L’invenzione di Watt e l’eliski

L’invenzione di Watt e l’eliski
di Alberto Paleari

In una trasmissione di Radio 3 dedicata alle grandi invenzioni tecnologiche si diceva che l’invenzione della macchina a vapore, nella seconda metà del ‘700, segnò il confine tra un mondo arcaico rimasto immobile per millenni e la modernità.

Prima della macchina a vapore l’unica forza motrice disponibile, oltre a quella degli animali, era quella delle braccia umane; con la macchina a vapore l’uomo si affrancò dalla fatica fisica, fu possibile la rivoluzione industriale con tutte le sue conseguenze, ci fu un’accelerazione vertiginosa delle scoperte scientifiche.

FATICA – salita alla Bocchetta del Castel, Val Formazza. Foto: Alberto Paleari
InvenzioneWatt-1-Fatica

Che l’uomo moderno si sia affrancato dalla fatica fisica non è del tutto vero, avrebbe potuto ma non è successo; semplicemente, dopo l’invenzione della macchina a vapore, invece di produrre un metro di stoffa al giorno l’operaio, con la stessa fatica, cioè con la massima fatica che poteva fare senza morire, ne produsse dieci, cento, mille. Ma non è di questo che voglio parlare.

Voglio parlare del lavoro della guida alpina, che secondo me è l’unico lavoro rimasto nella condizione preindustriale, cioè di prima che James Watt inventasse la macchina a vapore.

SILENZIO – Bocchetta del Castel, Val Formazza. Foto: Alberto Paleari
InvenzioneWatt-3-Silenzio

 

Non voglio dire che oggi non ci siano altri lavori faticosi, mi vengono in mente per prima cosa quelli dei contadini, dei muratori, dei minatori e chissà quanti altri ce n’è, ma i contadini, i muratori, i minatori oggi si avvalgono dell’aiuto di una infinità di macchine. Ripeto, queste macchine, per una stortura della nostra civiltà, spesso non sono servite a diminuire la fatica, ma solo ad aumentare la produzione: oggi per costruire le piramidi si userebbero gru potentissime invece di migliaia di schiavi, ma la fatica di costruirle resterebbe ugualmente grande, anche se diversa, per gli operai che lo dovessero fare.

Voglio invece qui dire che noi guide alpine, se vogliamo andare in cima alle montagne e portarci i nostri clienti, lavoriamo come se la macchina a vapore non fosse stata ancora inventata, noi guide alpine per andare in cima alle montagne usiamo ancora solo la forza delle nostre gambe e delle nostre braccia, e naturalmente anche del nostro cervello.

Questa, secondo me, non è una maledizione, ma un privilegio, anche perché, al contrario degli schiavi che costruirono le piramidi, noi guide alpine facciamo fatica perché ci piace fare fatica.

Ci sono tre cose che rendono bello e insostituibile l’alpinismo, e quindi il lavoro della guida alpina che di alpinismo vive: la fatica, la solitudine, il silenzio.

La fatica fisica nel mondo occidentale moderno è stata relegata in pochi settori lavorativi, ed è sempre più rara in una società servoassistita, da ciò derivano le masse di gente che vanno a correre, che vanno in palestra, che vanno in bicicletta e anche che vanno in montagna.

Purtroppo sulle Alpi la solitudine è sempre più difficile da trovare: essere soli nella selvaggia e immensa natura, non poter contare che su se stessi e sulle proprie forze è per me uno degli aspetti più belli e importanti dell’alpinismo, quello che ne fa uno sport diverso dagli altri ed esclusivo.

Anche il silenzio è un bene sempre più raro in un mondo in cui, quando non sono i rumori, è la musica che ci insegue in ogni luogo, perfino sulle seggiovie, sottofondo continuo, ipnotico e rimbecillente.

Ecco che cosa abbiamo quindi da offrire noi guide alpine ai nostri clienti: null’altro che fatica, solitudine e silenzio: le gite più belle, le salite ricordate con più nostalgia, le montagne più amate saranno sempre quelle più faticose, più esclusive e più lontane dal rumore della civiltà. E’ proprio perché amo la fatica, la solitudine e il silenzio che ho aderito al movimento contro la pratica dell’eliski e sono diventato un attivista e un simpatizzante di Legambiente.

Se cercate James Watt su Wikipedia trovate come epigrafe al capitolo a lui dedicato la sua frase: “il vapore è il primo esempio di Dio che si sottomette all’uomo” e fu una bella e grande frase detta con l’orgoglio proprio del secolo dei lumi. Oggi quell’orgoglio abbiamo visto dove ci ha portati: quell’orgoglio, quella tracotanza, che cominciarono, nel bene e nel male, con James Watt, ci stanno rovinando, stanno rovinando per sempre l’unico mondo che abbiamo, ed è per questo, per dare un piccolo contributo a salvarlo, questo povero mondo, che noi guide alpine in montagna dobbiamo e dovremo andare, ancora e sempre, a piedi.

 

SOLITUDINE – Bocchetta del Castel, Val Formazza. Foto: Alberto Paleari
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