente. A fianco si pone il tema della gestione della sicurezza.

Ecco, cosa fare di fronte a tutto questo? In alcuni casi sono stati posti divieti. L’ha fatto Palma di Maiorca per tamponare il fenomeno del “turismo spazzatura”, lo hanno fatto lo Stato francese e il Comune di Saint-Gervais limitando l’accesso al Monte Bianco a soli duecento alpinisti al giorno (purché dotati di permesso, ovviamente). Del tema sicurezza se ne è parlato a fine settembre a Riva del Garda, durante “Sport Safety Days” (vedi Montagne360 di Novembre 2018, ndr ). Così come non è un caso che a Finalborgo, in provincia di Savona, il Cai Liguria e la Sezione di Finale Ligure abbiano parlato dei limiti dell’outdoor.

Proprio qui, a Finalborgo, in questa località di mare che ha però tutte le caratteristiche della montagna, arrampicatori e bikers te li ritrovi ovunque. Nel centro storico e di fronte a bar e negozi ci sono rastrelliere per le biciclette e ci sono numerosi negozi monomarca di attrezzature tecniche da montagna. Un’opportunità da cogliere, certo. Ma non a scapito dell’ambiente e del paesaggio.

Perché, come ci ha ricordato il direttore del Parco nazionale delle Cinque terre Patrizio Scarpellini, è sempre e comunque il turismo che deve adattarsi al territorio. Non il contrario.

 

[Luca Calzolari è il direttore di Montagne360. Questa è la rubrica “Peak&Tip” pubblicata sul numero di gennaio 2019]

  1. Giuliano Belcastro

    Condivido pienamente la riflessione di Luca Calzolari, la Montagna non è un luna Park, la tragedia del Raganello deve farci riflettere, frequento quelle montagne, l’altro giorno dal Moschereto guardavo quelle gole che negli anni 80 frequentavo con grande prudenza e rispetto anche se con spirito di avventura, occorre plasmare i giovani a consapevolezza di come si affronta la montagna penso sia anche questo il compito del CAI negli anni a venire.

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