Perché vietarci di andare in montagna?

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Perché vietarci di andare in montagna?
a cura di Pasquale Iannetti e Redazione

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Sabato 24 marzo, presso la bellissima sala convegni dell’Hotel Fiordigigli alla Villetta di Assergi (AQ), organizzata dall’Associazione Teknoalp Mountain Club e con il patrocinio delle Guide Alpine Italiane e dell’Amministrazione Separata Beni Usi Civici (ASBUC) di Assergi (AQ), si è tenuta una Tavola Rotonda il cui tema era: Perché vietarci di andare in montagna. Le ordinanze contingibili e urgenti per la tutela e l’incolumità pubblica ed i relativi divieti.
Grande è stata l’affluenza di un pubblico qualificato e seriamente motivato di amanti e frequentatori delle montagne del nostro territorio.

Nello sviluppo delle relazioni e nella relativa discussione, si è sottolineato che la montagna è uno spazio di libertà e non di coercizione e, come tale, comporta un elevato senso di responsabilità da parte di chi la frequenta, che normalmente possiede capacità, conoscenza e competenza.

Questo è il principio fondamentale: non si può regolamentare la frequentazione delle montagne, perché questo comporterebbe una limitazione della libertà dell’uomo che è uno dei capisaldi di tutte le attività che si praticano al suo interno e non solo. L’irresponsabilità di alcuni non può essere pagata da tutti gli altri. La sicurezza in montagna non aumenta con le sanzioni e i divieti, anzi si costruisce solo attraverso il lavoro di formazione, prevenzione ed informazione svolto dalle scuole del CAI e da quelle delle Guide Alpine.

L’inverno passato 2017-18, sull’onda della tragedia dell’Hotel Rigopiano, tutti i Sindaci delle aree montane (Castel del Monte, L’Aquila, Farindola, Penne, Campotosto, Barrea, Roccaraso, Scanno, Ovindoli, Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo, Fano Adriano e Pietracamela) hanno emesso delle ordinanze di divieto delle attività alpinistiche, sci-alpinistiche, di fondo, di sci escursionistico e di ciàspole.
Si sarebbero dovuti opporre con fermezza, a questi allucinanti provvedimenti, la Regione Abruzzo, l’Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il Club Alpino Italiano. Purtroppo, di questi, solo il CAI Centrale ha emesso un comunicato stampa con preghiera di diffusione.

Pasquale Iannetti, Guida Alpina e presidente di Teknoalp, è stato l’organizzatore e l’anima del convegno: egli era già ben noto al pubblico in quanto già nel 1999 aveva formalmente sconsigliato al Comune di Farindola la costruzione proprio in quel punto dell’albergo di Rigopiano. Iannetti ha introdotto il dibattito, illustrando come tali ordinanze danneggiano pesantemente la professione di guida alpina e gli operatori del settore turistico montano e che dunque, dopo avere fatto inutili ricorsi alla Prefettura di Teramo, ha da poco effettuato una denuncia alla procura verso il Sindaco di Fano Adriano, autore di una ordinanza a tempo indeterminato.
Il moderatore Stefano Ardito, il quale da anni si batte con articoli e interventi sulla tormentata problematica, ha sottolineato come i divieti dei sindaci stanno dilagando sia in inverno che in estate e che spesso restano poi in vigore per sempre. Limitando molte zone allo sci alpinismo e alpinismo invernale e arrampicata sportiva in una situazione atipica solo abruzzese. Ha introdotto poi il tema della “libertà responsabile” nell’andare in montagna, sviluppato poi nel corso del dibattito.

Tavola Rotonda, 24 marzo 2018: da sinistra, Pasquale Iannetti, Stefano Ardito, Roberto Colagrande e Vincenzo Cerulli Irelli. Foto: Luigi Tassi

E’ intervenuto poi il primo dei due relatori ufficiali, il prof. Vincenzo Cerulli Irelli, anch’egli appassionato scialpinista. Cerulli Irelli ha fatto una panoramica sulla legge nazionale 363 e sulla legge regionale 24 per quanto concerne le norme per lo sci fuoripista e scialpinismo. Ha affermato che i Parchi che attuano una politica restrittiva sulle attività umane, tanto da provocare uno spopolamento diffuso delle popolazioni residenti, deve rivedere la propria azione di protezione. I Parchi devono rivedere la gestione dell’intero ecosistema, ponendo l’uomo al centro del sistema. Ha poi introdotto il tema giuridico delle ordinanze sottolineando che ogni individuo, nello sport come nella vita è libero di fare ciò che vuole, purché non disturbi la sicurezza degli altri. Quindi forse lecite le ordinanze dei sindaci nei comprensori sciistici, sicuramente no invece al di fuori, nella specifica per lo sci alpinismo.

Il secondo relatore ufficiale, l’avv. Roberto Colagrande, ha ripercorso e illustrato il ricorso al TAR effettuato per conto della Associazione Abruzzo Freeride Freedom avverso due ordinanze dei sindaci di Roccaraso e l’Aquila. Ha spiegato che lo scopo principale non era tanto l’annullamento delle ordinanze in sé, dopo quattro anni chiaramente scadute, quanto un orientamento del TAR sulla questione. Che purtroppo – la sentenza è uscita proprio nei giorni scorsi – non c’è stato, rendendo vana l’azione del ricorso sotto questo profilo. Un piccolo risultato viceversa c’è stato laddove il TAR annullando l’ordinanza dell’Aquila, ha sancito che tali ordinanze “contingibili e urgenti” devono avere una durata limitata.

Villetta di Assergi, Hotel Fiordigigli, 24 marzo 2018. Foto: Luigi Tassi

Molto significativo e apprezzato anche l’intervento del Presidente del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Tommaso Navarra e altrettanto costruttivo quello del vice Presidente della Regione Abruzzo Giovanni Lolli, grande appassionato di montagna, il quale ha subito fatto capire il suo interesse a risolvere la questione delle ordinanze, dichiarando con tono scherzoso ma preoccupato che anche lui si è trovato più volte ad infrangere delle ordinanze come scialpinista praticando di fatto delle zone “proibite”. Ha sottolineato come i Sindaci siano spesso gravati da grandi responsabilità in tutti i campi della pubblica amministrazione e come spesso siano poi bersaglio facile quando succede qualcosa. Si è poi attivamente offerto di volere fare qualcosa per risolvere la questione, sulla base delle risultanze del convegno.
Si è impegnato personalmente a convocare, a breve, tutti i sindaci montani per concertare, in collaborazione con i soggetti competenti in materia, una strategia che metta in accordo la sicurezza del proprio territorio con ordinanze che non ledano gli interessi di chi lavora in montagna e di coloro i quali praticano gli sport montani (scialpinismo, freeride, ciàspole, escursionismo, alpinismo).

Si sono susseguiti poi gli interventi di Fabrizio Antonioli (istruttore nazionale di alpinismo, che ha ricordato il caso della falesia di Gaeta, dove gli incontri tra il CAI e il Comune hanno permesso di limitare i divieti); di Germana Maiolatesi, alpinista e sciatrice dell’estremo, che ha spinto a ricorrere, quando necessario, alla disobbedienza civile (pratica peraltro già spesso riscontrabile nell’attuale attività di alcune Sezioni del CAI e dei professionisti, NdR); di Ilona Mesits, di Pierluigi Parisse. E’ stata poi la volta del dott. Giulio Verdecchia dell’Associazione Abruzzo Freeride Freedom.
Verdecchia, prima di illustrare i cinque punti del suo intervento ha anticipato la conclusione. Premesso che probabilmente la nostra associazione proseguirà la battaglia legale facendo ricorso al Consiglio di Stato, ha invitato Giovanni Lolli a proseguire quanto efficacemente intrapreso dal consigliere Regionale Pierpaolo Pietrucci due anni fa: fare cioè una nuova riunione con tutti i sindaci interessati per risolvere la questione. Prendendo assolutamente spunto da quanto si fa sulle Alpi. Poi Verdecchia ha spiegato che il freeride è uno sport “nuovo” che anni fa non esisteva. Le stazioni da sci devono dunque attrezzarsi per “gestire” il freeride. Secondo Verdecchia, su questo punto in Abruzzo si è dieci anni indietro. E che, avendo i media criminalizzato non solo il freeride ma tutti gli appassionati di sport invernali, la strada parte già in salita.
Verdecchia, ha poi illustrato i riferimenti normativi in base ai quali i sindaci fanno le ordinanze. E la “ratio” delle suddette: incolumità pubblica, incolumità privata, e… incolumità “dei sindaci”. Facendo presente che il processo di emissione delle ordinanze è pesantemente influenzato dalla legge sulla protezione civile e dunque dalle comunicazioni che la Meteomont invia ai sindaci, invitandoli spesso a “vietare” lo sci fuoripista o attività in montagna.
Altri interventi sono susseguiti. Tra questi in particolare Paolo Baldi ha rappresentato l’annosa questione della chiusura della strada di Fonte Vetica, di accesso a numerose gite sci alpinistiche sul Gran Sasso. Testimoniando, da gestore del Rifugio della Rocca di Calascio, come numerose comitive di scialpinisti stranieri con tanto di guida alpina siano stati in varie occasioni intercettati dalle forze dell’ordine con ordinanze in vigore. Con il risultato che non vengono più in vacanza in Abruzzo.

Di contro a tante autorevoli presenze, si è dovuta purtroppo constatare l’assenza dei Prefetti di L’Aquila, Teramo e Pescara. Inoltre, non era presente nessun Sindaco e cosa ancor più grave mancavano il Collegio delle Guide Alpine d’Abruzzo e le Guide Alpine stesse (erano presenti solo Giampiero Di Federico e il sottoscritto). C’erano tre soli Accompagnatori di Media Montagna e non ha aderito alcuna sezione abruzzese del Club Alpino Italiano, ad eccezion fatta di Vincenzo Brancadoro e di alcuni membri del nuovo consiglio direttivo del CAI di L’Aquila, venuti a portate il loro sostegno e i loro saluti poche ore prima della loro elezione.

Giovanni Lolli. Foto: Luigi Tassi

Conclusioni
E’ stato chiarito che, anche alla luce della recentissima sentenza del TAR Abruzzo n. 00107 del 22.03.2018, che le Ordinanze devono essere emesse a tempo determinato.

E’ stato messo in particolare evidenza che un’ordinanza è un atto temporaneo di urgenza cui deve poi far seguito la messa in opera di tutto ciò che serve a ripristinare la sicurezza. Non può e non deve essere solo un modo facile e sbrigativo con cui un Sindaco possa risolvere i problemi, credendo di mettersi a posto la coscienza. Quello, poi, che più danneggia la comunità è il fatto che troppo spesso, anche se il motivo dell’ordinanza cessa, nessun Sindaco si preoccupi di revocarla, lasciando che per anni il provvedimento resti in vigore. E’ il caso di quella emessa dal Sindaco del Comune di Fano Adriano in provincia di Teramo che dal 30 gennaio 2017 è ancora in vigore. Vedi tra i documenti al fondo dell’articolo.

E’ stato anche accertato che non esiste alcuna norma di legge che autorizzi i gestori degli impianti di risalita ad apporre i cartelli di “Divieto di sci fuori pista e di free ride” affissi nelle aree del bacino sciistico. Infatti la legge 24/2005 al comma 4 prevede non il divieto di fare lo sci fuori pista e di free ride, ma l’obbligo di sconsigliare l’attività fuoripista nel caso le condizioni siano oggettivamente di pericolo.

L.R. n. 24 dell’8 marzo 2005 – Art. 99 Sci fuoripista e scialpinismo

  1. Il concessionario e il gestore dell’area sciabile attrezzata, o di parte di essa, non sono responsabili di incidenti che possano verificarsi nei percorsi fuoripista anche se accessibili dagli impianti di propria competenza, purché sugli stessi sia apposta idonea segnaletica di divieto di accesso o di pericolo di frane o valanghe.
  2. E’ sempre vietato lo sci fuoripista lungo pendii interessati attivamente o passivamente da rischio di eventi valanghivi potenzialmente connessi con l’area sciabile attrezzata.
  3. In ogni caso, i praticanti dello scialpinismo devono munirsi, laddove le condizioni climatiche e della neve favoriscano evidenti rischi di eventi valanghivi, di appositi sistemi tecnici ed elettronici per il rilevamento e il soccorso.
  4. Quanto disposto nel presente articolo deve essere indicato sulla documentazione d’informazione all’utente, e indicato su cartelli esposti presso le stazioni di partenza e arrivo degli impianti di risalita.

(Nota: Il comma 4, parlando d‘informazione, sembra non essere del tutto concorde con il comma 1, laddove si parla di divieto di accesso, NdR).

Al riguardo della prevenzione dei rischi da valanga, ecco la corretta procedura:
Art. 17 Commissione comunale per la prevenzione dei rischi da valanga.

  1. Nei Comuni con territori interessati da rischio da valanghe, le ordinanze di cui agli artt. 15 e 16 sono emesse dal Sindaco, dopo aver sentito, salvi i casi di urgenza, il parere di apposita Commissione di Comuni singoli o associati per la prevenzione dei rischi da valanghe.
  2. Della suddetta Commissione, da costituirsi con delibera della Giunta comunale, fanno parte:
  3. a) il funzionario preposto all’Ufficio tecnico comunale, che svolge anche le funzioni di segretario;
  4. b) il responsabile della stazione forestale competente per territorio;
  5. c) la guardia boschiva comunale, qualora sussista il posto nell’organico del Comune;
  6. d) un esperto in materia di valanghe, designato dal Sindaco;
  7. e) un esperto in materia di valanghe, designato dal Corpo nazionale soccorso alpino del C.A.I.;
  8. f) un esperto in materia di valanghe, designato dal Collegio regionale delle guide alpine.

Ai sensi dell’art.16 della citata legge, le ordinanze non possono essere emesse in modo generico, ma devono essere precise e circostanziate, indicando con esattezza la zona interessata dal fenomeno.
Art. 16 (L.R.18.02.1992 n. 47) Limitazioni della circolazione nelle zone sottoposte a rischio valanghivo.

  1. Nelle vie e nelle aree di pubblica circolazione, sugli impianti e nelle piste sciabili aperte al pubblico, il Sindaco, in situazione di imminente pericolo, provvede a limitare, condizionare o interdire la circolazione per il tempo ritenuto necessario e ad ordinare opportune misure per garantirne la sicurezza.
  2. I divieti e le limitazioni alla circolazione sono resi noti con apposita segnaletica, garantendone, se del caso, la visibilità notturna. Tali indicazioni sono sistemate a cura degli enti proprietari delle strade ovvero dei proprietari e/o gestori degli impianti di risalita e delle piste di discesa e di fondo, cui l’ordinanza del Sindaco dovrà essere tempestivamente comunicata.
  3. I gestori e gli enti suddetti, ovvero il responsabile in loco dagli stessi designato, sono altresì obbligati ad adottare tutte le misure necessarie a garantire l’incolumità delle persone in transito o altri provvedimenti di competenza, quando l’imminente pericolo sia loro noto o presumibile, a prescindere o in pendenza dell’emissione dell’ordinanza di cui al comma primo; essi forniscono al Sindaco immediata notizia della situazione di fatto e dei provvedimenti assunti.

Come si evince dalla lettura dell’art. 16, il legislatore ha indicato correttamente cosa deve fare un Sindaco quando sul suo territorio c’è un esagerato carico di neve e un eventuale pericolo di caduta valanghe.



Nel caso di specifici pericoli che riguardano la pubblica incolumità e che esigono l’applicazione d’interventi immediati il Sindaco può emanare provvedimenti che ordinino il divieto di percorrenza sulle strade e sulle aree di competenza del Comune; tutto questo fino a quando non siano stati adottati gli strumenti e i meccanismi idonei ad eliminare la predetta situazione e ripristinare così, lo status quo ante.
E’ stato sottolineato che bisogna mettere la parola fine a questo meccanismo contorto e perverso per il quale le ordinanze non vengono revocate, perché le conseguenze di queste azioni le pagano in primis chi abita e chi lavora in montagna e poi chi la frequenza per diletto.

Non è compito del Sindaco preoccuparsi se un alpinista si reca sulle montagne del suo comune o se questi sfortunatamente viene investito da una valanga o da una slavina. In montagna non si possono portare i limiti e le disposizioni legislative che vigono nelle città.

Nell’arco alpino questo concetto è stato oramai assimilato da tutti i Sindaci con questo il principio:
Un cittadino ha facoltà di frequentare liberamente la montagna senza sottostare a norme che regolano i comportamenti o che stabiliscono patenti d’idoneità. Ci possono essere delle aree che momentaneamente vengono interdette per tutelare l’incolumità degli abitanti ma, l’arrampicata, lo scialpinismo e l’escursionismo sono attività che presentano dei rischi e chi li pratica se ne assume la piena responsabilità; sono soprattutto le competenze e il livello di preparazione fisica e psichica che possiede l’individuo a stabilire il grado di percezione del rischio.
La montagna è, e deve continuare a essere un luogo di libera frequentazione perché è uno spazio di libertà e non di coercizione”.

Pasquale Iannetti. Foto: Luigi Tassi

7 spunti di riflessione per la difesa della libertà dei cittadini italiani e del diritto al lavoro dei professionisti della montagna
di Paolo Caruso

1. Consapevolezza che il problema dei divieti negli Appennini è diventato in questi ultimi anni insostenibile e sempre più generalizzato: è importante evitare l’errore di ritenere questo problema come un fenomeno locale piuttosto che considerarlo, come di fatto è da oltre 10 anni, un grave problema comune e generale. Tutto ciò ora si verifica negli Appennini ma, continuando così, a breve i divieti compariranno anche sulle Alpi in modo sempre più prepotente…
2. Consapevolezza che il territorio naturale è ed è sempre stato soggetto alle leggi della natura: non può e non deve essere confuso con le opere manufatte e costruite dall’uomo (es. ponti, strade, case, vie ferrate ecc..) per le quali l’uomo stesso è l’unico responsabile della costruzione. Chi fruisce della natura lo fa a suo rischio e pericolo: non si può chiudere una montagna perché cadono i sassi! Bisogna far sapere a coloro che gestiscono le pubbliche amministrazioni, ma anche ai cittadini che votano coloro che governano l’Italia, che l’erosione delle montagne è un fenomeno naturale. E’ quindi normale che cadano sassi, così come è normale il fenomeno delle valanghe ecc.: così è sempre stato e sempre sarà. Altrimenti a breve si chiuderanno anche i boschi perché cadono i rami, le pinete perché può cadere una pigna in testa a qualcuno e i mari a causa delle onde… Quello che può e anzi deve esserci è una giusta INFORMAZIONE. Esempio: quando alcuni anni fa si è verificato un importante crollo sul Cervino, la regione Val D’Aosta si è limitata a “sconsigliare” la salita allo stesso monte per questioni di sicurezza, senza intervenire con alcun tipo di divieto.
3. In alcuni casi, ove realmente necessario, le autorità potrebbero intervenire con alcune limitazioni ma in ogni caso queste stesse limitazioni NON POSSONO e NON DEVONO essere estese ai professionisti della montagna che per legge sono la categoria preposta alle attività escursionistiche, alpinistiche e sci alpinistiche nel territorio montano e, piuttosto, dovrebbero essere coinvolte per consentire la fruibilità del territorio stesso in una maggiore sicurezza da parte dei cittadini.
4. Si considera importante valutare la possibilità di presentare denuncia/querela per procurato allarme contro soggetti che, segnalando pericoli ingiustificati o esagerati in un territorio naturale, diffondono il panico tra le pubbliche amministrazioni e l’opinione pubblica. Esempio: il caso dell’ordinanza vigente sulla Sella dei Grilli nel gruppo del Gran Sasso. Se dopo 12 anni la “incipiente instabilità” e “il potenziale pericolo” di crollo segnalati dall’Istituto Nazionale della Montagna (IMONT) il 21/9/2006 non hanno dato luogo ad alcun evento, esiste la possibilità che si tratti di procurato e ingiustificato allarme per il quale lo stesso soggetto dovrebbe essere chiamato a rispondere, secondo le leggi italiane ed europee.
5. Si ritiene importante valutare la possibilità di ricorrere contro coloro che ostacolano la frequentazione delle montagne con motivi discutibili, non condivisi e non oggettivamente dimostrabili, ivi incluso il caso di Comuni, Province, Regioni, Enti Parco ecc. che introducono e mantengono in modo persistente divieti, ordinanze, regolamenti di carattere provvisorio e perfino allarmanti, antidemocratici e discriminatori, come il DD. 384/2014 del Parco Naz. Monti Sibillini o come l’ordinanza 35 del 22/8/2006, emessa dal Comune di Isola del Gran Sasso, che vieta l’accesso a tutto il Paretone del Corno Grande e che risulterebbe tutt’ora in essere.
6. Si ritiene altresì necessario valutare la possibilità di ricorrere contro coloro che favoriscono e di fatto hanno sostenuto i suddetti divieti: come l’attuale dirigenza del Collegio Nazionale delle Guide Alpine che in alcuni casi sembrerebbe non tutelare adeguatamente le professioni della montagna. Vedi a questo proposito quanto avvenuto a seguito del già citato DD. 384/2014 del Parco Naz. dei M. Sibillini nel caso della lettera del 5/11/2015 inviata dal Presidente del Collegio
Nazionale delle Guide Alpine alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e quanto sta avvenendo attualmente nella irragionevole politica che sembrerebbe voler eliminare la rappresentanza italiana dell’Associazione Italiana Mountain Leader (AIML) che è dal 2009 il referente in Italia della UIMLA; o come la dirigenza del Collegio Regionale delle guide alpine delle Marche che ha collaborato attivamente alla stesura dello stesso DD. 384/2014; oppure ancora, come il presidente di detto Collegio Marco Vallesi che ha firmato – ma a che titolo? con quale mandato? perché le GA italiane non sono state informate prima? conoscendo il ben noto modus operandi che in accordo con il Parco dei M. Sibillini ha causato innumerevoli problemi ai professionisti della montagna in questa zona, come si può continuare a dare credito a coloro che operano con scelte irresponsabili e non condivise? – l’ACCORDO QUADRO TRA IL COLLEGIO NAZIONALE DELLE GUIDE ALPINE ITALIANE E IL CORPO NAZIONALE DEI VIGILI DEL FUOCO, generando confusione e gravi criticità in seno alle organizzazioni che per legge sono preposte al soccorso in montagna. Il Collegio Nazionale delle Guide Alpine ha innanzitutto il dovere di impegnarsi nella difesa dell’attività principale e storica della guida alpina, coinvolgendo e valorizzando le eccellenze della categoria, e non certo sacrificare la stessa professione tradizionale di montagna in favore di attività burocratiche e di scambio che possono rientrare solo marginalmente nelle competenze professionali delle guide alpine. Per maggiori chiarimenti su alcuni dei punti suddetti, vedi il link: https://www.facebook.com/Arrampicata.Sci/videos/164072940907635/
7. Si ritiene infine indispensabile avviare una raccolta fondi per poter far fronte nel modo più efficace alle spese legali necessarie per far valere i diritti essenziali degli alpinisti e dei professionisti della montagna, a cominciare dalla libertà di poter fruire degli ambienti montani e di poter continuare a lavorare al loro interno.

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Comune di Ovindoli 8.02.2017

Comune di Ovindoli 19.01.2017

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