No alle vie di arrampicata “a costo zero”?

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Il Comune di Anversa degli Abruzzi (AQ), in data 23 agosto 2014, ha emesso un’ordinanza tanto curiosa quanto penalizzante il buon senso. L’oggetto è il divieto di utilizzo di una parete di roccia per l’arrampicata in località Le Renicce, nei pressi della Strada Regionale n.479 Sannite.

A parte le imprecisioni (il divieto è fatto per la parete “attrezzata per l’arrampicata in artificiale”, si parla di “fissaggio dei moschettoni”, della “possibilità di distacco” di questi ultimi, ecc.), l’ordinanza n. 49 del 23 agosto 2014 fonda le ragioni del provvedimento sulle seguenti argomentazioni (a ciascuna seguono le mie osservazioni):

1) il mancato dialogo con la Riserva Naturale Regionale “Gole del Sagittario” prima dell’attrezzatura della parete, il cui piano di assetto naturalistico vieta “l’asportazione, anche parziale e danneggiamento delle formazioni minerali; (…) qualunque attività che possa costituire pericolo o turbamento delle specie animali, per le uova e per i piccoli nati (…); il danneggiamento delle specie vegetali spontanee”;
La parete è posta a pochissima distanza da una strada carrozzabile classificata Strada Regionale: le specie animali, disturbate dal traffico automobilistico, di certo si sono già allontanate; quanto al danneggiamento delle specie vegetali spontanee è ridicolo pensare che anche un minuzioso gardening nella preparazione degli itinerari possa davvero sminuire la capacità riproduttiva delle essenze; nella chiodatura non v’è alcuna asportazione di materiale roccioso, al massimo possiamo discutere sul “danneggiamento”, secondo me da riclassificare come “lieve alterazione”.

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2) la parete (nel testo dell’ordinanza è al plurale!) si trova all’interno del Sito di Interesse Comunitario “Gole del Sagittario”, SIC n. IT110099;
Il regolamento delle Aree SIC non vieta esplicitamente l’attività alpinistica o arrampicatoria.

3) non è stata effettuata la Valutazione di Incidenza Ambientale prevista nell’art 6 della Direttiva 92/43/CEE “Habitat”, recepita in Italia con il D.P.R. 8 settembre 1997 n. 357 modificato ed integrato dal D.P.R. 12 marzo 2003 n. 120 e in base all’Art 10 del D.G.R n° 119/2002 che cosi recita: “sono assoggettati a valutazione di incidenza, qualora ricadano all’interno dei Siti di importanza comunitaria e/o delle Zone di protezione speciale i piani territoriali, urbanistici e di settore, nonché gli interventi che, pur ricadendo all’esterno di SIC (ZSC) o ZPS, possano avere un ‘incidenza significativa sugli habitat e/o sulle specie per le quali gli stessi sono stati designati“;
Non è detto che il fatto che non sia stata effettuata la VIA implichi necessariamente la chiusura al pubblico: la VIA, volendo, può essere fatta! E anche in tempi brevi, vista la semplicità e le dimensioni del sito.

4) l’arrampicata in montagna è attività socialmente pericolosa, nel senso che è caratterizzata da un grado di rischio superiore a quello che caratterizza altre attività sportive;
Questa affermazione è ridicola, specie per ciò che riguarda l’arrampicata sportiva. Al di là del fatto che sono molti gli sport assai più pericolosi (equitazione, kayak, ecc.), definire “socialmente pericoloso” l’alpinismo significa davvero voler impedire la libera determinazione dell’individuo. Significa imprigionarlo, togliergli una significativa fetta di libertà.

5) la responsabilità dell’infortunio non è dell’alpinista stesso perché non è sufficiente l’accettazione individuale del rischio, in quanto egli si affida “probabilmente” a un lavoro fatto da altri, cioè da coloro che hanno attrezzato la parete: e questi potrebbero aver fatto un lavoro malfatto o non averne curato la manutenzione;
Nell’accettazione del rischio è compreso anche l’affidarsi al lavoro fatto da altri. Certamente l’arrampicatore ha più possibilità di giudicare la qualità del lavoro compiuto dal chiodatore, non si può pretendere che un Comune, che non sa distinguere tra arrampicata sportiva e arrampicata artificiale, né tra moschettoni e spit, possa fare valutazioni. L’arrampicatore inoltre dovrebbe sapere benissimo, solo valutando a occhio, che tipo di manutenzione sia stata fatta sull’itinerario.

6) la parete è proprietà del Comune, dunque a quest’ultimo potrebbero essere addossate le responsabilità di eventuali incidenti, soprattutto potrebbero essere indirizzate al Comune le richieste risarcitorie.
Anche il Monte Bianco, o il Cervino, fanno parte di più d’un territorio comunale, ma non risulta che ai comuni interessati sia mai stata fatta alcuna richiesta risarcitoria. Questa è una preoccupazione dell’amministrazione che non ha alcun fondamento.

Nella disposizione è precisato che i trasgressori verranno segnalati all’autorità giudiziaria per l’ipotesi di reato di cui all’art. 650 C.P., secondo il quale “chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a lire quattrocentomila“.

La paretina in questione
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Dopo un colloquio con il sindaco Gabriele Gianni e con la direttrice dell’oasi faunistica Filomena Ricci è emerso che c’è un progetto in atto per la realizzazione di un sito di arrampicata (costo 40.000 € per 10 monotiri) che dovrebbe essere realizzato da una guida alpina. Se ne potrebbe dedurre che l’esistenza di vie di arrampicata “a costo zero” non piace a nessuno in quel comune; decadrebbe inoltre in toto la rilevanza dei sopra esposti punti 1), 2) e 3); si evincerebbe che la preoccupazione per la possibilità di incidenti è solo un paravento per il progetto “ufficiale” di attrezzatura, e questa potrebbe essere la vera motivazione dell’ordinanza!
Se così fosse, sarebbe un peccato, perché in montagna c’è e deve rimanere spazio per tutti, almeno fin quando non esistano espliciti divieti di arrampicata in toto (mi auguro mai) o albi professionali di attrezzatori. Per il momento trattasi di vera e propria limitazione di un qualcosa che nella tradizione verticale è sempre esistito (il libero accesso alle pareti, la libera possibilità di salirle/attrezzarle, la libera scelta di ripetere le vie secondo criteri di autoresponsabilità).

Nel frattempo l’ordinanza è pienamente valida, in luogo sono stati posizionati il nastro bianco/rosso e le transenne metalliche all’inizio del breve sentiero che dà accesso alla parete.

Uno degli spit usati per l’attrezzatura
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