Nuovo Bidecalogo Punto 8. Le Terre Alte

Il Nuovo Bidecalogo del CAI, approvato a Torino il 26 maggio 2013, dedica il Punto 8 alle Terre Alte (attività umana e agricoltura di montagna). Potete consultare il documento finale e la presentazione del past-president Annibale Salsa, i due documenti sui quali ho lavorato per esprimere un mio parere sul Punto 8.

Come recita il titolo, il Punto 8 si occupa delle Terre Alte e, meno genericamente, dell’attività umana e dell’agricoltura in montagna. In realtà, nello svolgimento del tema della posizione del CAI, come pure nell’elenco dei punti d’impegno dello stesso, gli autori trattano con la stessa serietà la gestione del patrimonio boschivo.

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Le osservazioni al Punto 8, peraltro esposto con linguaggio netto, preciso e, contrariamente ad altri punti, per nulla compromissorio, si concentrano solo su alcune “dimenticanze” per nulla secondarie. Nell’ordine:

– significato di Terre Alte;

– allevamento;

– attività nel campo dell’offerta turistica;

– sostegno ai nuclei giovanili (allevatori, agricoltori e operatori turistici) di provenienza locale o cittadina.

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Terre Alte
Fino a qualche anno fa ci si accontentava della parola “montagna” per indicare appunto quella zona della crosta terrestre caratterizzata da rilievi e non da pianure. Con essa si indicava, in modo un po’ impreciso ma comunque di solito efficace se si prestava attenzione all’ambito di un discorso, sia la parte abitata che la parte disabitata dall’uomo.

Da un po’ di anni a questa parte si è affermato (soprattutto nelle orazioni ufficiali) l’uso di una nuova espressione, le Terre Alte, per indicare appunto “le regioni di montagna occupate e vissute dall’uomo”. Il Punto 8 non si spinge a definire oltre questo concetto, cosa che non avviene neppure in altra parte del Bidecalogo. E questo è un peccato, perché se si introduce nel vocabolario una nuova locuzione, sarebbe giusto precisarne i contorni e il significato, partendo in primo luogo dal dare giustificazione di questa operazione culturale vera e propria. Finché si parlava di montagna, potevamo tollerare l’imprecisione, ma dal momento che si fa una divisione non la tolleriamo più e vorremmo capire quali sono i confini esatti.

Perché si è voluto parlare e si parla di “Terre Alte”? Quanto è sensibile la contrapposizione con il più americano wilderness? Da che quota sul livello del mare (e in relazione alle latitudini) le Terre Alte cominciano a essere tali? Esiste un allacciamento al concetto politico di Arco Alpino? Dove s’incrociano questi ambiti, che territori hanno in comune (culturale, politico, economico, ecc.)?

Sono domande cui finora non è stata data risposta… e il motivo è che in effetti, a quel che mi risulta, non sono state mai neppure formulate.

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Allevamento
In tutto il Bidecalogo si è evitato di usare la parola “allevamento”. L’unico accenno che vi si fa è quando si usa l’aggettivo agro-silvo-pastorale. Non potendo pensare che improvvisamente tutti i soci del CAI siano diventati o vogliano diventare vegetariani, mi sono stupito di fronte a questa dimenticanza. In particolare, in questo Punto 8, quando si parla di agricoltura, sarebbe stato giusto spendere qualche parola sull’allevamento. Specialmente in tempi come quelli odierni in cui l’allevamento intensivo di polli, vacche e maiali, tipici della pianura globalizzata, rischia di stravolgere anche ciò che va al di là della semplice abitudine alimentare. Se nel Punto 8 si parla (e se ne parla) di sostenere l’economia montana, questo argomento è tutt’altro che secondario: sostenere e favorire allevamenti naturali in montagna (o nelle Terre Alte che dir si voglia) è fondamentale e darebbe maggior forza al marchio di qualità.

Quando nel testo si enunciano i propositi d’impegno, è scritto “incentivare l’individuazione e quindi favorire le produzioni agricole a denominazione d’origine protetta e controllata“; ed è scritto “il CAI ritiene inoltre che l’integrazione al reddito agricolo, creato da attività agrituristiche, improntate alla sostenibilità, sia da incentivarsi, al fine di favorire il commercio e il consumo anche in loco della produzione agricola, i cosiddetti prodotti a “Km 0”. Bene, è proprio in queste affermazioni che ci si dimentica dell’allevamento “naturale”. Qui, in questi due capoversi, se ne sarebbe dovuto parlare.

Attività nel campo dell’offerta turistica
Le attività economiche del territorio montano oggi non si riducono a quelle agro-silvo-pastorali. Non credo certo che il CAI non sia d’accordo. Ma allora perché non attivarsi e impegnarsi perché nuove forme di attività lavorative si associno a quelle vecchie? Perché tralasciare le nuove possibilità turistiche? Se lo fa l’Università della Montagna (e lo fa), perché il CAI se ne “dimentica”? Paura di ritrovarsi involontariamente in mezzo al business? Non vedo perché…

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Sostegno ai nuclei giovanili
Nell’elenco dei propositi d’impegno, manca totalmente il sostegno ai nuclei giovanili (allevatori, agricoltori e operatori turistici), di provenienza locale o cittadina.

Lo stesso Annibale Salsa sente il bisogno di aggiungerlo, senza farlo pesare, nella sua Presentazione: “Il ritorno di giovani nuclei familiari alla montagna, dopo il grande esodo “biblico” degli anni ’60-’70, va incoraggiato e sostenuto… Nuclei familiari giovanili di agricoltori e allevatori stanno credendo nuovamente nella montagna come luogo di vita e di lavoro. Il fenomeno si sta diffondendo, a macchia di leopardo, su gran parte dell’arco alpino e della dorsale appenninica. In alcune zone i numeri sono abbastanza significativi“.

Osservo che anche Salsa non affronta il discorso della “provenienza locale o cittadina”. A me sembra invece di fondamentale importanza che, nel dare fiducia a piccole imprese, non si faccia distinzione di provenienza. Questo non significa alienazione del territorio, significa al contrario nuova vita. Dare vera fiducia significa che quando uno, giovane o meno giovane, cittadino o montanaro, locale o straniero, va in banca a chiedere aiuto economico, il prestito per la sua attività non gli debba essere negato per la sua provenienza o presunta inesperienza. Non deve più ripetersi l’ostracismo dei poveri che l’emozionale film di Giorgio Diritti Il vento fa il suo giro così magistralmente denunciò a suo tempo (2005).

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