Rifugista imprenditore o volontario?

Rifugista imprenditore o volontario?
di Alessandro Gogna e Roberto Serafin

Il rifugio Rosalba 1730 m (tel. 0341-202383) è posto in posizione molto panoramica su un dosso naturale (Colle Pertusio) alla base della famosa Cresta Segantini in Grignetta. Vi si arriva partendo dai Piani dei Resinelli, sia per la Via delle Foppe (segnavia 9 – poco più di 2 h), sia per la Direttissima (segnavia 8 e 8/a, circa 3 h), più impegnativa e selvaggia, passando per il rifugio Carlo Porta.
La gestione del mandellese Mauro Cariboni (cell. 339-1344559, m.cariboni@alice.it), durava con ottimo successo da ventitré anni (dal gennaio 1994) senza alcun tipo di contrasto con la Sezione proprietaria, il CAI Milano. In regime di contratto triennale, il Cariboni riceveva la disdetta, una pratica normale che aveva sempre richiesto la successiva formulazione, da parte del gestore, di un progetto triennale che specificasse modalità di apertura al pubblico, di gestione e un eventuale ritocco all’affitto annuale, oltre alla definizione dei lavori di manutenzione, ordinaria e straordinaria. Mauro però non era tanto sicuro che il suo rinnovo sarebbe stato così scontato, specialmente perché aveva capito che il nuovo presidente sezionale, Massimo Minotti, era molto propenso a vedere il CAI come imprenditore e dunque desideroso di perseguire una maggiore progettualità in termini di sviluppo al riguardo dei numerosi rifugi di proprietà della sezione.

Mauro Cariboni (a destra) a braccetto con Lucio Marimonti, figlio di quella Rosalba Valsecchi in Marimonti cui è dedicato il rifugio Rosalba
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Una tendenza comune, mentre si affacciano nuove forme di gestione. La Società Escursionisti Milanesi (CAI SEM) ha avviato un’indagine per la selezione di Persone e/o Enti, interessati all’acquisizione, per un periodo di 15/20 anni, con la formula del “diritto di superficie” del rifugio Omio e relative pertinenze, situato nel Comune di Val Màsino (SO). “Si rende ora necessario cercare nuove persone e/o enti interessati a riceverne il testimone tramite acquisizione di diritto di superficie”, spiegano dalla Sem. “Il diritto di superficie rappresenta sicuramente un maggior impegno per chi voglia farsi carico della gestione del rifugio, ma permetterà alle realtà interessate un maggior spazio d’impresa e migliori garanzie di operatività e continuità nella gestione stessa del rifugio”.

Il 10 novembre 2016 il quotidiano online Valsassinanews.it pubblicava un articolo dove si comonciava a delineare con chiarezza il contrasto tra le due diverse visioni di cosa dev’essere un rifugio, con particolare riguardo ai rifugi di Grignetta e Grignone.

La gestione dei rifugi del CAI è sempre stata un argomento travagliato. Ma negli ultimi anni i contrasti si sono acuiti, anche per via delle necessità in continuo aumento, dagli obblighi di legge alla sicurezza, dalla continua maggiorazione dei costi alla sempre più emergente volontà imprenditoriale in contrasto con un servizio perennemente in pareggio se non in perdita.

Sembra che si pretenda sempre più spesso che il custode del rifugio sia al tempo stesso un volontario (pronto a immolarsi per la causa della montagna) e un imprenditore che porti a profitto l’impresa.

Per questo motivo Cariboni ha presentato nell’ottobre 2016, malauguratamente un po’ in ritardo sui termini previsti, un suo progetto per il 2017 che prevedeva un aumento dei giorni di apertura del rifugio e un affitto che passava dagli 8.000 euro annuali ai 15.000.

Questo progetto non è stato accettato, in quanto il CAI Milano altri ne aveva sollecitati ricevendo, alla giusta scadenza, uno a suo giudizio migliore (si parla di 22.000 euro annuali) da parte Alex Torricini, attuale custode del rifugio Brioschi in vetta al Grignone.

Il rifugio Porta
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Per Mauro Cariboni questo sfratto è davvero inaccettabile: 54 anni, due figli, quasi una vita dedicata al Rosalba. In quel rifugio ha subito un infarto, per approvvigionare quel rifugio si è seriamente infortunato per ben due volte sul ripido sentiero, carico com’era di bottiglie e di viveri.

La vicenda è andata a finire su facebook e, naturalmente, si è creata molta vicinanza morale a Mauro Cariboni: ed è in questo clima che, in un incontro a Milano del 12 dicembre 2016, il CAI Milano ha protratto la validità del contratto fino all’ottobre 2017 (10.000 euro di affitto), data alla quale Cariboni dovrà lasciare il rifugio Rosalba definitivamente.

Claudio Trentani, custode del rifugio Porta dal 2012
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A nostro parere è indubbio che i rifugi debbano “rendere” (nessuno lo ha mai negato) e si deve rigettare ogni forma di assistenzialismo. Ma crediamo debba essere respinta anche qualunque volontà di dimenticare che il bene-rifugio è prima di tutto un bene morale. Non sappiamo quanto è vero che i custodi siano ora spronati dalle varie sezioni del CAI a trasformare il loro rifugi in banali ristoranti-alberghi, anche se qualche esempio lo fa sospettare. Vero è che sulla conduzione esistono da parte del CAI norme precise, ivi compreso un tariffario considerato ineludibile. Ma va accettato che il turismo alpino stia cambiando di anno in anno. Si moltiplicano i sentieri del gusto che riannodano rifugi, malghe, agriturismi. Nelle cucine entrano sempre più, per decisione di custodi lungimiranti, chef diplomati che elaborano ricette del posto. Ed è dimostrabile come sempre più si dimostrino di grande richiamo iniziative come quelle del rifugio Brioschi che in cima al Grignone ha organizzato nell’estate 2016 una stagione concertistica e artistica ospitata in una cupola geodetica. O come quella del rifugio Quinto Alpini in Val Zebrù che dall’8 al 16 agosto ha offerto tutte le sere sul grande schermo, tempo permettendo, film sugli sport estremi. Due ore di pura adrenalina che hanno fatto centro consentendo a questa struttura del CAI Milano di vincere l’ambito concorso del “Rifugio del cuore” organizzato da Meridiani Montagne. Iniziative sospettabili di banalizzazione o da ritenere al passo con i tempi e con un’utenza giovanile sensibile ai richiami provenienti dallo smartphone prima di mettersi in marcia per le alte quote?

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Su facebook
Mauro Cariboni
(13 dicembre 2016, ore 12.06)
A tutti i miei amici giusto x chiarire
Ieri sera sono stato al CAI Milano x capire il mio futuro. Lasciamo perdere il perché, bene non l’ho capito, ma il prossimo anno come ci eravamo accordati ad ottobre sono ancora al rifugio.
Un anno di tempo x trovare un’altra attività perché poi non ci sarò più.
Se, amici, sentite di rifugi o comunque strutture analoghe… io devo lavorare.
Un abbraccio a tutti e vi aspetto il prossimo anno.

Mirella Tenderini, dopo aver condiviso il post di Mauro Cariboni, scrive (14 dicembre 2016, ore 10.00):
ALL’ATTENZIONE DI TUTTI GLI AMICI CHE FREQUENTANO RIFUGI:
Recentemente alcune sezioni del CAI vendono o svendono i rifugi di loro proprietà a meno che gli attuali gestori paghino cifre improponibili per continuare a rimanere nei rifugi dove per anni hanno lavorato non solo accogliendo alpinisti ed escursionisti ma anche riparando, rifacendo, sistemando e mantenendo le strutture. Ma adesso i rifugi devono rendere e i custodi sono spronati a trasformare il loro rifugio in un ristorante-albergo. Spero che non sia così dappertutto, ma qui in Lombardia ahimè succede così.
E se un gestore non può materialmente pagare una cifra spropositata di affitto che si fa? Lo si manda via! E se lui dopo una lunga vita in un rifugio non trova più un lavoro – nessun lavoro! – cosa può fare? Ma cosa importa al CAI! Ma a noi sì, dovrebbe importare. Questo qua sotto è uno dei casi di cui ho parlato. Mauro Cariboni, gestore del Rifugio Rosalba, Grigna meridionale da… anni – non so quanti, deve dircelo Mauro e dirci quanti quintali di provviste e altro ha portato in spalla al rifugio.

Seguono altri interventi (selezione):
Morracagna Dumbattini Sfanosan: Mamma CAI dovrebbe andare in perdita per mantenere un lavoro a un singolo? Anche no!… Cmq… per me datelo a chi è’ capace di portare i conti in positivo a bilancio di fine anno…. il resto è piagnucoleria tipica di chi ha la tendenza a dare la colpa agli altri delle sue mancanze!

Mirella Tenderini: Il CAI non va in perdita, perché il singolo (che a volte è una famiglia) gli paga regolarmente un affitto da anni e anni e ovviamente continua a pagarlo. Il CAI (qualche sezione almeno, spero poche pochissime…) butta via i soldi per altre cose ma il problema è soprattutto la smania capitalistica di trasformare i rifugi in redditizie attività commerciali.

Il rifugio Rosalba
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Stephane Saintleger: Nessuna sorpresa ahimè, la tendenza a trasformare lentamente i rifugi in S.p.a. o almeno in locali di tendenza in alta quota, è iniziata da tempo tra l’indifferenza dei più o, peggio ancora, con la complicità di molti che per tanti anni ci hanno fatto credere di proteggere la montagna e l’ambiente nel suo insieme da ogni tentativo di lucro speculativo… a Mauro, con il mio vero nome, ho dato a suo tempo alcune banali indicazioni sul come definire il “business plan” da illustrare a chi di dovere per convincere i suoi interlocutori della bontà del suo operato e della volontà di proseguire la sua attività con passione e determinazione… ma mentre lo facevo era come assistere ad un film visto e rivisto decine di volte del quale si conosce benissimo il finale… di questo passo la montagna e il modo di viverla nel pieno rispetto della sua integrità e bellezza, la potremo gustare solo nei racconti del passato… ciao Mauro, il fratello di Brian63.

Modeste Alture: Si inizia ad averne le scatole piene di questi bocconiani da quattro soldi. Se l’anno prossimo occupate il Rosalba io ci vengo. (Socio Cai dal 1979, ma non so ancora per quanto).

Marco Nofri: Purtroppo è un andazzo comune… invece di investire o almeno accantonare per le riparazioni e varie gli affitti dei rifugi sono andati in spedizioni, spese pazze, qualche volta sedi faraoniche… ora i rifugi non più a norma o vengono trasformati in capanne sociali o venduti (di sicuro non svenduti)… i rifugi sono paragonati ad alberghi sulla costa con le conseguenti tasse e spese creando oneri per i gestori non indifferenti… ma il CAI a livello nazionale ha un sacco di parlamentari sparsi tra tutti i “partiti”, possibile che non riescano ad organizzarsi per fare una legge che salvaguardi rifugi e rifugisti dalle avide brame dello stato? Sarebbe già un punto di partenza.

Mirella Tenderini: Sì, sto cercando soci del CAI che come me amano i rifugi che siano veri rifugi e non banalissimi ristoranti di lusso discutibile – dobbiamo fare qualcosa per tutte le persone che per anni, anni e anni hanno contribuito a tenere in piedi le sezioni che adesso si sono trasformate in attività commerciali vergognose.

Massimo Minotti, presidente del CAI Milano
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Francesco Jerry Colombo: Come scritto a commento di Mauro (rifugio Rosalba), io ho abbandonato anni fa la mia sezione per situazione simile e per essermi accorto di clientelismi, favoritismi e schifezze varie… alla faccia della deontologia del CAI.

Marco Nofri: Convocare un’assemblea dei rifugisti del CAI?

Mirella Tenderini: E’ un’idea – ma ci vuole qualcosa di più ampio – intanto fare conoscere questa situazione a più gente possibile… e fare una bella indagine sull’argomento.

Morracagna Dumbattini Sfanosan: Io vedo che in Austria e in Svizzera i rifugi o sono in attivo oppure si cambia strategia! La strategia di avere perennemente rifugi in perdita è tutta itaGliana… tanto poi paga pantalone… Insomma un po’ come stato, regioni, provincie, comuni e comunità montane…. se il rifugista non ottenesse le annuali sovvenzioni da mamma CAI, un altro lavoro se lo cercherebbe da solo.

Marco Nofri: Ad esempio in Francia i rifugisti (e i rifugi francesi son rifugi veri) sono dipendenti del CAF e credo anche in Svizzera ma non ne son sicuro, con in più una percentuale sui guadagni, ma non è questo il punto… fatti un giro per sapere a quanto ammontano gli affitti nei vari rifugi … e sei mai stato al Rosalba ad esempio? Sai quanta fatica per portare cibo lassù, i costi anche solo per l’ordinaria manutenzione? Non solo troppi rifugi diventano spa ma anche troppi soci CAI son diventati dei turisti che starebbero meglio a Rimini piuttosto che in montagna e, credimi, te lo dice uno che fa questo mestiere tutto l’anno da anni.

Mirella Tenderini: Grazie Marco, mi informerò e vi informerò. So quanta fatica si fa a portar la roba su in un rifugio dove si arriva solo a piedi. Ho fatto la rifugista per 12 anni, tanto tempo fa e conosco la fatica e l’impegno, ma anche la gioia di ricevere la gente in un modo semplice e caloroso, e la gioia di chi arriva di trovarsi come a casa con tutti gli altri. NON CI DEBBONO DISTRUGGERE I RIFUGI!!!

Alberto Raineri: Trovare i piatti tipici del posto anziché la pasta rosso pomodoro o la minestrina lo considero un servizio tutt’oggi obbligatorio. Come pure docce… per fortuna alcuni CAI lo hanno capito e ora qualche rifugio è migliorato, a me dell’affitto del rifugista non me ne frega niente.

Marco Nofri: Da me li trovi (e anche non solo) i piatti tipici di qui ma anche quelli tipici di altre montagne… dell’affitto non te ne frega niente? Lo capisco, ma poi non lamentarti se magari trovi i prezzi un pochino più alti che in una bettola in città… e spera di non aver bisogno di tutti gli altri servizi che il rifugista dà gratuitamente… ti ricordo che il rifugista è spesso il primo che offre il primo soccorso e allerta il soccorso alpino ad esempio, poi continua pure a fregartene.

Francesco Jerry Colombo: Certo: docce, tv, camera singola, spa, cambio lenzuola in camera… forse hai sbagliato posto dove andare. Rifugio si chiama così perché così deve essere e la differenza la fanno i gestori che con passione, tempo, denaro proprio, cordialità, gentilezza, educazione, simpatia, bravura ci accolgono nonostante le difficoltà. Eccheccazzo…

Il rifugio Rosalba
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Marco Nofri: In realtà poi non è vero che tutti i CAI sian così, dipende molto dal presidente, se è legato al rifugio e ne capisce l’importanza come ulteriore punto di aggregazione della sezione e quindi di quanto lui e il consiglio direttivo lavorino per agevolare la vita del rifugio e dei rifugisti, alcuni, spero tanti rifugi hanno un rapporto ottimo con il CAI d’appartenenza…

Marco Pizzi: Ogni tanto cerco di ricordarmi il motivo per cui tanti anni fa, malgrado fossi nel pieno della mia attività alpinistica, abbandonai il CAI… poi leggo questi post e il motivo mi torna in mente subito…

Morracagna Dumbattini Sfanosan: Io ho smesso di essere socio quando ho capito che i soldi venivano usati in beneficienza politicamente orientata.

Marco Nofri: E potrebbe pure essere vero… troppi rifugi sono stati assegnati non in base alle capacità e curriculum del gestore ma in base alle conoscenze dei concorrenti. Ma chi abbandona un sodalizio invece di rimanere per cambiarlo non ha poi diritto a far grandi critiche… il CAI è un’istituzione, nel corso dei suoi quasi 160 oramai anni di vita, ha contribuito alla conoscenza della montagna e della vita che in essa si svolgeva e che ancor oggi, seppur a fatica, si continua a svolgere. E’ un’associazione importante non solo per l’attività sportiva ma per il contesto culturale nel quale opera, e in questo contesto i rifugi sono essenziali. una volta in montagna se non trovavi un rifugio c’era comunque un baitello, un pastore che ti dava indicazioni e magari un pezzo di cacio e una fetta di pane… oggi siamo rimasti solo noi.. e credetemi: a gestire un rifugio non si diventa ricchi.

Claudio Getto: Non conosco Mauro Cariboni, ma a lui va tutto il mio appoggio. Anche mio fratello, dopo 25 anni, qualche settimana fa ha terminato con il rifugio che ha gestito fin dall’inaugurazione nel lontano 1992. La dinamica è un po’ diversa, ma alla base ci sta sempre la volontà di una sezione proprietaria di un rifugio di mettere il gestore nelle condizioni di doversene andare.

Gigi Anghileri: Non dimentichiamo che se c’è un rifugista che fa le valige, ce n’è uno che subentra… e bisognerebbe capire cosa abbia fatto per scalzare chi per 23 anni ha portato zainate di materiale , dava continuità con il figlio… ha sempre pagato regolarmente…

Mario Faoro: Per anni ho fatto richiesta di gestire rifugi situati sulle Dolomiti di proprietà dei vari CAI della zona. E’ stata un’esperienza interessante, ho trovato poche sedi CAI con presidente e consiglio seri e corretti, molto spesso gestioni (oggi sono buono) “clientelari”.

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