Precisazioni di Giuseppe Miotti

In seguito alla decisione di restituire il titolo di Guida Alpina e in seguito all’ovvio sciame di commenti di ogni genere, Giuseppe Popi Miotti prova qui a fornire ulteriori precisazioni sul suo gesto.

Precisazioni
di Giuseppe Miotti

Ovviamente l’eliski è un’attività che non condivido. Tranne forse che per qualcuno, è fonte marginale di reddito. Per quanto leggerete, mi sembra stupido che le Guide la sostengano. Inoltre trovo bizzarra e un po’ paradossale la potenziale situazione che si potrebbe creare con il velivolo (e il collega) che scorrazza invadente su e giù, mentre tu sali, con pelli e fatica, assieme a clienti ai quali hai promesso infiniti spazi e sconfinati silenzi.

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Ho sempre visto nella figura della Guida il “genius loci” dell’Alpe, suo custode, difensore e valorizzatore sotto ogni aspetto. Detentore di un’Etica che la potesse porre a guardia delle vette, facendone anche un referente imprescindibile per ogni scelta politica fatta sul territorio e non passivo spettatore. Pertanto non condivido la pur comprensibile deriva verso la spettacolarizzazione, la mercificazione estrema, l’accondiscendenza verso pratiche snob che trovo svilenti la nobiltà della figura professionale.

Si pensi a una Guida come Giacomo Fiorelli, che minacciò di slegare e abbandonare i clienti sulla normale del Dente del Gigante allorché provarono ad afferrarsi alle corde fisse. Era il 1905! Che ne dite, sempre a esempio di un Tita Piaz, il cui impegno civile fu per lo meno pari a quello messo sulle vette? O di Confortola, sindaco e maestro in Valfurva? In un paese di montagna la Guida era considerata al pari del parroco, del medico condotto o del primo cittadino.

La cultura cittadina è stata fonte di tanti cambiamenti fra le montagne e le loro genti. Molti sono stati positivi, altri sicuramente no. Un po’ succubi e un po’ autoconvintisi di una loro inferiorità, gli abitanti delle località montane, specialmente quelle più “deboli” per storia e cultura, hanno facilmente ceduto alle lusinghe del progresso senza pensiero, del guadagno facile e hanno così “(s)venduto” l’anima al diavolo. Credo che questo sia un po’ capitato anche nel mondo delle Guide alpine dove, a partire dalla fine degli anni ’70, si è imposta una tendenza che, senza voler fare di ogni erba un fascio, vive forse con disagio incolmabili carenze di lignaggio, mascherandole con il tecnicismo estremo e un professionismo da manager rampante.

Non è sufficiente una noiosa lezione di storia dell’alpinismo, forse inserita più per convenienza politica che per convinzione nei corsi Guida, se manca la cultura di fondo, se ci si affida alla professione facendone una delle tante per campare. Bisogna riappropriarsi del Significato Mitico della parola Guida alpina distinguendosi dalla massa e dagli stili di un consumismo peraltro in grande crisi. Non pare bello nascondersi dietro all’assenza di leggi per giustificare pratiche poco o nulla ecologiche. Se non c’è una legge che proibisce di spacciare droga dobbiamo allora ritenerci autorizzati a farlo? Per non parlare poi della “coerenza secondo convenienza” che sembra abbastanza in voga.

Non sono un ecologista radicale e non sono fra coloro che vogliono le Alpi e la loro gente in “formato Heidi”. Per fermarmi a un solo esempio, ci sono strade che, ben studiate e gestite hanno consentito il recupero di molti alpeggi, ma ve ne sono molte costruite in maniera quasi selvaggia per servire captazioni idroelettriche private, cave e altre speculazioni.

Contro queste azioni di spadroneggiamento mi sono sempre battuto e continuerò a farlo. Prima ero orgoglioso nel firmarmi come Guida alpina, da oggi lo farò semplicemente mettendo il mio nome. Ho preso le distanze dalla professione già tre o quattro anni or sono uscendo dall’Albo regionale e da allora la distanza che mi separa dalla professione è solamente aumentata, Ho ribadito il distacco con la recente presa di posizione che per forza doveva essere pubblica e ho usato toni rispettosi verso la categoria. Quindi qualsiasi cosa si dica scivolerà via come acqua fresca.

L’elicottero è diventato mezzo essenziale per trasportare rifornimenti, per il soccorso alpino, per particolari esigenze (vedi il filmato che le Guide lombarde stanno preparando) in questi casi non vedo come lo si possa criticare. Anche a me è capitato di salire a bordo, quando facevo l’elisoccorso, e per altri lavori in quota come, a esempio, quando è servito per riportare a valle i rifiuti sparsi sui ghiaioni della Marmolada. E non vorrei certamente tornare al tempo in cui, in un paio di occasioni mi trovai a guidare il mulo alla capanna Gianetti.

Diversamente che per l’eliski, in questi casi il velivolo arriva e poi se ne va poco dopo e comunque non è usato a scopi ludici, ma di utilità, foss’anche quella di promuovere un’immagine come quella della Guida.

Sull’argomento delle vie attrezzate o meno,  sono invece giunto a dire che o le si schiodano integralmente, imponendo che restino tali, oppure, dove è impossibile usare una protezione mobile è meglio mettere un fix; questo perché non trovo giusto affidare la mia vita a un chiodo messo anni prima che, se allora poteva essere eccellente, col passare degli anni potrebbe essere quasi inutile al suo scopo.

Comprenderei una chiodatura “giudiziosa”delle vie con un “restauro conservativo” (punti di sosta, magari neanche tutti, e punti dove è impossibile mettere protezioni mobili) per farle rivivere, proteggendole, fra l’atro, dalla voracità di molti apritori d’assalto che nel migliore dei casi le intersecano con edonistiche vie a spit e a volte le “calpestano” sovrapponendosi a molti tratti. Per l’intelligenza e la capacità di leggere la montagna con cui furono aperti, questi itinerari meritano di essere ancora ripetuti e sono un insegnamento da non dimenticare. Io le considero opere d’arte.

Il paragone è forse un po’ estremo, ma pensate alle migliaia di capolavori che avremmo perso se lasciati in balia del tempo e dell’incuria: trovo fantastico potere ammirare la Vergine delle Rocce grazie a una pulizia e a un fissaggio dei colori con detergenti e resine che la rendono più “forte” e smagliante. I puristi si opponevano agli interventi nella Cappella Sistina, ma fu presto chiaro che quello che si vedeva prima del restauro non era il Giudizio Universale come lo dipinse Michelangelo e come lo poterono ammirare per i primi decenni successivi.

Per concludere volevo ringraziare tutti coloro che hanno partecipato al dibattito perché hanno contribuito a dare ancor più senso a una decisione “estrema”. Ho constatato che il mio gesto ha smosso numerose coscienze, molte delle quali hanno testimoniato solidarietà in privato per comprensibili motivi, confermando il senso profondo della frase che Platone fa dire a Socrate nel Fedro: “E ciò che è bene, Fedro e ciò che non è bene – dobbiamo chiedere ad altri di dirci queste cose?”

Giuseppe Miotti nella discesa esplorativa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, 14 settembre.
14.09.1988, G. Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, Dolomiti

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