Sponsor e alpinisti

Da quando Riccardo Cassin fu il primo ad avere le corde direttamente dalla fabbrica, da quando Walter Bonatti diede il suo nome agli zaini in cambio di quattrini (ma c’era anche la consulenza tecnica), molto tempo è passato. Cos’è una sponsorizzazione alpinistica? È un accordo, più o meno regolato o vincolante, tra un’azienda e un alpinista: l’azienda associa il proprio nome a qualcuno che possiede notorietà, mentre l’alpinista percepisce danaro in cambio. Gli accordi possono assumere mille sfumature e dettagli diversi: è perciò difficile un’analisi completa di questo fenomeno. Gli accordi hanno seguito mode e cambiamenti culturali. Gli anni ’80 hanno visto una cultura della sponsorizzazione mai vista prima, anche nel mondo della montagna. Si è anche assistito allo strano fenomeno per il quale la sponsorizzazione più importante (quella al personaggio Messner, per intenderci) fagocitava le altre, logicamente «minori» per il grosso pubblico. In un’epoca in cui per fare attività a un certo livello occorrono grandi spese e trasferte, notevole impegno, continuo allenamento, al giovane alpinista servono tempo e danaro. Il tempo lo si recupera se non si studia e non si lavora, la sponsorizzazione offre l’uno e l’altro. Il miraggio di poter andare in montagna a tempo pieno è stato ed è davvero forte per tanti, per stare alla pari con i tempi. Senza le sponsorizzazioni forse ci sarebbero state un po’ meno imprese nella storia dell’alpinismo. Però io credo che questo genere di accordo pubblicitario non sia così necessario né soprattutto lo credo sufficiente alla produzione di grandi exploit alpinistici.

Jerzy Kukuczka
Sponsor-Kukuczka-8db5f076-ef02-4f45-8f00-500648dee318

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si potrà anche essere strapagati per fare exploit, ma di certo i soldi da soli non bastano a decretare l’importanza e il valore di un’impresa. Mai il detto «i soldi non sono tutto» fu più valido che in alpinismo. La maggioranza delle grandi imprese è stata compiuta da individui del tutto al di fuori del grande circo della sponsorizzazione, anche perché spesso in questo circo ci si accontenta dello spettacolo e non c’è voglia alcuna di esaminare in profondo un reale valore storico. Quindi gli accordi pubblicitari non sono sufficienti a determinare il grande alpinismo. Inoltre è più conveniente per lo sponsor un’impresa ben documentata che un’impresa fantastica ma priva di documentazione. Lo spettacolo e le emozioni per la gente anzitutto. E questo gioco alla fine può essere pericoloso perché facilmente si perde di mira quella che è la concentrazione necessaria per sopravvivere in ogni momento dell’impresa, anche quando non si è particolarmente impegnati.

La molla per la quale un grande atleta vince, un pilota di F1 corre o un alpinista va sulle montagne estreme è sempre una molla interiore. Nessuno di noi ha mai veramente capito cosa ci spinge o ci ha spinto a fare certe cose. La risposta di Mallory, la famosa «perché la montagna è là» è una bella risposta, sufficiente in un monastero zen, ma non sufficiente nel nostro mondo occidentale. Continuiamo dunque a non capire, anche perché ciascuno ha le sue motivazioni. In Formula 1 la sponsorizzazione è così connaturata che nessuno si sognerebbe di dire che un pilota rischia di più se è sponsorizzato, per il banalissimo motivo che lo sono proprio tutti. Non c’è alcun «salto della quaglia» di fine stagione che faccia pensare a qualcuno che il tal pilota andrà a rischiare di più. Però tutto questo succede perché il punteggio parla chiaro, c’è chi vince spesso e chi non vince quasi mai, la classifica è abbastanza precisa (specie se rapportata a quella delle marche), fortuna e sfortuna c’entrano poco; e di conseguenza il valore di mercato di un pilota a fine anno è chiarissimo. I piloti per primi accettano la classifica (a parte sporadiche contestazioni), dunque l’accettano anche a livello interiore, nel proprio profondo.

Renato Casarotto
Sponsor-Casarotto
In alpinismo, nelle grandi spedizioni in terre lontane, questo non succede. Non ci sono classifiche precise, tutti i tentativi di ridurre i grandi avvenimenti a competizione si sono rivelati fasulli a una pur minima analisi. Ma come si è fatto a paragonare due alpinisti come Reinhold Messner e Jerzy Kukuczka, al tempo della famosa gara dei 14 ottomila? Due attività ed esperienze così diverse, Messner che aveva al tempo salito già 16 ottomila e che quindi con gli ultimi due saliti per ultimi raggiunse quota 18! E come si fa a insistere su questa aberrante classifica che può essere soltanto un gioco, non una cosa seria, perché l’attività di Erhard Loretan era già su un altro pianeta rispetto a quella del povero Benoît Chamoux. Eppure ricordo molto bene come sponsor e media si avventarono sulla suspense: chi sarebbe stato il terzo uomo a salire i 14 Ottomila, Chamoux o Loretan?

A questo punto è davvero evidente l’assenza di una classifica oggettiva per gli alpinisti. Tutti loro lo sanno bene. Ma è anche facile pensare che proprio per questo possa diventare importante, più o meno intenzionalmente, inserirsi in una classifica di facciata per la gente. Non la classifica reale, dell’alpinismo che si fa per sé, ma dell’alpinismo che si fa per gli altri. Quindi stare a un gioco che si è rivelato estremamente pericoloso. Perdere di vista le proprie reali motivazioni e la propria classifica interiore per dedicarsi a quel gioco vuol dire spesso non saper più bene quanto si vale in realtà, non considerare più la montagna come il partner esclusivo delle proprie gesta, ma considerarla uno sfondo teatrale nel quale confrontarsi invece con un avversario. E qui subentra un sottile gioco psicologico, perché in realtà non ci si confronta veramente con l’avversario ma con l’immagine che di questo hanno proprio i media e gli sponsor: in qualche caso sono addirittura i due contratti che si confrontano. E mentre le due immagini vanno a gara, ecco che non è improbabile che si sottovalutino i reali pericoli, il reale confronto, quello con la montagna, perché la montagna in realtà non può fare da vero sfondo e rimane sempre protagonista.

Ancora una volta non si può perdere la concentrazione perché ci si lascia sviare da mire e miti che, solleticando orgoglio e ambizione, nulla hanno a che vedere con la montagna e con l’essenza di noi stessi.

La storia prova che non c’è mestiere che tenga, non c’è esperienza decennale o ventennale. Tanto più un trapezista si sente sicuro di non poter sbagliare mai, tanto più corre un rischio mortale proprio nello svolgimento dell’esercizio che più conosce a memoria. Come nelle competizioni è sempre il più debole a perdere, nelle lotte dei gladiatori, dove lo scontro era mortale, era sempre il più debole a soccombere. E così gli alpinisti, che sono un po’ i gladiatori moderni, hanno vissuto sulla loro pelle episodi del genere. Tra Messner e Kukuzcka, chi ha perso è anche poi morto subito dopo; e anche quello di Loretan e di Chamoux è un caso esemplare.

Benoît Chamoux
Sponsor-Chamoux-pbc
Provate a immedesimarvi per un momento nella psiche di un Kukuzcka, grande, grandissimo alpinista che all’alpinismo aveva dato come pochi altri. Una passione travolgente, una serie di realizzazioni impressionante. Ad un certo punto si trova, più o meno suo malgrado, nel bel mezzo di una competizione non voluta, estranea alla sua passione e a tutta la sua vita. Ma lo sponsor preme, ha i suoi diritti: oppure lo sponsor non premette, non fece tecnicamente nulla per spingerlo, non possiamo certo addebitare agli sponsor colpe che non hanno o che non sono provate. E non siamo in tribunale. Però è fuori di dubbio che il polacco sentì molto il peso di questa «sconfitta» e se ne fece definitivamente travolgere sulla Sud del Lhotse, attaccata e superata quasi per intero. Era il solito Kukuzcka lassù? O era invece un uomo con il morale intaccato, senza la solita serenità olimpica, con la voglia di una rivincita, forse? Nessuno potrà mai dirlo, almeno nessuno di noi, ma è lecito pensarlo.

Credo fermamente che un alpinista debba essere libero, in ogni istante della sua vita, di decidere di osare o non osare, di andare avanti o tornare indietro, di smettere o di continuare, di voler fare di più o di meno. Solo in questa totale libertà ha speranza di farsi governare dal proprio istinto, di fare veramente le scelte proprie. I legami di ordine commerciale o legale che normalmente favoriscono la sua gioiosa attività di preparazione e di svolgimento di una grande impresa possono improvvisamente diventare un peso e un ostacolo allorché qualcosa s’incrina anche solo momentaneamente nella psiche dell’individuo. Un affetto mancato, una scelta gravosa, una sensazione di non essere ancora diventato grande perché si gioca ancora con i soldatini: possono essere mille i motivi di una debolezza. E siccome nessuno, per natura, disdice volentieri un accordo che magari è costato tanti sacrifici e che fa ancora comodo, o nessuno, per contratto, può rompere il vincolo stesso a causa di una momentanea debolezza, ecco che tutti deglutiscono il boccone amaro e fanno finta di niente. Fino a che, in qualche caso, il peso e l’ostacolo diventano un pericolo mortale, ben prima della scadenza che si era concordata.

2 thoughts on “Sponsor e alpinisti

  1. Alessandro, è interessante quello che scrivi. La tua è una analisi molto elaborata, raffinata, probabilmente anche troppo, secondo me buona parte degli alpinisti professionisti di oggi da un certo punto di vista, li sopravvaluti. Il tuo ragionamento ha un punto di partenza che si ispira ai valori fondamentali dell’alpinismo di un paio di decenni fa, ne cito uno di questi valori che hai citato anche tu nel tuo articolo e che li riassume tutti: la libertà. La sintesi di un certo modo di fare alpinismo per professione e di viverci è nel titolo di un libro di Messner : “La libertà di andare dove voglio”. E di fare ciò che voglio e tutto il resto aggiungo io, ci siamo capiti, leggendo il libro è tutto molto chiaro. Per gli alpinisti aspiranti al professionismo che abbiamo visto sin qui la libertà e l’indipendenza erano il motore di tutto, la premessa, il motivo principale. Erano il motivo fondamentale di una sponsorizzazione, che rappresentava un compromesso che ci siamo abituati ad accogliere come necessario. Oggi è diverso. Non è più così. Sarò brutale: a buona parte degli alpinisti, arrampicatori, sciatori eccetera eccetera professionisti o aspiranti tali dei giorni nostri uno sponsor serve per ricevere credibilità, non per darla. Questi alpinisti non vogliono essere liberi, vogliono essere usati. E’ una scambi alla pari. Vogliono essere guidati. Resi celebri. I loro sogni, i loro desideri alpinisti li chiamano “progetti”. Voglio dire: è un dato di fatto evidente in alpinismo dove le classifiche non ci sono, che a farle le classifiche, sono gli sponsor. Sponsor grosso, atleta grosso. Sponsor piccolo, atleta piccolo, l’equazione è facile. E’ triste da dire, ma è la verità. La percezione dell’audience si è altrettanto trasformata, adeguata, ha perso la sua forza critica. Per molti giovani alpinisti che aspirano a una vita da professionisti uno sponsor e una sponsorizzazione non sono un punto di partenza, non sono un modo per essere più liberi e più indipendenti, ma un punto di arrivo, un modo per ricevere visibilità, per costruire il proprio brand (sigh!) e per rendersi autorevoli nella élite artificiale di altri alpinisti celebri. E’ il mondo che funziona così, è il sistema sociale, il sistema economico, quello dei media e – purtroppo – anche quello della stampa specializzata. Gli alpinisti professionisti, soltanto, invece che lottare contro il sistema si sono adattati a usarlo, facendosi usare. Una volta gli alpinisti erano i ribelli, oggi sono l’immagine stessa delle aziende o dei brend che rappresentano. Gli alpinisti si sono adeguati. Non tutti, per fortuna. C’è sempre e ci sarà sempre chi le vie le apre e le sale per primo e chi soltanto le ripete.

  2. Un bel articolo, il tema interessante. Richiede solo una spiegazione – l’alpinismo in Polonia nei tempi di communismo, quando Jerzy Kukuczka aveva i piu grandi successi, era tutt’altro che sponsorizzato, come si capisce nei tempi moderni.

    Per capire di piu la situazzione nel blocco comunista serve molto un’ottimo libro di Bernadette McDonald “Volevamo solo scalare il cielo” sul’himalaismo polacco delle anni ottanta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*
Website