Pericoli tecno/giuridici in alpinismo

Pericoli tecno/giuridici in alpinismo
di Carlo Bonardi (C.A.A.I.Gruppo Centrale)

(Intervento all’assemblea del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Il titolo della relazione evidenzia come si sia ritenuto di togliere l’alpinista dai pericoli tramite tecniche e norme ma anche come ora egli sia in un altro pericolo.

Due gli ambiti esaminati: nell’evoluzione storica e nel giuridico.

Sciliar e Monte Pez al tramonto
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1) dalla nascita, in alpinismo ci sono stati materiali e tecniche per progressione e assicurazione: antiche stampe rappresentano pertiche, furono portate scale per superare passaggi, corde, ecc.; l’uso era modesto e derivato dalla vita comune.

Tra i vari aspetti emblematici, il finto duello alla pistola tra Preuss e Piaz ai primi del ‘900, in relazione alla scelta se impiegare o no i mezzi artificiali.

Per Preuss l’alpinista non doveva salire ove non fosse stato in grado di scendere: rinunciò a “competere” con quelli che tali remore non avevano e dunque a belle vie nuove o montagne; proponendo una auto-limitazione dell’altrimenti possibile, indicava e praticava un’etica di comportamento.

Oggi non è facile dire chi abbia avuto ragione tra lui e Piaz: certamente il secondo se si guarda alla massa, ma non sempre.

Un simile quadro – fosse accolta o respinta quell’etica – è comunque durato fino agli anni ’60 e un po’ dopo.

Cesare Maestri impiegava molti chiodi a pressione ma era anche un grande liberista, e lo evidenziò col presentarsi allievo al corso di Guida scendendo senza corda dalla Via delle Guide al Crozzon di Brenta: però lui e gli altri della sua generazione restavano nell’ambito della montagna ed apprezzavano l’elemento pericolo.

Allora l’ideazione, realizzazione e utilizzo di materiali e tecniche alpinistici erano opera dei praticanti e connaturati alle necessità di quel tipo di alpinismo, anche per i primi imprenditori di settore (Grivel, Cassin, ecc.).

Successivamente, si è verificato un mutamento di paradigma, consolidatosi negli anni ’80, quando due elementi almeno hanno intaccato i caratteri del precedente: l’accresciuto interesse per il c.d. “gesto” arrampicatorio, che poteva anche giungere a non cercare la montagna; e, posto che quel gesto deve essere difficile (in esso generalmente il “terzo grado” consente poca soddisfazione), la necessità di ripetutamente tentarlo ed eseguirlo senza danni e pertanto con necessità di un uso particolare di chiodi, neanche per messa in discussione del pericolo medesimo ma che semplicemente diventarono in quel senso un indifferente strumento d’esercizio.

Un altro mutamento di paradigma è nato in tale scia, pure ove il riferimento fosse ancora di montagna e vi fossero i correlati pericoli: accantonate le remore etiche o sostituitele con altre, da allora il materiale e la tecnica saranno tutto ciò che possa servire od accompagnare lo scopo, non soltanto in impieghi di base determinati, ed anche quale bene in se stesso, fermo che diversi in sostanza continuano a farne a meno o a limitarsi.

Inoltre – con l’ipotetico limite d’esaurimento delle possibilità operative – l’ambito soggettivo degli ideatori e realizzatori di materiali e (quindi) di tecnologie sarà sempre più aperto o preso da non necessariamente alpinisti, di varie provenienze: professionisti (esempio: ingegneri) o imprenditori in quanto tali.

In questi ultimi anni, si è assistito a un moltiplicarsi – per varietà e invasività – di applicazioni che possono essere dirette a facilitare e/o rendere meno pericolosa la pratica arrampicatoria o in genere alpinistica ma che non è detto siano ispirate da fini che non siano sostanzialmente solo di mercato, individuati o diffusi da chi spesso nel “nuovo” campo opera per ordinarie ragioni di profitto incrementando bisogni e desideri altrui, pure se non fa mancare qualche aumento di “sicurezza”.

Il fenomeno si vede coi droni: concepiti per motivi bellici, applicati in agricoltura, proposti per il soccorso di naufraghi, verranno impiegati per la ricerca di dispersi da valanga e poi chissà in quali ulteriori usi.

La parete est del Monviso
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2) Su questi aspetti sarebbe utile che gli alpinisti si interroghino anche quanto all’ambito giuridico, per alcune relative e negative conseguenze.

In generale, nella società della modernità e specie dal ‘900, aumentano le materie e i modi in cui è intervenuto il diritto (c.d. “giuridificazione”), a volte effettivamente per assicurare l’incolumità. Negli ultimi anni ne sono stati investiti la montagna e l’ambito alpinistico ed escursionistico, ecc., sull’affermazione del fatto che più norme diminuirebbero i pericoli, a vantaggio di tutti; però le reali matrici hanno appunto spesso natura economica, politica, amministrativa e gli alpinisti, se non vogliono subire o mettersi essi stessi nei guai, devono prestare attenzione a quanto viene a loro imposto o proposto o loro stessi richiedono.

Su tale aspetto, in numerose occasioni ho (vanamente) richiamato l’attenzione ad una norma fondamentale, l’art. 43 del codice penale del 1930, vigente e già di quotidiana applicazione per chiunque e in ogni ambito di vita:

“Il delitto: …

è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia [nota: c.d. “colpa generica”], ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline” [nota: c.d. “colpa specifica”. …

Da essa si desume che, nonostante l’asfissiante e sovente ottusa invocazione di nuove “regole” giuridiche, queste ci sono già, ed evidenzio che l’applicazione è molto severa.

Ciò che ha rilevanza giuridica, viene di volta in volta individuato dal giudice (stabilirà lui, anche con l’ausilio di esperti, se vi sia stata negligenza, imprudenza o imperizia, ad esempio per decidere se fosse stato lecito o no fare arrampicare qualcuno senza casco); ma in aggiunta, viene direttamente e particolarmente statuito dalle indicate fonti normative (leggi, regolamenti, ordini o discipline. Attenzione: ce ne possono essere di provenienza privata!), ad esempio per i minori di quattordici anni i quali sulle piste da sci devono portare il casco, o, nello sci-alpinismo, per certe condizioni in cui è obbligatorio portarsi l’apparecchiatura per ricerca dei travolti da valanga.

Così, davanti al giudice, in caso di violazione di una norma specifica, che a volte l’alpinista si è dato da solo (in genere ad opera degli enti stessi cui appartiene), la colpa nemmeno può essere negata e l’accusato avrà poche possibilità di sottrarsi a responsabilità (soprattutto, la norma doveva essere finalizzata a evitare proprio il tipo di pericolo che poi si è verificato e la sua violazione deve essere stata causalmente rilevante nella produzione del danno); invece, chi sia chiamato a rispondere (solo) di una generica negligenza o imprudenza o imperizia avrà maggior margine per una discussione “alpinistica” e per rivendicare il diritto di affrontare pericoli.

Se quella è l’impostazione di fondo, si capisce la strategia di mercato che l’ideatore, produttore o commerciante di attrezzi e tecnologie utilizzabili in alpinismo danno alla loro azione: se riescono a fare approvare una legge o un atto che impone l’uso di un prodotto (una tecnica, un’assistenza, ecc.) riusciranno a fare sì che i praticanti siano costretti ad acquistarlo, magari solo sperando di pararsi da responsabilità legali e magari anche ove in ipotesi servisse a poco o a niente o fosse da qualcuno volontariamente rifiutato (che corda o GPS si vende a chi vuole fare il solitario?); se non vi riescono, otterranno lo stesso risultato ideando e portando avanti un’azione psicologica e operativa, con campagna pubblicitaria, la quale convinca i praticanti e gli enti istituzionali che li raggruppano o hanno voce in capitolo e la diffondono, della necessità di averne e farne uso, fino a che la cosa diventerà prassi: allora, o anche prima, il non averli, il non usarli o il non usarli in certi modi sarà considerato negligenza, imprudenza o imperizia, cioè come legge, ugualmente vincolante, pure preventivamente.

Proseguendo su questa strada, sarebbe devastante per l’alpinismo l’applicazione delle puntigliose normative sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro (o sulla circolazione stradale, gli inquinamenti, ecc.) o della cultura e delle esigenze che le regge, trasferite in un ambito di pericolosità che invero se ne differenzia perché molto particolare e frutto di volute scelte individuali.

Va altresì considerato, da un lato, che il normale operatore del diritto (magistrato, forze dell’ordine, ecc.) può normalmente non intendersi d’alpinismo né condividerne i contenuti e lo spirito e che dunque ha grande difficoltà a capirli e rispettarli.

Dall’altro, che un’ulteriore tendenza normativa è di rendere legalmente illeciti anche comportamenti solamente pericolosi (a prescindere dal fatto che abbiano effettivamente prodotto un danno) e addirittura solo per lo stesso praticante (a prescindere dal fatto che il danno possa essere cagionato ad altri).

Di conseguenza, l’alpinismo e l’escursionismo – occorrendo – possono essere considerati fuori legge, impediti e puniti, e la libertà è stata e verrà sempre maggiormente limitata, magari per spinte che davvero non hanno nemmeno un consistente scopo di tutelare qualcuno, particolarmente quegli stessi che vi accondiscendono.

In questa situazione, l’unica cosa che i praticanti l’alpinismo – volendo – possono fare, è capire e opporsi ad abusi e strumentalizzazioni, cercando di affermare e fare salvaguardare la specificità della propria natura e pratica: essendo diversa da quella della persona comune, dovrebbe essere per tale culturalmente conosciuta, rispettata e diversamente trattata.

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