Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della natura?

Lettera aperta sui Monti Sibillini: chi è nemico della natura?
di Paolo Caruso (http://www.metodocaruso.com/)

Il fatto:
il 28 gennaio 2009, a seguito della reintroduzione del camoscio appenninico e di un intervento con elicottero del soccorso alpino, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini introduce un divieto di accesso integrale alle famose pareti nord del M. Bove Nord, ove corre la famosa e storica via Alletto-Consiglio. Il divieto inizialmente indetto per 3 mesi, viene poi prorogato per altri 6 mesi e infine protratto a tempo indeterminato. Si distinguono 2 zone di divieto (A e B): entrambe coinvolgono soprattutto le pareti rocciose, percorse oggi da poche cordate di alpinisti, e soltanto in minima parte i pendii sommitali della vetta, particolarmente frequentati invece dagli escursionisti nei mesi estivi. Le zone A e B sono vietate alternativamente per 6 mesi all’anno. Di fatto, le grandi aree rocciose della parete nord del M. Bove e di Punta Anna sono interdette dal 1 maggio al 31 ottobre, cioè per tutto il periodo estivo in cui si compiono le salite alpinistiche. La motivazione: l’incontro con gli alpinisti disturberebbe i camosci. Per gli escursionisti (molto più numerosi degli alpinisti…) è invece sufficiente mantenersi vicini al limite del divieto, poco al di sotto della cima, per non creare alcun impatto. Nel frattempo, i camosci hanno cominciato a spostarsi frequentemente al di fuori delle aree interdette, dove si continua ad accedere senza limiti e regolamentazioni e senza, evidentemente, che i camosci ne risentano. Possibile che i camosci “soffrano” soltanto gli sguardi dei pochi alpinisti nelle aree del divieto, ma non quelli delle molte persone che li incontrano al di fuori delle suddette aree? Saranno forse le corde o i moschettoni a dar loro fastidio?

Monti Sibillini

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Dopo anni di trattative e tentativi di dialogo, in particolare tra il sottoscritto e il parco, sono state molte le promesse ma tutto alla fine si è risolto con un nulla di fatto e con il mantenimento del divieto integrale di accesso. Lo scontro negli ultimi anni è diventato particolarmente acceso finché, alla fine del 2013, il neo Presidente del Parco Oliviero Olivieri, insieme al Direttore Franco Perco, si è impegnato a risolvere il grave contrasto. Attendiamo fiduciosi nuovi sviluppi, sperando che questa volta siano imminenti…

Il caso dei Sibillini mi offre lo spunto per alcune riflessioni che ritengo d’interesse più ampio e che condivido volentieri con quanti frequentano la montagna, i parchi e la natura in generale:

1. La prima riguarda il dibattito attualmente in corso sulla libertà di accesso alla montagna e di pratica di sport considerati “estremi” e pericolosi, quali l’alpinismo. Senza voler cadere nello stesso errore in cui incorrono i detrattori di tali discipline, che si spingono a separare le attività “buone” da quelle “cattive”, praticate (secondo loro) da manipoli di esaltati e cultori del rischio a tutti i costi, non posso che constatare come l’atteggiamento di chi è deputato alla gestione del territorio, tra cui gli enti parco, come nel caso specifico dei Sibillini, sia spesso e volentieri a favore dei primi e contrario ai secondi. Non voglio qui entrare nel merito se sia giusto o no impedire alle persone di accettare il rischio (consapevole, controllato, ecc.) come elemento della ricerca di un rapporto diretto e non mediato con la natura che è possibile vivere solo nei grandi spazi di avventura, come sono le montagne. Logicamente per me non è giusto, ma quello che mi interessa è ragionare sul fatto se tali attività siano effettivamente più dannose per la natura di quanto non lo siano altre, raramente messe “sotto accusa”. La sensazione è che i criteri con cui vengono fatte certe valutazioni vadano al di là di considerazioni oggettive e siano invece spesso frutto di considerazioni di natura “politica” o d’immagine. Attaccare poche decine di alpinisti o sacrificarne la libertà in funzione di una supposta necessità di conservazione della natura fa vedere che il Parco “c’è” ed è ben più facile che prendersela con fiumane di escursionisti o sciatori della domenica… ma siamo sicuri che l’impatto provocato dai primi sia realmente devastante, mentre la presenza (spesso maleducata) dei secondi sia trascurabile, al punto da non essere di interesse per chi tutela il territorio?

Monti Sibillini. Foto: Sandra Bartocha

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Di contro, apparentemente, alcuni alpinisti appartengono a una specie più dannosa di altre. Infatti negli anni immediatamente precedenti l’introduzione del divieto, le cordate che salivano in estate le pareti nord del Bove, erano circa tra 20 e 40 (in media, meno di 10 al mese!). Nel gruppo del Gran Sasso, il principale degli Appennini e sicuramente il più frequentato dagli alpinisti (almeno 200 volte più numerosi che sui Sibillini) i camosci reintrodotti in anni precedenti si sono riprodotti abbondantemente senza alcun bisogno di imporre divieti alpinistici. Come mai i molti alpinisti del Gran Sasso non creano disturbo ai camosci, mentre nei Sibillini la presenza di poche cordate rappresenta un pericolo per la specie, perfino quando i camosci sono al di fuori delle aree vietate, a portata di occhi (e urla) di centinaia di escursionisti?

Lo ripeto, non è mia intenzione fornire la mia personale idea su eventuali suddivisioni tra attività buone e cattive, o tra Parchi buoni e Parchi cattivi, mi limito a osservare i fatti.

La maggior parte delle idee preconcette e delle decisioni che si prendono in merito all’alpinismo sono dettate da luoghi comuni e da una scarsa conoscenza della materia da parte di coloro che inseriscono di forza lo stesso alpinismo nella “lista nera”.  Per questo è molto più diffuso sentire affermare che se uno scialpinista finisce sotto una valanga sotto sotto è colpevole perché se l’è andata a cercare, mentre se un’escursionista finisce in un burrone si è trattato di una tragica fatalità…

D’altra parte, occorre anche constatare che il modo di andare in montagna è profondamente cambiato e induce a comportamenti spesso degenerati: si sente l’esigenza di riaffermare e diffondere una nuova (antica) cultura basata sul rispetto della natura, dell’uomo e sulla valorizzazione dell’esperienza piuttosto che della prestazione. La diffusione di simili messaggi potrebbe e dovrebbe essere uno dei compiti più nobili di un’area protetta e uno dei suoi obiettivi principali per raggiungere una conservazione a lungo termine.

2. La natura deve essere salvaguardata nel migliore dei modi e fin qui credo che tutte le persone di buon senso siano perfettamente d’accordo. Per farlo occorrerebbe promuovere un dialogo tra le differenti competenze in modo da trovare le migliori modalità di azione. Se tali modalità escludono la presenza umana in alcune aree fondamentali per l’alpinismo come quella del M. Bove, certamente si potrebbe pensare che i parchi abbiano fallito la loro missione. Se l’unica soluzione contemplata è l’apposizione di un divieto, si può affermare che non serve certo istituire un parco per imporlo, considerando anche che i parchi spesso non hanno neanche la possibilità di effettuare i controlli del caso. Così il tutto si risolve nel solito paradosso all’italiana, dove chi non rispetta la legge fa quello che vuole (da un paio d’anni le cordate, esasperate dal divieto, hanno ripreso a salire la nord del M. Bove…), e chi vuole operare onestamente deve invece rinunciare a uno dei pochi spazi di libertà rimasti.

3. Già la libertà…elemento cruciale di tutto questo ragionamento. Chi impone i divieti sostiene che gli alpinisti e gli arrampicatori dovrebbero essere capaci di sacrificarsi con una “responsabile rinuncia” finalizzata a perseguire un bene più alto, quello della tutela della natura. E chi di noi non sarebbe disposto a praticarla senza obiezioni se fosse evidente che quella è l’unica soluzione? Ma prima non sarebbe più giusto e più umano cercare alternative per raggiungere un’integrazione tra l’uomo e l’ambiente, soprattutto all’interno di un parco? Sembra quasi che questa alternativa faccia paura, nonostante sia sbandierata sempre più spesso in nome di un generico ”sviluppo sostenibile”. Per voler veramente proteggere la natura occorre amarla fino in fondo, non volerla domare, tutti concetti che gli alpinisti (almeno quelli di un certo tipo) hanno ben chiari. Quella che si propone, invece, è una natura sempre più “a portata di mano”, una natura sempre più recintata, controllata, come l’uomo che la frequenta.

4. Se fosse ritenuta perseguibile una via d’uscita basata sulla ricerca dell’integrazione, piuttosto che sulla separazione e sul contrasto tra uomo e natura, a chi spetterebbe l’onere e l’onore di promuovere l’incontro tra le parti? Al cittadino o all’ente parco che esiste e ha un budget per occuparsi proprio del territorio e delle attività che si praticano in esso? Ricordo che i parchi hanno anche il compito di promuovere le attività compatibili e lo sviluppo sostenibile (del turismo). Dovrebbero favorire l’informazione e l’educazione degli utenti, ma soprattutto il dialogo e il confronto anche con gli esperti delle attività che si praticano nel territorio, non solo con gli ambientalisti (ritenuti, chissà perché, gli unici interlocutori validi), altrimenti diventa impossibile superare le contrapposizioni e individuare le modalità giuste di azione. E gli ambientalisti, che spesso non hanno alcuna competenza in materia di alpinismo, dovrebbero cercare aiuto e confronto, piuttosto che arroccarsi in posizioni intransigenti ed estremiste giungendo, talvolta, perfino a considerare dei nemici le persone che svolgono attività in montagna. Nel corso di una riunione, il Direttore del parco dei Sibillini consegnò ai presenti uno scritto nel quale sosteneva, in sintesi, che le attività “compatibili” sono dannose e dovrebbero essere eliminate perché, fraintendendo l’etimologia del termine, farebbero “patire” la natura. Se così fosse, quali attività dovrebbero essere praticate in un parco di montagna?

5. Di fatto il divieto sul M. Bove è stato introdotto subito dopo un plateale intervento di soccorso con elicottero, il primo in assoluto su questa montagna. Dopo un paio d’anni ce n’è stato un altro, in novembre, periodo consentito ma certamente non ideale per le salite alpinistiche. Se la presenza umana è dannosa per i camosci, gli interventi di soccorso con l’elicottero lo sono sicuramente molto di più ed è legittimo il sospetto che il parco abbia potuto ritenere opportuno introdurre il divieto per evitare tali interventi in un momento molto delicato della reintroduzione del camoscio. Ma ciò non elimina certo il problema, considerando che scalare queste pareti nel periodo consentito, cioè tra novembre e aprile, è sicuramente più complesso. In effetti, entrambi i soccorsi menzionati si sono verificati al di fuori del divieto del periodo estivo. Altro paradosso della strategia di conservazione del parco dei Sibillini! Ma più che su questo, vorrei porre l’accento proprio sul tema del soccorso. Certamente, portare aiuto a chi ne ha bisogno è una nobile azione e anche un dovere civico, ma allo stesso tempo bisognerebbe dare molta importanza alla prevenzione. Come Guida e professionista della montagna devo purtroppo constatare che in questa era dell’apparire e del consumismo spinto, anche delle attività alpinistiche, la causa degli incidenti è sempre più spesso legata alla scarsa preparazione, all’approssimazione, alla sprovvedutezza, al bisogno di fare (e riuscire) ad ogni costo. In pratica, la degenerazione di cui ho accennato sopra si riflette negativamente anche sulla consapevolezza delle proprie capacità e, di conseguenza, sulla sicurezza. Bisognerebbe quindi agire sulla formazione delle persone per ridurre innanzitutto gli incidenti, ma anche gli sprechi, i costi sociali e gli eventuali impatti ambientali. Per questo occorre valorizzare al massimo il ruolo degli esperti, proprio ai fini dell’educazione e di una corretta formazione dei frequentatori della montagna. Questa, lo ribadisco, è la direzione in cui ci piacerebbe veder muoversi i parchi, valorizzando il ruolo degli esperti della montagna più preparati, favorendo le modalità di frequentazione più corrette, promuovendo la cultura a 360 gradi e facendo formazione. In questo senso i parchi troverebbero molti alleati preziosi, non più nemici intransigenti, e potrebbero realizzare il vero obiettivo che dà senso alla loro esistenza.

Paolo Caruso

Caruso a Salerno

Paolo Caruso (Roma, 1960) ha praticato attività in natura, dal mare alla montagna, fin dai primissimi anni di vita. Ha sempre considerato importante conciliare lo sport con la cultura, così come la conoscenza di molte discipline sportive con la specializzazione. La dimensione verticale per lui è un mezzo che gli ha permesso di raggiungere nuove conoscenze, certamente nella sfera motoria e nel rapporto con la natura selvaggia ma anche nel mondo interiore e spirituale. Così nel 1982 è nata la via Cavalcare la tigre sul Corno Piccolo del Gran Sasso e successivamente, nello stesso massiccio montuoso, altri itinerari d’eccezione come Golem, Baphomet o il Nagual e la Farfalla, sul Paretone del Corno Grande. Allo stesso tempo ricercava altri orizzonti nell’alpinismo invernale, cosa che lo ha portato a realizzare importanti prime salite invernali come il quarto Pilastro e l’Anticima sempre sul Paretone del Corno Grande o la prima salita assoluta invernale del famosissimo Cerro Torre in Patagonia.
Accanto a salite su montagne inviolate nelle Alpi di Stauning in Groenlandia o nel Wadi Rum in Giordania, ha sempre ritenuto importante salire anche le vie più belle aperte da altri arrampicatori e alpinisti d’eccezione, così ha ripetuto i grandi itinerari classici nel M. Bianco e nelle Dolomiti, ma anche itinerari moderni come Voyage selon Gulliver sul Grand Capucin o la via del Pesce in Marmolada. Non gli è mai piaciuto collezionare vie e ricercare le “prime” a tutti i costi, mentre valuta importante l’esperienza umana e il rispetto della natura che si ottiene quando si realizzano itinerari logici. In Yosemite, ad esempio, dopo la via Salathè salì la via Astroman e solo qualche anno dopo scoprì di aver realizzato la prima salita italiana.
Ha pubblicato il libro L’Arte di arrampicare, ed. Mediterranee 1992, il filmato L’Arte di arrampicare, SD Cinematografica 1998, e il manuale Progressione su roccia per il Collegio delle Guide Alpine, Vivalda editori 1998. Nel 2007 ha scritto le parti sulla tecnica del movimento per il Manuale di roccia del CAI, pubblicato nel 2008.

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Il Metodo Caruso®, è un sistema tecnico-didattico per l’insegnamento e l’apprendimento che permette di sviluppare al meglio le capacità motorie nella scalata e in tutte le attività di montagna. Da qualche anno, oltre alla roccia e al ghiaccio, l’applicazione del Metodo si è estesa anche alla tecnica dello sci – fuoripista e scialpinismo in particolare – colmando un vuoto nella conoscenza dei principi inerenti la relazione tra movimento del corpo e conduzione degli sci sui differenti tipi di neve: sono state ideate delle tecniche specifiche che permettono di migliorare la capacità generale e in particolare di adattarsi alle diverse condizioni della neve. Questo è stato possibile grazie all’identificazione di alcune caratteristiche generali del movimento che collegano le due discipline. Tutte le tecniche del Metodo – che siano applicate all’arrampicata su roccia, ghiaccio o allo sci – sono nate dallo studio dei principi che regolano l’equilibrio e il movimento del corpo attraverso lo spostamento del peso e degli arti, oltre che dall’esperienza personale dell’autore a 360 gradi, dalla sua passione per l’insegnamento e per lo studio di alcune discipline orientali come il Qi Gong, lo Shiatsu e il Tai Ji Quan. L’aver identificato i principi che sono alla base di tutte le differenti soluzioni motorie ha permesso di individuare nuovi aspetti per un movimento consapevole e allo stesso tempo di delineare una via più precisa ed efficace per il miglioramento, favorendo una capacità che altrimenti è molto difficile da ottenere se non, forse, dopo anni o decenni di esperienza sul campo.

postato su www.banff.it il 15 marzo 2014

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