Passi chiusi nelle Dolomiti?

Sulle pagine del quotidiano Alto Adige si è recentemente riaperta la questione dell’eccessivo traffico in stagione estiva sui valichi dolomitici, con conseguente inquinamento sonoro e dell’aria.
Reinhold Messner è intervenuto nella discussione e ha identificato come soluzione ideale quella della chiusura dei passi per 5-6 ore al giorno alle auto e alle moto. Chi non può spostarsi a piedi o in bici potrà utilizzare gli impianti o, in caso di chiusura di questi, dei bus-navetta, che verranno predisposti.

La “cittadella” del Passo Pordoi
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Passi chiusi nelle Dolomiti?
di Antonella Mattioli
(intervista pubblicata su Alto Adige il 7 luglio 2016)

«Bisogna chiudere i passi dolomitici almeno 5-6 ore al giorno». Dopo Luca Mercalli, noto volto televisivo ma soprattutto uno dei massimi climatologi ed esperti di meteorologia a livello internazionale, oggi è Reinhold Messner, il primo uomo al mondo ad aver scalato i 14 Ottomila, ad entrare nel dibattito, aperto dall’Alto Adige, sull’utilizzo delle strade che salgono ai passi all’ombra delle Dolomiti, montagne famose in tutto il mondo da sempre e diventate attrazione mondiale da quando sono patrimonio dell’Unesco: non c’è tour operator che non inserisca il giro dei passi nel programma.

Reinhold Messner
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Macchine, pullman gran turismo, e poi moto e bici: in estate su quelle strade è il caos. Tradotto significa un rumore spacca timpani che arriva fin sulle cime e inquinamento. Ad ogni estate, ormai da anni, si discute di possibili soluzioni: c’è chi spinge per l’introduzione di un ticket che valorizzerebbe i passi – perché solo ciò che si paga ha un valore – ma non ridurrebbe il caos, anzi molto probabilmente lo aumenterebbe; e chi invece preme per la chiusura, in certe ore del giorno, sull’esempio di quanto si fa in occasione della Maratona dles Dolomites e ancora prima con il Bike day dove si chiudono i passi Campolongo, Pordoi, Sella, Gardena; tra le iniziative analoghe, quella dell’ultima domenica di giugno con la chiusura del passo delle Erbe, o a fine agosto per lo Stelvio.

Maratona dles Dolomites
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«È vero che se ne parla da anni – ammette Messner – ma adesso è arrivato il momento di fare. Per me la soluzione ideale è chiudere i passi a macchine e moto in una determinata fascia oraria: un’idea potrebbe essere dalle 10 di mattina alle prime ore del pomeriggio. Questo consentirebbe a chi vuole comunque salire in macchina o in moto di farlo ma fino a una determinata ora, poi stop ai motori e largo a chi va in bici o a piedi. Ad eccezione ovviamente di chi gestisce i rifugi e delle guide».

Bello, ma non tutti possono permettersi di andare a piedi o in bici.
«Chi non può farlo, ci andrà con gli impianti. Scusi, all’Alpe di Siusi non funziona così? E quando non ci sono gli impianti, si metterà un bus-navetta. Un servizio simile funziona anche al mio Castel Juval. Va benissimo e nessuno si lamenta. Anzi, serve a valorizzare un luogo. A far sì che le persone si chiedano dove vanno e perché quel determinato posto è off limits, in certe fasce orarie, per i motori. Solo se andiamo a piedi o in bici, ovvero con un ritmo lento, possiamo veramente apprezzare ciò che ci circonda. Altrimenti è tutta una corsa, al termine della quale non ci rimane niente. Per non parlare del rumore: vai nel gruppo del Sella e senti il rumore delle moto che affrontano i tornanti del passo. Un incubo per chi s’illudeva di immergersi nel silenzio delle montagne».

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Molti ristoratori e operatori turistici però sono contrari: non vogliono neppur sentir parlare di chiusura dei passi, è già un problema far loro accettare due giorni all’anno.
«Sbagliano. Ma siccome so che ci sono queste resistenze, l’iniziativa deve partire dalle Province di Bolzano, Trento e Belluno».

I ristoratori temono di veder ridotti i loro affari, perché chi arriva in moto o in auto spende in genere di più di chi arriva in bici o a piedi.
«Non è così. Il turismo in bicicletta è un turismo di qualità. Perché se è vero che sui passi ci si va in bicicletta, nelle vallate limitrofe ci si arriva con la macchina. Si dorme negli alberghi, si fanno acquisti nei negozi. La dimostrazione che quello che dico è vero è il successo enorme che riscuote ogni anno la Maratona dles Dolomites. Ci sono migliaia di appassionati che arrivano da ogni parte del mondo e prima di scalare i passi si fermano negli alberghi».

L’assessore Richard Theiner sta pensando all’introduzione di un pedaggio sul passo dello Stelvio: lei cosa ne pensa?
«In quel caso il pedaggio potrebbe anche starci perché l’ipotesi allo studio è quella di creare una sorta di percorso museale lungo i tornanti che portano al passo. Il ticket però – lo dimostrano le iniziative promosse in altre parti del mondo – non serve a ridurre traffico e inquinamento. Le cose a pagamento diventano automaticamente interessanti e quindi – costi quel che costi – si vuole andarci».

Considerazioni
Ovviamente questa soluzione non è nuova: è da anni che se ne parla, come dell’ipotesi di predisporre un ticket per l’accesso, ottenendo però sempre la contrarietà di operatori turistici e ristoratori, che temono di vedere i propri introiti ridotti.
Ma vediamo quali possono essere i precedenti e le iniziative similari.

Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, e l’ex premier Romano Prodi oggi al Mapei Day del 2012
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Lo Stelvio, per quel che riguarda la chiusura al traffico, detta la linea. Il più alto dei passi italiani e tempio del ciclismo mondiale vede i suoi tornanti riservati alle bici e vietati ad auto e moto due volte l’anno: una è per la Giornata della bicicletta che quest’anno si celebra il 27 agosto. I numeri sono impressionanti: nel 2015 furono 12.100 i ciclisti che raggiunsero i 2.758 metri del passo. In 2.550 da Bormio e in 9.550 da Trafoi. L’altra giornata è quella del Mapei day, idea dell’ex presidente di Confindustria Giorgio Squinzi – anche «numero uno» del Sassuolo Calcio e della squadra ciclistica che spadroneggiò in Europa per tutti gli anni Novanta – concretizzata dall’Unione Sportiva Bormiese. Il 10 luglio 2016 i 27 tornanti verso lo Stelvio sono stati chiusi e percorsi da oltre 3 mila ciclisti e podisti ai quali era riservata la strada. Erano in programma infatti cronoscalata e passeggiata per le bici e una corsa in salita per i runner. Iscritti da tutto il mondo, rientro in navetta dalle 14, con una mobilitazione da D-Day. E sempre da quell’ora traffico poi riaperto per chi lo Stelvio aveva voglia di vederlo salendoci in macchina o in moto.

La Valtellina ha puntato molto sul cicloturismo, una scelta obbligata dopo il calo di presenze segnato negli anni Ottanta e Novanta. Senza un perché esatto, i turisti sembravano preferire altre località: Dolomiti, Val d’Aosta. «Come ne siamo usciti? Semplicemente volgendo lo sguardo verso l’alto – ricorda Wilma Sosio, proprietaria dell’hotel Genzianella a Bormio – verso le vette dello Stelvio e del Gavia. I templi del ciclismo». Ecco perché quasi tutti gli hotel da queste parti si sono riconvertiti all’insegna del bike-friendly: garage riservati alle bici, rastrelliere, meccanici H-24, persino docce e lavanderie, merchandising con maglie nuove e vintage, quelle di Coppi, Bartali e Gimondi. Senza contare i tour guidati, promossi dagli enti turistici in ogni modo, sul web e persino con «inviati speciali» – albergatori e ristoratori – che periodicamente vanno all’estero, magari autotassandosi, a magnificare la Valtellina, dai pizzoccheri alle salite del Mortirolo e le vittorie di Pantani.

A tutto ciò si è aggiunta la proposta delle bici a pedalata assistita, sia d’estate che d’inverno.

Un indotto totale che si è sviluppato sempre più: e ora da aprile a settembre i gruppi degli appassionati del pedale sono sempre di più, in arrivo da tutto il mondo, soprattutto inglesi e australiani che, grazie alle vittorie al Tour di Wiggins, Froome ed Evans, hanno riscoperto la bicicletta. Ma sono tantissimi i belgi, gli americani e i tedeschi.

Sella Ronda Bike Day
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I valichi dolomitici restano chiusi al traffico a motore due volte l’anno: in occasione del Sellaronda Bike Day (giunto all’undicesima edizione con circa 20.000 partecipanti, chiusura dei passi del Sella, Gardena, Pordoi e Campolongo, anello circolare di 58 km), e della Maratona dles Dolomites. Quest’ultima contempla nel suo percorso il superamento di 7 passi: Passo Campolongo, Passo Pordoi passando per il Sellaronda con il Passo Sella e il Passo Gardena, il doppio superamento dei Passi Falzarego, Giau e Valparola.

Alla prima maratona (1987) parteciparono 166 ciclisti. Da alcuni anni è stato inserito il numero chiuso di 8.500 partecipanti, numero di molto inferiore alle oltre 20.000 richieste di ogni anno.
In Italia c’è già un passo che vede il transito «contingentato» per regolare il flusso dei turisti. E’ il Passo del Rombo, 2509 metri di altezza, al confine tra Italia e Austria: mette in comunicazione la Val Passiria in Alto Adige e la Ötztal in Tirolo. Per salire al passo si paga: tariffe dai 16 ai 28 euro a seconda del veicolo, auto, moto, pullman o van. Per le bici non c’è pedaggio.

Richard Theiner
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Ancora lo Stelvio potrebbe introdurre una novità clamorosa. Che però riguarderebbe auto e moto, ma anche le bici. L’ingresso sarebbe a pagamento già dal 2017: l’idea dell’assessore della provincia di Bolzano Richard Theiner – più di un progetto e assai concreta – è quella di valorizzare le strada verso il passo arricchendola con infrastrutture attraenti per famiglie e ciclisti. Insomma: un gigantesco museo a cielo aperto e il ticket – ancora da definire il prezzo – sarebbe l’equivalente del biglietto. Una proposta inserita in un riordino delle competenze amministrative sul parco. Ricordiamo che a gennaio 2016 è arrivata la ratifica del presidente della Repubblica Mattarella e il 23 febbraio la norma di attuazione sul riassetto del parco nazionale dello Stelvio è entrata in vigore.

Sul Galibier, tra i Col Réservés
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Vars, Izoard, Galibier… In Francia da svariati anni, nella regione dell’Hautes Alpes (che comprende parte della Provenza, delle Alpi Marittime e della Savoia) si punta molto sull’iniziativa dei «Col Réservés». Ovvero la chiusura cadenzata del transito di auto e moto dei passi del Tour, quelli del mito: si è iniziato timidamente, con sole quattro giornate tra luglio e giugno. Ma via via le adesioni dei Comuni, che vedono sempre più cicloturisti, si sono moltiplicate. E ora qui, a un tiro di schioppo dal Piemonte, sono addirittura 16, scaglionate tra luglio e agosto, le giornate riservate alle bici. Ci sono tutti i passi, grandi e piccoli: compreso il Colle dell’Agnello al confine italo-francese. Ma ovviamente si sale, al riparo dal traffico veicolare, solo dal versante transalpino… Alcuni valichi, come il Vars, addirittura propongono lo stop ad auto e moto due volte in pochi giorni. Ma in Francia il numero complessivo di queste giornate «riservate» s’ingrossa sempre più: dalla Costa Azzurra all’Iseran non c’è località che non pensi ai ciclisti. Chiude spesso lo spettacolare «l’anello dei tre passi» – Col d’Allos, des Champs e la Cayolle – che nel 1975, durante il transito del Tour, vide l’epocale sconfitta di Eddy Merckx e la fine dell’era del Cannibale. E sulla Loira le strade di campagna che costeggiano il fiume e i castelli vengono transennate per consentire una «festa della bici» alla quale partecipano migliaia di persone.

Sul Großglockner, in Austria, altra meraviglia alpina: qui c’è la Hochalpenstrasse, che scavalca gli Alti Tauri, con i suoi 48 km e 36 tornanti. Per percorrerla, pagano tutti: automobilisti, motociclisti e ciclisti. Questi ultimi a partire dal 2011, quando venne introdotta la novità: 5 euro a testa. La ragione? Ogni giorno i cicloturisti sono tanti, tantissimi. Sempre di più: creano problemi come tutti gli altri visitatori motorizzati. Cadute, guasti meccanici, magari liti con quelli su auto e moto. Servono soccorsi, personale della protezione civile. Morale: per pedalare devono versare un pedaggio. Come tutti.

Il Giro d’Italia 2011 al Großglockner. Foto: AP
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