Un osservatorio stabile su limitazioni e criticità nelle nostre montagne

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Editoriale di Vincenzo Torti, Presidente generale del Club Alpino italiano, pubblicato originariamente sul numero di Giugno 2018 di Montagne360, il mensile del CAI.
Socie e Soci carissimi, durante il recente incontro di Catania con i rappresentanti delle Sezioni siciliane, in occasione della prevista giornata di studi per titolati e dirigenti, sui temi della responsabilità e delle coperture assicurative (progetto RAM), ho avuto modo di soffermarmi sul tema della libera frequentazione della montagna, per un duplice ordine di motivi.
Un primo, per il fatto che in quell’area è particolarmente avvertito il disagio connesso alla situazione dell’Etna che, purtroppo e da molto tempo, risulta ingessata da divieti e provvedimenti che, ponendo l’accento esclusivamente sul cosiddetto rischio vulcanico, omettono totalmente di considerarne la prioritaria e innegabile natura di montagna, oltre che il ridottissimo numero di incidenti riconducibili a eruzioni. Secondariamente, ma non per importanza, per il fatto che, proprio in questi giorni, sta riprendendo struttura e funzionalità quell’Osservatorio per la Libertà in Montagna che, frutto di un’idea condivisa nel maggio 2012 da Carlo Bonardi, Maurizio Dalla Libera, Alessandro Gogna, Pier Giorgio Oliveti, Claudio Picco, Erminio Sertorelli, Giacomo Stefani, Renato Veronesi, Carlo Zanantoni e altri, si proponeva lo scopo di tutelare la libertà e la gratuità dell’accesso in montagna, contribuendo a proteggerne il patrimonio culturale, evitando unilaterali restrizioni alla pratica alpinistica con divieti generalizzati, ma promuovendone, in ogni caso, una frequentazione responsabile. Anche su sollecitazione del nuovo Presidente del Caai Alberto Rampini, oltre che degli iniziali ideatori, quel progetto è stato ripreso, supportandone la pratica realizzazione, prevedendo un adeguato piano di comunicazione e dotandolo di una struttura di riferimento, in grado sia di ricevere dai Soci, e non solo, sia di rendere disponibili a tutti i potenziali interessati, un costante flusso di informazioni, frutto di un costante monitoraggio circa l’effettiva, o meno, accessibilità delle montagne italiane. Lo scopo prioritario è quello di disporre di dati e segnalare eventuali criticità sia quanto all’accesso, rispetto alla “libertà di”, sia quanto a presenze non consentite di mezzi o proliferazioni di impianti, rispetto alla “libertà da”.
Il meccanismo, come acutamente colto da Beppe Leyduan, in un recente articolo sul patrimonio escursionistico del Piemonte, è sostanzialmente quello del passaparola, quello che consente a chi va in montagna di fare “una scelta di libertà nel momento in cui esce di casa, perché sa che ci sono montagne libere ad accoglierlo”. Il che non è sempre vero e, talvolta, la carenza di informazione si traduce in disagi, problematiche in corso di attività, quando non in sanzioni per violazioni non preventivate.
Per la miglior riuscita del progetto è stato costituito uno specifico Ufficio Stampa Osservatorio Libertà, che impiegherà tutti gli strumenti di comunicazione disponibili per fornire le più puntuali, e si auspica tempestive, indicazioni. Il tutto, però, senza mai dimenticare che, per il Cai, la libertà di accesso alle montagne presuppone sempre una adeguata preparazione e un elevato senso di responsabilità, verso se stessi e verso gli altri.
Una libertà, quindi, mai disgiunta dalla capacità di rinunciare, come ci ha ben insegnato Hervè Barmasse in occasione della salita allo Shisha Pangma (8027 m), lungo la parete sud e a tempo di record. “Mancavano meno di tre metri – ricorda Hervè – per essere sul punto più alto della montagna, forse solo una cornice di neve, ma ad ogni passo il manto nevoso si assestava con rumori preoccupanti. Ci siamo guardati e con un cenno d’intesa siamo ritornati sui nostri passi, al sicuro per goderci il panorama e scattarci una foto a testa”. Una rinuncia che, per l’oggettiva pericolosità della montagna, come Reinhold Messner ha più volte ribadito al recente Trento Film Festival, può fare la differenza tra vivere o morire.

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